Ultimo Aggiornamento:
03 agosto 2019
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La partita coreana

Nicola Melloni * - 14.02.2018
Giochi olimpici 2018

Solo fino a poche settimane fa, i Giochi Olimpici di Peyong Chang erano un caso internazionale: con i venti di guerra che spiravano dal Nord, l’evento era considerato ad alto rischio, temendosi addirittura un attacco di Pyongyang proprio durante i Giochi. Ed invece, con sorpresa di molti, l’offensiva nord-coreana si sta giocando tutta sul soft power. La sfilata insieme agli atleti del Sud, le cheerleaders, la visita di KimYo Jong hanno di fatto mandato l’immagine – artefatta quanto vogliamo, ma tant’è – di un paese che, attraverso lo sport, tenta di aprire un canale diplomatico e che non nutre alcuna ostilità verso la Corea del Sud. Mandando su tutte le furie gli Stati Uniti. 

Da oltre un anno, la Casa Bianca e i media – americani, ma non solo –insistono in maniera quasi ossessiva sul rischio di un Olocausto nucleare. L’isteria ha raggiunto livelli tali che circa un mese fa nella Hawaii è scattato l’allarme atomico, con la popolazione invitata a cercare rifugio in vista dell’arrivo dei missili del dittatore coreano. L’assunto di base è che Kim sia un pazzo furioso pronto a scatenare una guerra nucleare – che vedrebbe l’annientamento suo e del suo paese – per …? Non si sa: nessuno si è mai premunito di fornirci una spiegazione che non abbia a che fare con il quadro clinico del dittatore coreano.

In realtà, la partita giocata da Pyongyang sembra più una raffinata sequenza scacchistica che non il disegno di un folle.

 

Da una parte, la Corea del Nord sta investendo pesantemente sul classico hard power, seguendo il principio base del pragmatismo realista: sopravvivere. Kim e i suoi hanno visto come, negli ultimi anni, gli Stati del cosiddetto asse del male siano finiti uno ad uno nel mirino degli Stati Uniti, dall’Afghanistan all’Iraq, dalla Libia alla Siria. Non solo: anche negoziare con gli USA sembra un esercizio inutile, come dimostrano i recenti casi di Cuba e Iran. La stessa Corea negli Anni ’90 trovò un accordo con l’amministrazione Clinton per aiuti in cambio di uno stop al programma nucleare – accordo che venne prima sabotato dallo stesso Clinton e poi strappato da Bush. A conti fatti, per Pyongyang, il possesso dell’arma atomica, sembra perciò un deterrente contro una potenziale invasione americana. L’interesse nazionale americano è scalfito non tanto nella invero fantasiosa possibilità che Pyongyang attacchi, quanto piuttosto nell’impossibilità di scatenare una guerra senza subirne le conseguenze.

 

Dall’altra parte, i Giochi Olimpici hanno dato la possibilità a Kim di lanciare una offensiva diplomatica. Il nuovo presidente sud-coreano Moon viene dalle file dei progressisti che inaugurarono la stagione del disgelo negli Anni ’90, con la sunshine policy di KimDae-jung, e non si è fatto pregare nel reciprocare i segnali di apertura del Nord. Tanto la stretta di mano con la sorella di Kim Jong Un, quanto l’invito a visitare Pyongyang non sono altro che gesti simbolici ma che rinforzano il messaggi di un Nord che non nutre animosità verso Seul ma che indica negli Americani – ed in seconda istanza nei Giapponesi – i veri nemici.

 

Mosse astute che hanno mandato Washington fuori dai gangheri.

Su Foreign Policy è comparso un articolo dell’impareggiabile Luttwak che suggerisce un attacco americano preventivo contro il Nord. Poco importano, a Luttwak, le ripercussioni di quell’attacco e la possibile carneficina che ne seguirebbe: i Sud Coreani, in fondo, se la sono cercata (itisverylargely self-inflicted) accettando di dialogare con il Nord e non ascoltando i consigli (gli ordini, verrebbe da pensare, maliziosamente) di Washington. Una tesi, quella dell’attacco, poi ripresa dal sempiterno Kissinger, mentre la Casa Bianca ha rinunciato a nominare Victor Cha ambasciatore a Seul perché considerato non abbastanza falco. Tutte mosse che non fanno altro che il gioco di Kim, indebolendo la storica alleanza tra Usa e Corea del Sud, già incrinata dalle dispute commerciali.

Pyongyang gioca due partite – una con Washington e una con Seul, con l’obiettivo comune di garantire la sopravvivenza del regime. Un gioco pericoloso, in cui però a rimanere scottati potrebbero essere altri. 

 

 

 

 

* DPhil, Visiting Fellow, Munk School of Global Affairs, University of Toronto