Ultimo Aggiornamento:
27 ottobre 2021
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L’ombra lunga di Angela Merkel

Gabriele D'Ottavio - 02.10.2021
La Germania sospesa

Per molti osservatori, l’era Merkel è già storia. Con buone ragioni, anche in Italia molte case editrici hanno considerato la vigilia del voto tedesco un’occasione propizia per sfornare dei nuovi volumi sulla Kanzlerin. Tuttavia, per capire l’effettiva portata storica dell’esperienza politica di Angela Merkel bisognerà attendere ancora a lungo. Il solo appuntamento elettorale di domenica scorsa dovrebbe poter ambire a diventare l’oggetto di un capitolo aggiuntivo delle tante biografie politiche che sono uscite nelle settimane scorse. Il fattore Merkel ha infatti pesato non poco: sulla campagna elettorale, sulle strategie comunicative dei partiti e soprattutto sulle scelte di voto. Alla fine il socialdemocratico Olaf Scholz ha vinto la partita dei consensi contro gli sfidanti Laschet (CDU), Baerbock (Verdi) e Lindner (FDP), anche perché il vice-cancelliere e ministro delle finanze uscente è riuscito a sfruttare abilmente la carta della continuità con la Kanzlerin. In maniera un po’ paradossale, l’elevata popolarità di Angela Merkel ha finito per penalizzare il suo partito, al di là dei gravi scivoloni comunicativi in cui è incappato il nuovo leader della CDU. Una parziale ma significativa conferma della rilevanza del fattore Merkel sul voto la possiamo già ricavare dalle prime stime dei flussi elettorali. Rispetto alle elezioni precedenti, oltre un milione e mezzo di tedeschi che nel 2017 avevano votato per i cristiano-democratici questa volta hanno scelto il partito di Scholz. La CDU, che ha ottenuto il suo peggior risultato di sempre, è in assoluto il partito al quale la SPD ha sottratto i maggiori consensi. Ma voti pesanti per i socialdemocratici sono arrivati anche dalla Linke (590.000) e persino dall’AfD (210.000). Naturalmente l’elevata volatilità elettorale non l’ha determinata Angela Merkel. La crescente mobilità del voto è il risultato di una serie di processi politici, sociali, economici e culturali di più lungo periodo che hanno messo in discussione i tradizionali meccanismi di aggregazione delle identità politiche e nella fattispecie il cosiddetto voto di appartenenza. D’altra parte, Merkel con la sua decisione di non ricandidarsi e di non partecipare attivamente alla campagna elettorale ha certamente contribuito a rendere meno prevedibile il comportamento di voto degli elettori. Presumibilmente, il fattore Merkel peserà, indirettamente, anche sulle future trattative per la formazione del nuovo governo, che potrebbero durare diverse settimane.

Come era già accaduto nel 2005, nel 2013 e nel 2017, il risultato elettorale costringe i partiti tradizionali alla formazione di un governo di coalizione che sarà composto da partiti che normalmente appartengono a schieramenti diversi. Né lo schieramento di centro-destra (tradizionalmente formato dall’Unione dei cristiano-democratici e dal partito dei Liberali), né quello di centro-sinistra (tradizionalmente composto da SPD e Verdi) dispongono di una maggioranza assoluta di seggi alla Camera (371 seggi). Dal punto di vista aritmetico gli scenari di coalizione possibili sono diversi, ma tutti richiedono per la loro realizzazione una grande capacità di mediazione che negli anni passati è stata una delle cifre dell’azione politica di Merkel. Al momento, una delle soluzioni più accreditate sembra la formazione di una coalizione composta da SPD, Verdi e Liberali (coalizione semaforo). Ma prima che questa ipotesi possa diventare una prospettiva concreta, le forze politiche dovranno risolvere diversi contrasti sulla distribuzione degli incarichi e sul programma di governo. Si prevedono quindi tempi non brevissimi, nel corso dei quali la Cancelliera rimarrà in carica per il disbrigo degli affari correnti. Durata e stabilità del governo dipenderanno dalla composizione della coalizione di governo (chi la compone?), dall’allocazione dei portafogli (chi ottiene cosa?), dal tipo dell’accordo di coalizione (più o meno dettagliato?), dalla capacità di gestire i conflitti interni e soprattutto di reagire agli shock esterni. Negli ultimi sedici anni, questa capacità è stata garantita dalla «Krisenkanzlerin» (la Cancelliera della crisi), dalla sua abilità di creare consenso ed esercitare pienamente il suo potere di indirizzo politico. Data la straordinaria longevità del cancellierato Merkel è facile immaginare che anche l’operato del futuro cancelliere verrà valutato sulla base dell’esperienza politica della Kanzlerin. Questo vale in modo particolare per la politica europea dove la Cancelliera attraverso la gestione, spesso personale, delle varie crisi che si sono succedute negli ultimi anni (crisi economica, crisi dei migranti, crisi ucraina, Brexit, emergenza sanitaria da Covid-19) ha finito per esercitare un ruolo di leadership che sarà difficile replicare. D’altra parte proprio sul terreno della politica europea – la grande assente della campagna elettorale – si intravedono alcuni margini per un’azione politica più audace che potrebbe portare a una maggiore flessibilità nell’applicazione delle regole finanziarie europee, se non a una loro sostanziale revisione. Sia la SPD che i verdi, i due partiti che sono stati maggiormente premiati dagli elettori rispetto alla tornata del 2017, condividono infatti obiettivi programmatici molto ambiziosi sul terreno delle politiche di contrasto alle diseguaglianze economiche e sociali e al cambiamento climatico, che potrebbero richiedere un allentamento del patto di stabilità. Naturalmente sulle prospettive future restano ancora molte incertezze che non riguardano tanto (o solo) il ruolo dei liberali di Christian Lindner quanto (e soprattutto) le effettive capacità dell’intera classe politica tedesca di convincere i propri cittadini ad accettare di contrarre nuove, e nell’immediato più onerose, obbligazioni europee. Qualora il nuovo governo dovesse riuscire a favorire un’ulteriore europeizzazione della società tedesca, la stessa immagine retrospettiva dell’eredità di Angela Merkel potrebbe subire alcuni significativi cambiamenti.