Ultimo Aggiornamento:
03 dicembre 2022
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L’Italia nella crisi ucraina

Paolo Pombeni - 23.03.2022
Italia e Russia

Ha suscitato qualche apprensione la sparata di un medio funzionario del Ministero degli Esteri russo sulle “conseguenze irreversibili” che peserebbero sull’Italia nel caso continuasse ad appoggiare una politica sanzionatoria nei confronti del suo paese. Come si sa queste uscite sono sempre ambigue. Non è facile capire se il funzionario, con un passato di console russo a Milano e vari rapporti col nostro paese da cui ha ricevuto anche onoreficenze, parlasse su iniziativa personale per conquistarsi dei meriti o se agisse per mandato dei suoi vertici. Quali possano poi essere queste conseguenze irreversibili non è poi molto chiaro, perché qualsiasi ritorsione è di per sé reversibile, sia pure magari a fatica.

Si è subito parlato di un attacco a quello che è considerato “l’anello debole” della UE e della Nato, per aprire una breccia dove si riteneva più facile farlo, considerando anche la presenza da noi di un dibattito pubblico da politica spettacolo, dove c’è una buona presenza di “alternativi” a vario titolo alle attuali politiche concordi con UE e Nato. Resta il fatto che bisogna capire quali siano le ritorsioni in grado di colpirci così duramente. Certamente ci sono le nostre dipendenze da alcuni settori dell’export russo (il gas è la punta di diamante), ma si tratta pur sempre di qualcosa che almeno in parte condividiamo con altri nostri alleati (per esempio la Germania per quanto riguarda il gas), i quali non vengono attaccati con argomenti così ricattatori.

I giornalisti più abili non ci hanno messo molto ad intuire a quali scheletri nell’armadio potessero alludere i russi: ai molti e pasticciati rapporti che singoli politici e governi hanno intessuto in passato con Mosca, secondo l’illusione un tempo molto diffusa, che desse gloria mostrarsi capaci di scavalcare i tradizionali perimetri delle relazioni internazionali italiane.

L’aveva fatto con la sua abituale superficialità Berlusconi, che però probabilmente non è andato oltre un po’ di sceneggiate. Sappiamo che su quel terreno si è spinto anche Salvini, presumibilmente meno abile nel tenersi lontano dal sottobosco dei trafficanti che lavorano in queste pseudo mediazioni pro Mosca (sono molti più di quanto non si immagini e operano cercando di coinvolgere tutto quel che trovano, anche persone lontane dalle prime file della politica). Quel che è più preoccupante è che c’è stata una alta dose di ambiguità nelle relazioni che furono intessute da Giuseppe Conte nei suoi due governi, sostenuto in fasi alterne tanto dalla Lega quanto dai Cinque Stelle.

Nessuno sa cosa ci sia veramente dietro quelle incaute mosse in politica estera, che non si diressero solo verso Mosca, ma anche verso Pechino, ma per paradosso è relativamente importante. Anche se non ci fossero state più che ingenuità e mosse avventate, ma senza gran contenuto, al sistema russo potrebbe non risultare difficile lasciar fuggire insinuazioni, indiscrezioni e quant’altro per gettare la politica italiana in un ginepraio. Da Mosca c’è da attenderselo, visto quello che hanno già fatto per esempio intervenendo nelle campagne presidenziali americane. Se poi avessero in mano qualcosa di più solido, il che non può essere escluso, perché come si è visto in altri casi i russi hanno una certa abilità nel costruire trappole, le ricadute potrebbero essere anche molto pesanti.

In questo momento il loro bersaglio grosso è il premier Draghi che ha schierato l’Italia da subito nell’ambito del binomio Ue-Nato. Un’operazione di attacco alla sua leadership l’abbiamo già vista con i volonterosi putiniani di casa impegnati a diffondere la lettura che Draghi non era poi così importante, visto che non veniva coinvolto nei vertici internazionali importanti. Temiamo che in parte queste mancanze di riguardo fossero state indotte dalle riserve che americani, francesi, tedeschi e britannici hanno verso alcuni membri della maggioranza che tiene in piedi il nostro governo. Comunque adesso si sono accorti del pasticcio che innescavano e al vertice del 21 marzo Draghi è intervenuto con gli altri quattro grandi.

Il vero problema è però un altro. L’Italia entra in una sequenza elettorale difficile, i partiti, più o meno tutti, vacillano e non si capisce quale formula di governo, ovvero quale maggioranza potrà uscire dalla prova delle urne. Se nel bel mezzo di queste contese si tirassero fuori dagli armadi scheletri imbarazzanti per Conte, Di Maio, Salvini, mettiamoci anche un Berlusconi pur in declino, cosa ne sarebbe della possibilità di comporre un quadro politico all’altezza delle sfide in corso?

Una destabilizzazione di tre partiti non certo irrilevanti come M5S, Lega e FI, senza escludere che nelle campagne di disinformazione se ne possano coinvolgere altri, metterebbe il nostro paese in gravi difficoltà, tenendo presente che il tutto si situerebbe nel contesto di un sistema elettorale comunque modificato dal taglio dei seggi e di un sistema economico-sociale provato dalle concorrenti conseguenze del periodo epidemico e di quello dominato dai contraccolpi della guerra ucraina e delle sanzioni. Diventerebbe difficile fare maggioranze tanto di centrodestra quanto di centrosinistra, e anzi è probabile che in questo contesto Draghi e il suo governo salterebbero ancor prima dell’apertura delle urne.

È un quadro preoccupante che andrebbe analizzato predisponendo opportune difese prima di trovarci a doverlo gestire in pieno. Sarebbe un bel compito per una politica all’altezza della crisi in corso, ma anche di una opinione pubblica che volesse lasciarsi alle spalle i cascami di una cultura delle fughe nell’utopia e/o nella demagogia. Roba che ormai ha fatto il suo tempo e non serve più.