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01 agosto 2020
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La nuova crisi della democrazia americana

Francesco Maltoni * - 30.11.2016
Bill De Blasio

La democrazia in America è malata. Il Paese simbolo della lotta alla tirannia, che ha portato l’Europa fuori dalle secche del nazifascismo e ha saputo respingere il comunismo, attraversa oggi una fase delicata, probabilmente la più difficile dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. E ciò, non solo perché un personaggio come Donald Trump è arrivato alla presidenza, eventualità neanche lontanamente immaginabile fino a pochi mesi fa.

Nelle scorse settimane, abbiamo visto come in varie città degli States – da New York, a Los Angeles, fino a Portland – si sono tenute manifestazioni e cortei contro il presidente eletto, in cui migliaia di persone – in larga parte giovani – urlavano il proprio dissenso nei confronti del nuovo “commander in chief”.

Eppure, a quanto emerge dalle prime analisi demoscopiche sull’elettorato, le masse anti Trump sembrano essersi svegliate solo all’indomani delle elezioni. Come emerge dai primi riscontri, infatti, molti dei manifestanti hanno preferito astenersi anziché concedere il proprio voto a Hillary Clinton, contribuendo così alla vittoria del tycoon.

Nel frattempo, a distanza di oltre una settimana, il conteggio dei voti non è ancora concluso. E più schede vengono aperte, più appare chiaro che alla campagna dei democratici è mancata la spinta finale per mandare l’ex first lady alla Casa Bianca. Non solo, infatti, Hillary si è imposta nel voto popolare – raccogliendo più consensi del suo avversario in senso assoluto – ma addirittura si attesta a un vantaggio complessivo intorno ai due milioni di voti, quattro volte di più rispetto ad Al Gore nelle contestate elezioni del 2000. Dunque, il “ciclone Trump”, specie negli Stati in bilico, è stato sottovalutato, forse più che dalla campagna democratica, proprio dai corpi intermedi e dalla società civile – in particolare dalle minoranze - che avrebbero dovuto respingere il magnate. Un errore fatale che ha consentito al repubblicano di vincere in Florida, Michigan e Pennsylvania con scarti di poco superiori all’1%, cioè pochissime migliaia di voti, ma abbastanza per accaparrarsi tutti i grandi elettori, come prevede il metodo del “winner takes it all” vigente in America.

Insomma, le contestazioni – e quelle che probabilmente seguiranno – sembrano svelare una certa immaturità dell’opinione pubblica americana: e a ben vedere, proprio questo potrebbe essere uno dei segreti del successo di Donald Trump.

Addirittura, qualcuno auspica clamorosi ribaltamenti dal riconteggio già chiesto dalla candidata vede Jill Stein per il Wisconsin, e molto probabile in Michigan e Pennsylvania. Sebbene tutti gli esponenti politici – inclusi i democratici, che comunque seguiranno la vicenda - abbiano dichiarato che non si attendono novità clamorose dalla riapertura delle schede, molti oppositori di Trump sperano ancora in un clamoroso ribaltone. Lui, il presidente eletto, accusa i suoi avversari di sperperare finanze pubbliche in operazioni inutili, arrivando a millantare – senza alcuna prova certa - di irregolarità che avrebbero permesso a molti clandestini di votare. Insomma, il muro contro muro – e la delegittimazione reciproca - continuano.

La petizione

Ma non c’è solo lo spettro del riconteggio. A seguito delle elezioni, infatti, i grandi elettori attribuiti in base ai voti nei singoli Stati federali, dovranno ritrovarsi il 19 dicembre per decretare il nome del successore, ossia lo stesso Trump che potrà contare su 306 sostenitori, contro i 232 di Hillary Clinton.

Questo fatto, una mera prassi all’interno delle istituzioni americane, nel 2016 viene per la primissima volta messo in discussione. O, quanto meno, rimane l’ultima, disperata spiaggia ai nemici del tycoon, per sperare – in maniera assai ardita – di sbarrargli i cancelli della Casa Bianca.

Così, di fronte all’evidenza di una sconfitta elettorale clamorosa, è stata aperta una petizione per implorare il Collegio elettorale a scegliere la candidata democratica anziché Trump, legittimo presidente in base al sistema di voto. Come i promotori fanno notare, infatti, qualora i rappresentanti dei singoli Stati dovessero scegliere per un nome differente dalle indicazioni delle urne, non commetterebbero alcun illecito, ma si troverebbero a pagare solo “una piccola multa” e niente più.

Secondo i firmatari di questa mossa a sorpresa, infatti, Trump sarebbe “inadeguato” al ruolo di presidente, mentre a vincere il voto popolare è stata nettamente Hillary. “È la Costituzione – si legge nella petizione -  a stabilire che i grandi elettori decidano in autonomia chi eleggere a presidente”. Va notato, poi, che costoro non esprimeranno il proprio voto pubblicamente, ma in segreto, e ciò potrebbe costituire un grattacapo per Trump, visti i suoi rapporti non proprio idilliaci con l’establishment del partito Repubblicano, a cui i suoi grandi elettori appartengono.

Mentre i sottoscrittori della raccolta firme arrivano a 5 milioni di persone, vari Vip, come Lady Gaga, hanno rilanciato la causa online. Fantascienza? In misura puramente teorica, lo scenario potrebbe verificarsi, ma sarebbe una prima volta dagli effetti sociali e istituzionali impronosticabili. Di solito, qualche “falco” si annida tra i grandi elettori: il Washington Post stima che sono 157 gli infedeli nella storia delle elezioni presidenziali statunitensi, di cui la metà dovuti al singolo caso di decesso di un candidato dopo la chiusura dei seggi. Insomma, la media dei “voltagabbana” è di appena due per ogni tornata. Un po’ pochini per preoccupare Trump: questa volta, infatti, ne servirebbero almeno 36, per tornare al di sotto della soglia di maggioranza di 270 e rimettere la decisione nelle mani del Congresso, che comunque resta a maggioranza repubblicana e dunque di certo non pro Clinton.

I contrappesi

Anzi, è proprio questo un aspetto che spaventa e non poco gli osservatori: Donald Trump, una volta insediato a 45esimo presidente, potrebbe trovarsi di fronte un campo completamente sgombro, forse troppo. Al Congresso non sono previsti ricambi fino al 2018, anno delle prossime elezioni di Mid-Term: fino ad allora, è lecito pensare che la nuova amministrazione potrà contare su un margine di manovra assai vasto. Dunque, sul fronte parlamentari gli ostacoli, se ci saranno, dovrebbero essere molto blandi. In aggiunta, il primissimo atto di Trump, sarà con ogni probabilità la nomina, urgente, di un giudice della Corte suprema. Seggiola vacante da mesi, che a questo punto sarà occupata da una personalità gradita al neo eletto e di chiara estrazione conservatrice. E le voci che vedono personaggi come Steve Bannon, teorico che cerca di nascondere il proprio antisemitismo, in odore di incarichi governativi, non aiutano di certo a distendere il clima. Di contro, i media che indubbiamente non hanno Trump in simpatia - dei 100 maggiori organi di informazione americani, alla vigilia elettorale solo 2 avevano espresso endorsement per il repubblicano – lamentano un deficit storico di credibilità, vedendo fortemente ridotta la propria funzione chiave di watchdog. Insomma, viene da pensare che quelle di New York e Portland siano solo le prime di una lunga serie di manifestazioni e proteste di strada, che verosimilmente proseguiranno nei prossimi mesi, rimanendo uno dei pochi strumenti di dissenso verso la nuova amministrazione. Lo hanno anticipato vari esponenti del partito democratico, come il sindaco della Grande Mela Bill De Blasio, che ha invitato i cittadini a “rimanere vigili”.

Nei giorni scorsi, vari organi di informazione, a partire dal New York Times hanno dedicato copertine e approfondimenti alle “due Americhe” emerse dalle urne, spaccate a seconda dell’appartenenza territoriale, del titolo di studio, dell’età anagrafica e dell’appartenenza etnica. La culla stessa della democrazia, scoprendo di non essere immune al virus del populismo, si ritrova così immersa in una crisi inattesa e dagli sviluppi tutt’altro che prevedibili, soprattutto per chi, come la fragile Europa, ha sempre trovato Oltreoceano il proprio modello ideale di convivenza.

 

 

 

 

* Classe 1984, giornalista professionista, sociologo, dottore magistrale in “Mass-media e politica”. Ha svolto esperienze in Rai (sede di New York) e Sky.