Ultimo Aggiornamento:
13 luglio 2019
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La lezione sempre attuale della Resistenza

Francesco Provinciali * - 20.04.2019
25 aprile 2019

Finiremo con il riempire il calendario di “giorni dedicati”, di celebrazioni, ricorrenze e rivisitazioni retrospettive: ci sono occasioni per ricordare e altre per dimenticare, nulla della memoria collettiva deve andare perduto, l’oblio è la sintesi di ciò che non sopravvive allo scorrere del tempo.

La storia e la civiltà – nei chiaroscuri delle vicende umane – hanno accumulato un numero considerevole di eventi a cui, di volta in volta, va data una priorità rievocativa, fino a scandire l’esistenza con significati di cui ci corre l’obbligo di riscoprire una qualche attualità, pena il lento ed inesorabile scivolamento nel vuoto indefinito dell’assenza.

Salvo attribuire alle ‘date’ un significato soggettivo ed estraneo al loro originario significato: il compianto Sabino Acquaviva ricordava che Natale vuol dire regali e bagordi mentre Pasqua significa uova, sorprese e prime vacanze stagionali.

Un po’ di ingolfamento lo si nota già, le date ‘libere’ - da destinare- sono ormai poche e molto di ciò a cui il condiviso senso del dovere ci impone di dare spazio e visibilità esprime spesso più gli aspetti ritualistici e commerciali della commemorazione che il suo significato autentico.

E questa è un po’ una rivincita che il presente si prende sul passato, fino a confonderne il significato, allontanandosi a poco a poco dagli avvenimenti della storia o dalla natura prevalentemente civile o religiosa di certe ricorrenze.

Bisognerebbe essere capaci di cogliere il senso della rievocazione, ripensando ai valori che essa tramanda ai posteri piuttosto che alle stucchevoli e impositive declinazioni volute dalla società dei consumi e delle apparenze.

Il 25 aprile si ricorda la lotta di liberazione nazionale dal regime nazifascista: mi aveva spiegato proprio il Presidente dell’ANPI – Sen. Raimondo Ricci- che l’intenzione dell’Associazione era di aprire il tesseramento a chi condividendo i valori della ricorrenza, era tuttavia estraneo per età alle reali vicende storiche di quell’epoca.

Trovo che sia un modo corretto e doveroso per salvare il ricordo dell’esperienza storica affidandone il senso e i valori alle nuove generazioni, per dare continuità alle scelte di allora affinché il sacrificio e il senso del dovere che animarono gli artefici della nostra libertà non si esauriscano in una stanca orazione o nell’effimero e mesto sventolio di una bandiera.

Tutto ciò che oggi costituisce il tessuto del sodalizio sociale, l’impronta democratica del vivere civile, l’assetto partecipativo delle istituzioni, la libertà di parola, di voto e di pensiero non è un dono occasionale del destino: radica nella sofferenza, nelle giovani vite consumate a erigere barricate materiali e morali alla prevaricazione, alla sopraffazione, alla disuguaglianza, all’odio, alla guerra come strumento di distruzione dei popoli e della loro civiltà.

E il baluardo che si erge a garanzia di quei gesti, di quelle scelte, di quelle rinunce si chiama Costituzione Repubblicana: solo un lungo periodo di sofferenza collettiva poteva condurre l’Italia ad affidare ai padri costituenti la consapevolezza di un compito altissimo e nobile, che resta a presidio di garanzie e di tutele che riguardano la comunità nazionale.

Per questo oggi ricordare vuol dire ripartire da quelle pagine, rileggerle, apprezzarle, applicarle.

Ciò che oggi sembra facile e scontato fu allora il prezzo pagato da una intera generazione.

La storia a volte si ripete anche contro la nostra volontà e non sempre è favorevole ai destini dell’uomo.

Ci fu lotta affinché ci fosse pace, ci furono scontri e ribellione perché potesse prevalere una lunga stagione di concordia nazionale, ci fu eroismo perché seguisse un’esistenza comunitaria scandita sulle regole del rispetto e della dignità, del singolo, di tutti.

Questo non possiamo dimenticarlo: non c’è evoluzione sociale, non c’è progresso, non ci sono tempi nuovi e moderni che possano offrire a qualcuno il pretesto di cancellare quelle pagine ispirate all’anelito della riconquistata libertà.

Eppure anche su questa pagina di storia si apre il dissenso interno al Governo in carica: chi si schiera con i partigiani e chi disdegna la ricorrenza.

Se oggi c’è ancora tra noi chi visse quel fermento, chi combatté, chi nutrì quei sentimenti di slancio e di dedizione, si alzi e parli a tutti, in nome di quei valori che ispirarono la concordia e la condivisione che oggi mancano a questa società, troppo abituata ad esser libera fino a farne motivo per il trionfo degli egoismi e delle diaspore, degli interessi personali sul bene comune.

E chi, per età, non fu presente taccia e ascolti: non è una lezione effimera e stucchevole quella che mette in guardia dal pericolo che la storia si ripeta, esprimendo rigurgiti ideologici totalitari.

Quella storia, quell’epoca, quei valori riguardano la vita dei nostri padri, dei nostri vecchi, di coloro che non esitarono un solo attimo a mettersi in gioco per il bene comune.

Leggo – tra le altre parole scritte sul “certificato al patriota n.° 33135” che fu assegnato a mio padre dal Comandante in capo delle Forze Armate Alleate in Italia - Generale Alexander (che costituisce per me il ricordo più autentico della sua integrità morale e mi fa scoprire adesso – nella mia agiata maturità – quanto poco mi parlò di se stesso e dei sacrifici della sua gioventù, come fecero tanti altri padri schivi nel far pesare ai propri figli il dono di una vita normale): “Col loro coraggio e la loro dedizione i patrioti italiani hanno contribuito validamente ala Liberazione dell’Italia e alla grande causa di tutti gli uomini liberi. Nell’Italia rinata i possessori di questo attestato saranno acclamati come patrioti che hanno combattuto per l’onore e la libertà”.

A cominciare da me stesso e guardandomi in giro – un’occhiata di riguardo la riserverei ai politici di ieri e di oggi – mi chiedo e mi interrogo, non senza un sentimento di colpa e di vergogna – se non l’onore ma almeno il rispetto la Patria abbia poi davvero riservato a uomini come questi o se invece il loro sacrificio non sia stato alla fine, tristemente vano.

 

 

 

 

* Già funzionario ispettivo del MIUR