Ultimo Aggiornamento:
01 dicembre 2021
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Il pacato formalismo dei dotti e l'isteria populista

Perché voto SI'

Raffaele Romanelli * - 30.11.2016
Referendum costituzionale 4 dicembre

Voto sì perché apprezzo vari punti della riforma: l'istituzione della Camera delle autonomie, il nuovo riparto delle competenze tra Stato e regioni, l'allargamento della partecipazione in tema di referendum, il tentativo di limitare la decretazione d'urgenza, l'abolizione del CNEL, e così via (mentre trovo irrilevante e non apprezzo la gara a chi più “taglia i costi della politica” e “riduce le poltrone”, una retorica che a mio avviso non fa onore a nessuno). Leggendo il testo della legge, i molti commenti e scritti sulla costituzione e la sua storia, mi sono convinto che le riforme di oggi si inseriscono in una pressoché ininterrotta trafila di proposte di correzione e revisione del testo mai giunte in porto e rappresentano una radicata e condivisibile esigenza di riforma. In effetti, non conosco altri casi di una costituzione della quale costantemente, fin da subito e senza sosta si sia proclamata la necessità di correzioni, senza alcun risultato.

            Proprio se viste nel contesto lungo, le innovazioni di oggi mi sembrano però assai caute. Penso ad esempio alla natura del sistema parlamentare “a governo debole” che caratterizza la nostra costituzione e quindi all'esigenza di rafforzare l'esecutivo, esigenza ripetuta con varia intensità fin dai tempi della costituente. Di ciò la riforma attuale contiene ben poco: l'azione del governo è rafforzata solo dal fatto di dover ottenere la fiducia da una sola Camera, e soprattutto dai tempi certi per il voto alla Camera. Nella stessa direzione, secondo alcuni, si muove la legge elettorale vigente, che peraltro non è materia costituzionale e sembra si voglia modificare (con legge ordinaria).

            Per vari aspetti esitante mi pare poi la risposta data alla martoriata questione del rapporto tra stato centrale e enti territoriali – materia importante sia per il governo dei territori, sia per la democraticità delle istituzioni: qui la riforma si limita a correggere appena l'”errore” della riforma del titolo V del 2001, e introduce – ma con molti, forse troppi punti da chiarire - la Camera delle autonomie, innovazione in sé di indubbio valore e  del tutto coerente con l'impianto costituzionale.

           Ne concludo che i passi sono timidi, a tratti confusi, ma la direzione è giusta. E per questo voto SI'.

 

            Ma voto SI' anche per altri e forse più radicati motivi, che riguardano la congiuntura in cui cade il dibattito, gli argomenti degli oppositori e i loro schieramenti. Ovvero voto SI' a favore della riforma, ma forse ancor più contro il NO di chi la oppone Tra le voci contrarie, vanno prese in considerazione innanzi tutto le non molte capaci di pacatezza, che entrano nel merito delle cose. Sono spesso le voci di giuristi, che muovono molte obiezioni tecniche al modo in cui le singole innovazioni sono redatte, al percorso che ha portato alla loro formulazione, e al complessivo equilibrio costituzionale che esse toccano (ciò che viene sintetizzato dicendo che la riforma è “pasticciata”). Si tratta di singole annotazioni spesso convincenti, che però oggi come nel corso dei decenni non hanno mai raggiunto la forma, non di cento proposte – ciascuno la sua – ma di una sola capace di farsi opinione e imporsi alle maggioranze politiche riformatrici e di affrontare non i vizi della costituzione formale, che non sono poi molti, ma di quella materiale. Il possibile malfunzionamento che si teme germinare nell'attuale riforma (che accadrebbe se....?) riguarda anche i meccanismi della costituzione vigente, a correggere i quali è appunto intesa la riforma. Basti pensare all'abuso della decretazione d'urgenza e del voto di fiducia, ai decreti omnibus, al funzionamento del bicameralismo perfetto, etc., patologie che non sono certo iscritte nel testo attuale della costituzione, ma nemmeno nel nuovo che mira a correggerle, il quale non può  impedire che esse si ripetano nel nuovo contesto. Ad esempio: nel nuovo testo il governo può chiedere un procedimento accelerato (a data certa) per disegni di legge “essenziali”. Che accadrebbe se finisse col chiederlo su tutti i progetti? La Camera deve deliberare in tempi brevi e definiti. Che accadrebbe se li ignorasse? E' una tensione perenne tra la norma e la prassi, propria di tutti gli ordinamenti. I responsabili di certe distorsioni non sono, dicono alcuni, i meccanismi che si vogliono modificare: anche con due camere, per esempio, quando si vuole, quando una maggioranza è solida e coesa, le leggi si approvano in un batter d'occhio. La storia si incarica di dire che l'affermazione è insieme vera e falsa. E dunque non serve allo scopo.

            Metto perciò da parte le critiche con le quali è possibile dialogare, e che al dunque mi sembrano ininfluenti nel dibattito attuale, e punto invece l'indice sul tasso di violenza verbale che ha caratterizzato questi lunghi mesi di dibattiti, ma anche di falsificazioni, vero esempio di quella “post-truth politics”, di discorso non connesso ai dati di fatto, sulla quale si concentra il dibattito più recente, specialmente dopo la vittoria di Trump.

            Più di tutti mi ha colpito il riferimento che viene fatto alla “democrazia”. Un'opinione orfana della mediazione dei partiti ai quali per lungo tempo ha delegato ogni potere, nonché la stessa scelta dei propri rappresentanti, ha ignorato platealmente  – magari non conoscendoli - i meccanismi complessi della democrazia rappresentativa, l'equilibrio dei poteri, il sistema di pesi e contrappesi, la natura delle leggi elettorali (comprese quelle a doppio grado, ignote in Italia, con il quale sarebbero, o potrebbero essere eletti i senatori) e ha agitato la “democrazia” come abitudine a far parlare “il popolo” su tutto e sempre, così alla buona, magari in rete o in piazza. Mentre vengono ignorate le forme di partecipazione popolare introdotte al riguardo nella riforma – anch'esse timidamente, troppo timidamente: ben altro si sarebbe potuto proporre in materia – ad esempio con il rilancio del referendum abrogativo, l'introduzione di quello propositivo, o la nuova normativa sulle leggi di iniziativa popolare, capita così di sentire capipopolo che in nome della democrazia denunciano la “deriva autoritaria” e parlano di “uomo solo al comando” (Renzi non è eletto, ci vogliono impedire di votare i senatori, la sua dittatura è peggiore di quella di Pinochet, come ha detto un leader politico che rappresenta un terzo degli elettori italiani). Tutto ciò mi pare pericolosamente lontano da ogni cultura costituzionale e democratica e tanto più mi allarma in quanto vi colgo il segno dell'ideologismo, un ideologismo verso il quale con gli anni ho maturato una avversione sempre più profonda. Ammetto che questo è un fatto personale; deve avere le radici non solo nella conoscenza della storia italiana e di quanti danni abbia provocato il massimalismo, ma anche nella mia personale esperienza: quanti giudizi, scelte, prese di posizione, io personalmente (e nel complesso la sinistra di cui credevo di far parte) ho espresso senza una pragmatica e documentata analisi dei dati?

            E allora c'è ancora un aspetto della questione che mi convince a votare SI. Sopra ho affiancato il pacato formalismo dei dotti e l'isteria populista. Ma l'accostamento non è mio; sono loro che si presentano insieme alla tribuna, accanto a leader politici di vario colore e antica provenienza che cercano visibilità. Sono davvero accostamenti contingenti, propri di un referendum, e simmetrici a quelli che caratterizzano l'altro schieramento? Può essere. Ma certo l'eterogeneità degli oppositori e il loro esibito “estremismo” (si collocano agli estremi dello spettro politico) nulla ha a che fare con la “difesa della costituzione”, della quale in effetti gli oppositori più vocianti sanno e parlano assai poco. In tali alleanze, o accostamenti, non vedo alcun progetto, alcuna visione del futuro, e se alcuni ne intravedo appena, sono assai oscuri (il NO è più uno slogan che un'idea, ha scritto un'amica). La mia convinzione si fa allora ancor più forte, in quanto un disegno, un progetto, lo vedo invece nell'azione riformatrice dell'attuale governo di cui si auspica la caduta. Un progetto forse confuso, poco esplicitato, tutto da discutere, migliorabile, ma nel quale il tentativo di semplificare il meccanismo, alleggerire, rendere appena un poco più governabile il paese non è che un momento, certo non decisivo ma per me convincente. E ciò soprattutto in una congiuntura storica come l'attuale, in cui la spinta riformatrice della democrazia liberale sembra giunta al termine del suo ciclo secolare, ovunque insidiata da nuove barriere, revanscismi e populismi autoritari, e penso occorra far argine contro la sfiducia nelle istituzioni pubbliche. Anche perciò il 4 dicembre, mentre in Austria si ripeterà il ballottaggio per le elezioni presidenziali, in Italia mi auguro che vinca il SI'.

 

 

 


* Professore di storia contemporanea - Università Roma - La Sapienza e LUISS Guido Carli