Ultimo Aggiornamento:
07 dicembre 2019
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Il sistema dei partiti e l'accelerazione delle stagioni politiche

Luca Tentoni - 20.04.2019
partiti elezioni europee

Le elezioni europee, con la loro cadenza quinquennale, ci costringono - nostro malgrado - a fare i conti con un passato che teoricamente è prossimo, ma che in politica (nella politica italiana degli anni Dieci) è invece remoto. Nel 2014, il raffronto fra un Pd improvvisamente arrivato al 40,8% dei voti e quello del 2009 (26,1%) - nato da venti mesi ma già in crisi - era improponibile. Fra le due elezioni era trascorsa la stagione difficile del partito, poi il rilancio alle amministrative del 2011-'12, quindi il sostegno al governo Monti, poi la "non vittoria" alle politiche del 2013 e tre "primarie" (due vinte da Bersani nel 2009 e nel 2012, la terza da Renzi nel 2013), passando per la tormentata rielezione di Napolitano, il breve percorso del governo Letta e l'arrivo a Palazzo Chigi dell'ex sindaco di Firenze. Altrettanto inadeguato era il confronto fra la rinata Forza Italia berlusconiana del 2014, al 16,8% dei voti e quel Pdl che nel 2009 era all’apice della forza elettorale (35,3%) e del consenso. Oltre alle numerose e note vicende personali e giudiziarie del Cavaliere, si era assistito alla liquefazione di milioni di consensi conquistati prima da Forza Italia e An, poi dal Pdl nel primo quindicennio della Seconda Repubblica, passando da una fase durante la quale il centrodestra sembrava forte e imbattibile (2009) ad una prima crisi (2010) e al crollo (2011-'12), seguito da un risultato elettorale nazionale disastroso (2013). Il cambiamento maggiore, però, lo aveva avuto il M5s, che nel 2009 era poco più d'una idea (sia pure già sviluppata, ma non testata sul piano elettorale) e che nel 2014 arrivava alle europee avendo conquistato prima un capoluogo come Parma (2012), poi il primato fra i partiti alle elezioni politiche (Camera 2013: voto estero escluso). Anche fra un mese, come nel 2014, qualcuno giudicherà improprio confrontare i dati delle europee con quelli delle politiche, ma - come allora - il voto per l'Europarlamento segue di appena un anno quello per il rinnovo di Camera e Senato, permettendo di avere un punto di riferimento un po' meno remoto. Oggi, infatti, cosa resta dei protagonisti di allora? Il Pd ha perso rovinosamente il referendum del 2016 e le elezioni del 2018, non solo dimezzando la percentuale di voti del 2014, ma diminuendo parecchio persino rispetto al 2013. Finita l'era di Renzi, è iniziata da poco la segreteria Zingaretti, che affronta la sua prima prova elettorale importante alle europee (proprio come accadde al leader toscano). Forza Italia ha perso ulteriore terreno, tanto che Berlusconi non è più il dominus del centrodestra (anzi, forse, fra poco il centrodestra non esisterà più, rimpiazzato da qualche altra formula) ed è ormai chiusa - a favore di Salvini - la partita per la leadership dell'area (che il Cavaliere non volle avviare per tempo e che il capo leghista si è aggiudicato nelle urne, nel 2018, e poi al governo, senza dover chiedere il permesso al suo ex alleato "azzurro"). Ora fra i tre contendenti maggiori Forza Italia non c'è più (il risultato europeo, probabilmente, deciderà il destino del partito) ma c'è la Lega: non più nordista ma nazionale, non più relegata alle regioni di insediamento storico ma capace di sfondare anche al Centro e al Sud. Cinque anni fa FI era al 16,8% (ora lotta per il 10%), mentre la Lega era al 6,1% (oggi combatte per assicurarsi un comodo primo posto verso quota 30%, secondo i sondaggi). È diverso anche il M5s, passato dal 21,2% delle europee al 32,7% delle politiche, conquistando frattanto i comuni di Roma e Torino ma non riuscendo mai ad aggiudicarsi la guida di una regione; i pentastellati, oggi al governo, hanno affrontato anch'essi una mutazione, un progressivo adattamento alla vita istituzionale e alle regole del gioco politico. Ora vanno in Tv, accettano alleanze (sia pure limitatamente al "contratto di governo" nazionale con la Lega di Salvini, cioè con un partito che fino al 2018 i Cinquestelle avevano duramente contrastato) e ne prefigurano persino - in ambito amministrativo - con liste locali (per provare a vincere almeno in una delle numerose regioni a statuto ordinario nelle quali si voterà da qui alla primavera del 2020). Cinque anni sono tanti: cambiano i principali leader (ieri Renzi, oggi Zingaretti; ieri Grillo, oggi Di Maio; ieri Berlusconi, oggi Salvini) e mutano - rapidamente, con un elettorato disposto a cambiare voto o ad astenersi senza più troppe remore - nel giro di pochi mesi. Persino il raffronto con le politiche - per Lega, M5S e FI, forse un po' meno per il Pd - potrebbe essere molto vistoso; figurarsi quello col 2014. La domanda da porsi, dunque, guardando in prospettiva, non è cosa uscirà dalle urne del 26 maggio, ma quale quinquennio attende il Paese e il sistema dei partiti. Quale raffronto sarà possibile e plausibile, nel 2024, con i dati delle europee 2019?