Ultimo Aggiornamento:
28 gennaio 2023
Iscriviti al nostro Feed RSS

L’incognita del Terzo Polo

Paolo Pombeni - 30.11.2022
Terzo Polo

Si può discutere se l’alleanza fra Azione e Italia Viva sia appropriatamente definita “terzo polo” o se, visto che i Cinque Stelle non vogliono fare “polo” col PD e che hanno il doppio dei suoi consensi, non sia più esatto definirla un “quarto polo”. Non è una questione di lana caprina, se vogliamo ragionarci un poco.

L’idea del terzo polo nasceva dalla tesi che esistessero due poli tradizionali, la destra e la sinistra, certamente piuttosto divisi e variegati nelle rispettive compagini, ma tenuti insieme ciascuno dalla normale divisione in due del campo politico. Si trattava di vedere se in mezzo ci fosse spazio per un qualcosa che non voleva appartenere né all’uno, né all’altro campo. Da questo punto di vista è una vecchia questione non solo della politica italiana, e cioè lo spazio che ci può essere per un partito “di centro”. Nella nostra storia l’esperimento di maggior successo e anche l’unico di quel tipo  è stata la Democrazia Cristiana che da un lato ha rifiutato di collocarsi o nella destra o nella sinistra dello schieramento e che dall’altro ha cercato, in verità con alterne fortune, di tenersi dentro tanto istanze di destra quanto istanze di sinistra.

Nella situazione attuale il quadro è troppo confuso per riproporre qualcosa di simile. Il campo della destra è tenuto insieme, piuttosto a forza, dal rappresentare classi politiche che si considerano estranee al sistema repubblicano così come si era determinato dopo il 1945: una, FdI, perché con radici nella destra antisistema che aveva nostalgie fascisteggianti, le altre due, Lega e FI, perché nate e cresciute in opposizione al sistema della prima repubblica o in occasione del suo sfaldarsi. Il campo di quella che era “la sinistra” ha visto contemporaneamente l’unione fra ciò che restava della sinistra tradizionale (post comunista e in minima parte socialista) e la tradizione variegata della sinistra democristiana. Quel campo però è stato deflagrato dalla comparsa e dal successo, non si sa ancora se permanente o destinato ad esaurirsi, del partito demagogico-populista inventato da Grillo e Casaleggio, poi caduto nelle mani del personaggio che si erano inventati come “uomo dello schermo” e che invece li ha fagocitati.

Questo quadro non ha provocato un rinnovamento dei due campi tradizionali, ma una confusione notevole a cui si è cercato di porre rimedio inventandosi il bisogno di promuovere delle “identità” più o meno nuove per ciascuno di essi. Siamo così davanti alla rincorsa del dire qualcosa di destra e qualcosa di sinistra, sebbene si abbia l’impressione che in entrambi i casi si tratti di un “qualcosa” che non si sa bene cosa possa essere, per cui lo si desume di volta in volta dai suggerimenti che arrivano da un dibattito pubblico quanto mai stereotipato e scarso di contenuti.

Se non si ha in mente questo sfondo non si capisce il successo, tutt’altro che banale, incontrato dal nuovo raggruppamento messo in piedi dall’alleanza fra Calenda e Renzi. Una quota anche numericamente non piccola di chi partecipa al sistema elettorale, per ora intorno all’8% dei consensi, ha testimoniato che l’offerta del duo rispondeva ad una domanda presente nel Paese. La cosa è tanto più significativa se si pensa che si tratta per lo più di un consenso qualificato, molto presente nelle aree più acculturate dell’opinione pubblica. Ciò che però stupisce è che si ha l’impressione che il sodalizio fra Azione e IV non valuti bene la novità di questo loro successo.

Al momento pare che il nuovo soggetto sia in qualche modo prigioniero di due dinamiche concorrenti fra loro. La prima è la leadership mediatica di Calenda e di Renzi, uomini più da palcoscenico per la fascinazione delle platee che pazienti costruttori di una rete di consensi che metta a frutto le potenzialità che stanno dentro il loro elettorato. La seconda è la costruzione del nuovo “partito” come una fusione fredda fra reduci da varie e magari divergenti esperienze nel confuso universo dell’ultimo ventennio. Un fenomeno che non offre grandi aspettative di risultati, perché basta considerare la fine che sta facendo il PD che quella strada ha già percorso.

Il problema è che al nuovo raggruppamento non possono bastare generiche etichette come “liberale”, “riformista” o simili. È necessario che si metta in condizione di fornire un certo inquadramento alle sue proposte, perché non può campare a lungo sfruttando solo la critica alle debolezze altrui, sia della destra che della sinistra. In una società percorsa dal trauma di un cambiamento epocale che si percepisce con sempre maggiore evidenza è possibile trovare inizialmente consenso denunciando gli utopismi di chi vuole in qualche modo riportarsi a valori vagamente attribuiti al buon tempo antico e di chi propone di non tenere conto del mondo così com’è perché tutto si può fare in modo radicalmente differente e senza costi. È dubbio invece che questo consenso si possa mantenere se non gli si costruisce intorno un progetto sulla società politica che si vuole costruire, sui modi e metodi per restaurare solidarietà sociali necessarie, sulle nuove sistemazioni istituzionali per raccordare partecipazione dei cittadini e capacità di decisione da parte di chi dirige.

Questo lavoro non può essere fatto semplicemente sulla base di “discorsi” e neppure, se preferite, di “ragionamenti”. Va costruito nelle esperienze concrete di partecipazione e di coinvolgimento, cioè in quello che era la vita dei partiti, quelli “veri”, presenti sul territorio e fra la gente. Per questo non basta, anzi a volte è d’inciampo, la federazione di notabili politici ciascuno col suo seguito di clienti e pretoriani. Il futuro del terzo polo sarà in dipendenza dalla sua capacità di scendere su questo terreno.

Nella attuale congiuntura uno snodo dinamico che liberi la politica dal teatrino delle competizioni sulle cosiddette “identità” sarebbe davvero utile: rilancerebbe la crescita del nostro Paese riportando la vita politica al suo rango di forza propulsiva e aggregante, senza farle perdere il pluralismo che è altrettanto necessario.