Ultimo Aggiornamento:
16 giugno 2021
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La politica e il Paese

Paolo Pombeni - 27.01.2021
Rissa in Parlamento

La crisi non è affatto “pazza” come sostengono i corifei dell’ormai tramontato governo Conte2. E’ semplicemente il frutto di una situazione politica che era evidente da tempo e che non si è voluta affrontare nella convinzione che a congelarla bastasse l’emergenza epidemica. Non si è tenuto conto che quel fattore prima o poi l’avrebbe portata al punto di rottura.

E’ così emersa una dicotomia fra la politica, incapace di esprimere un sistema di governo (che è qualcosa di più complesso di un esecutivo in carica), e il Paese, bisognoso di riforme e di interventi che lo facciano uscire dalla stagnazione in cui si trova da tempo intrappolato. Tuttavia sarebbe bene ricordare che la situazione attuale non ha le sue radici nella contrapposizione dei due soggetti, bensì deriva da un loro profondo intreccio. Vediamo di metterla in termini semplificati. La crisi politica è determinata dal fatto che in parlamento convivono una maggioranza relativa affidata ad un partito di agitazione, i Cinque Stelle, privo di una cultura adeguata, e due partiti cosiddetti sovranisti, ma in realtà più che altro demagogici, che sommati hanno una forza analoga a quello, i quali non sono capaci di ragionare se non nella più vieta logica della contrapposizione a prescindere. E’ lo scontrarsi di queste due componenti che ha impedito da mesi che si potesse superare un governo palesemente poco attrezzato per gestire un’emergenza e retto da un premier che si era convinto (o era stato portato a convincersi) di essere un novello Churchill, De Gaulle o roba simile (lasciate stare De Gasperi che fa parte di un altro genere di personaggi).

Il fatto è che tanto i Cinque Stelle quanto i cosiddetti sovranisti non sono arrivati a detenere il loro potere sull’onda di un colpo di stato, ma grazie al sostegno popolare in una serie di elezioni regolarmente svoltesi. Insomma è il Paese che li ha messi in condizione di bloccare le dinamiche che oggi servirebbero per affrontare una crisi di proporzioni tali che rendono impossibile buttarla nel moralismo e nelle demagogie conseguenti a cui quei partiti si sono ispirati pur con declinazioni varie. Lo ha fatto, vogliamo dirlo?, spinto dall’orgia di pseudo analisi da cui per decenni è stato inondato sulla possibilità di risolvere tutto alla svelta e tagliando i nodi con l’accetta: basta ricordare infine roba come spazzacorrotti e abolizione della prescrizione o decreti sicurezza e blocco dei porti per capire a cosa ci riferiamo.

Oggi ci troviamo a fare i conti con una crisi che mette in luce tutte le nostre debolezze di sistema ed a cui, abbastanza inaspettatamente, potremmo fare fronte grazie ad un sostegno notevole da parte della UE che è disposta a darci quelle risorse che altrimenti non sapremmo dove prendere. Ebbene, per essere in grado di volgere una sciagura (la pandemia) in una opportunità (la riqualificazione del sistema Italia grazie ai fondi europei) avremmo bisogno di buona politica, ma ciò non è disponibile per la politica sgangherata che il Paese si è autoassegnato producendo un parlamento sostenuto da uno show tutto talk e niente sostanza.

La soluzione di provare a sciogliere questo pasticcio correndo a richiamare alle urne il popolo per verificare se davvero vuole continuare a trovarsi nelle condizioni di non poter sfruttare l’opportunità di ricostruzione che gli offre la UE è perfetta sulla carta, ma troppo rischiosa nella realtà. Lo sbandamento del Paese di fronte al suo futuro non è venuto meno rispetto al decennio precedente, ha semplicemente mutato le sue modalità di espressione. Inoltre non ci sono materialmente le condizioni per affrontare una prova che mette tutto a rischio: tanto la ricostruzione dello spirito pubblico quanto la gestione degli interventi necessari sia per il contenimento e si spera la sconfitta della pandemia sia l’ottenimento e poi la gestione delle risorse europee indispensabili per fronteggiare la congiuntura economica.

Sarebbe necessario lavorare su due fronti. Il primo, a cui purtroppo si applicano in pochi, è la ricostruzione di uno spirito pubblico che educhi la popolazione ad uscire dalla morsa degli utopismi e delle demagogie per rimettere in sesto una solidarietà senza la quale nessuna ricostruzione sarà possibile. Il secondo è il ritorno ad una politica che metta da parte le bandierine e i mantra per produrre invece uno sforzo riformatore capace di avviare i cambiamenti sostanziali che sono necessari. In questo modo si realizzerebbe la ricongiunzione della politica col Paese, superando l’eredità poco esaltante di un decennio di quasi follia.

E’ impossibile? No, è solo molto difficile. Hai detto poco, dirà qualcuno, ma in fasi di emergenza un Paese o rinasce o si perde. Nella politica italiana esistono donne e uomini che sono in grado di dare contributi fattivi alla rinascita: non solo nei ranghi del parlamento e in genere della politica professionale, ma anche in settori dirigenti della società. Parliamo di donne e uomini e non di sigle e di partiti, perché nessuno di questi è fatto in modo da dare garanzie su qualunque persona ci si infili dentro. Nel Paese esistono molte forze positive, come si vede nell’esperienza quotidiana. Si tratta di trovare il modo di portarle alla luce, di metterle in condizione di espandere la loro capacità positiva, di creare un contesto che le valorizzi senza metterle in contrapposizione con una politica che dobbiamo contemporaneamente lavorare a rendere “buona”.