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28 ottobre 2020
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I problemi del dopo-voto

Luca Tentoni - 29.10.2016
Donald Trump vs Hillary Clinton

A pochi giorni dal voto per la scelta del nuovo presidente degli USA, un quotidiano statunitense (USA Today) ha dedicato un dossier al tema "Red blood, blue blood: How do we begin to heal after Clinton vs. Trump?" chiedendo ad alcuni giornalisti come hanno fatto (o possono fare) alcuni paesi a superare divisioni gravi (la Brexit, la crisi economica). Nella premessa si ricorda che l'elezione del 2000 (con i voti contestati della Florida e la battaglia fra George W. Bush e Al Gore) fu accesa e seguita da polemiche, ma oggi "le ferite sono più profonde: se Trump perde, cosa succede ai suoi sostenitori, molti dei quali arrabbiati bianchi che già ritengono di essere stati lasciati indietro? E se Hillary Clinton perde, cosa succede ai suoi sostenitori, tra cui molte minoranze che si sentono frustrate, sotto attacco, e le donne che avevano sperato di rompere un enorme soffitto di cristallo?". In altre parole si tratta di ricomporre una sorta di "unità nazionale" minata tuttavia da conflitti di antica data, difficili da superare. La campagna elettorale statunitense del 2016 ha finito per accentuare le divisioni e i rancori, alimentando inoltre la disillusione. Molti sondaggi indicano che i due candidati in lizza saranno votati da molti solo perchè si è in mancanza di meglio. Nel dossier si citano eventi traumatici come "Brexit", ma anche da noi è prossima una consultazione popolare dagli effetti potenzialmente dirompenti: il referendum costituzionale del 4 dicembre. Nel nostro paese le divisioni sono in gran parte diverse rispetto a quelle che caratterizzano gli USA, ma hanno radici lontane. Affiorano tuttavia alcune similitudini fra la "cultura politica" della Seconda Repubblica e alcuni episodi o caratteristiche della campagna elettorale americana: Trump che minaccia di non riconoscere l'eventuale sconfitta, adombrando l'ipotesi di brogli; l'elettorato del candidato repubblicano che - interpellato nei sondaggi - non prende del tutto le distanze da certi atteggiamenti "sconvenienti" di Trump; la tendenza ad un voto per il candidato più vicino per timore dell'altro (i duellanti si sono persino mandati a dire - neanche troppo velatamente - che la vittoria dell'avversario rappresenterebbe il trionfo del male); l'enfatizzazione e/o la manipolazione di temi sensibili allo scopo di condurre gli elettori incerti nel proprio campo. Tutto ciò non ci ricorda il 1948, quando le elezioni politiche e la competizione fra Dc e Fronte popolare (Pci-Psi, come rammentavamo nel precedente intervento su Mentepolitica) appariva agli italiani come una prova dopo la quale ci sarebbero stati solo perenni vincitori ed eterni vinti e nulla sarebbe rimasto come prima? Ma soprattutto, guardando alle tecniche di comunicazione, alla battaglia che ormai non si gioca più fra le folle ma in televisione e sui social network, la campagna presidenziale degli USA non somiglia ai ventidue anni di contrapposizione frontale che hanno segnato la Seconda Repubblica? È paradossale, ma da noi l'anticomunismo non è mai stato così forte, dalla fine degli anni Settanta, se non dopo il 1994. La competizione richiedeva una scelta binaria e bipolare, che è fisiologica in tutte le democrazie mature: ma in quel tempo si è scelto il registro peggiore. Anzichè basare tutto sulla credibilità dei candidati nei collegi uninominali e dei programmi delle coalizioni, si è proceduto a individuare un nemico e a raccogliere intorno ad un polo e all'altro le forze non per combatterlo, ma per annientarlo. In questi 22 anni abbiamo troppo spesso sentito dire - forse in momenti di involontaria autocoscienza di alcuni personaggi politici - che non si va a vincere le elezioni, ma a "prendere il potere". È esattamente l'opposto di quel che diceva Giovanni Spadolini: "si va al governo, non al potere, e sempre con le valigie pronte". Nelle cronache della campagna elettorale americana abbiamo trovato anche velate minacce (di arresto, per esempio, o di rivelazione di segreti infamanti). La campagna elettorale del 2006, l'ultima fra Prodi e Berlusconi, non fu molto diversa. Il leader del centrodestra, concluso lo spoglio delle schede, contestò il risultato, negando legittimità all'affermazione (sia pure molto risicata) dell'Unione alla Camera dei deputati. Le "macchine del fango" contro gli avversari ci hanno accompagnati per anni. Gli insulti quotidiani sui social network - che ora sono dilagati e usati come strumento più aggressivo e volgare di lotta politica - hanno preso il posto dei confronti sul merito. Per certi versi, osservando il livello del dibattito italiano sul referendum costituzionale, ci sembra che il duello fra la Clinton e Trump sia, tutto sommato, più "strano" per gli americani che per i gusti e le abitudini nostrane. Pertanto, a questo punto, siamo forse noi italiani a dover compiere la riflessione proposta agli statunitensi dal quotidiano USA Today: "If we don't do something about the chasm, it will get worse, challenging institutions and eating at the basic core of what makes us a nation". Se una forma di ricomposizione a livello politico nazionale (di vertice) è sempre possibile (anche se i principali partiti sono "obbligati" a mantenere sempre un certo livello di tensione nel clima per marcare le differenze con alleati e avversari), le divisioni che più preoccupano sono fra gli elettori. Dopo mesi di scontri feroci - per fortuna non fisici - che certo non invogliano al voto quel buon terzo (se non di più) della comunità nazionale indeciso e potenzialmente astensionista (che sceglie di "chiamarsi fuori" per indifferenza, disgusto, mancanza di fiducia nelle istituzioni e nella classe politica e per numerose altre ragioni economiche e sociali di vario genere) i due fronti rimasti a combattersi dovranno misurarsi con la prova più difficile, dopo l’esito delle urne: la smobilitazione dei loro "eserciti". Ciò sarà molto più difficile se il risultato del referendum verrà deciso da poche centinaia di migliaia di voti, come accadrebbe se - visti i sondaggi - si andasse alle urne oggi. Cosa accadrà a questa società già sfibrata, provata dalla crisi economica, sottoposta ad uno scontro brutale non sul merito di una revisione costituzionale ma su argomentazioni che con il "sì" e il "no" non hanno - e non dovrebbero mai avere - nulla a che fare? Quanti saranno i "reduci", che, come il personaggio di Crozza (“Napalm51”) continueranno - sia pure dalla tastiera di un computer, o almeno si spera - la loro battaglia "all'ultimo sangue" dal 5 dicembre in poi? Il problema è che nessuno dei due fronti sembra aver pronto un "piano di pace" per il dopo. Sarà difficile saper vincere e ancor di più (come ci ricordano gli aneddoti raccolti in un recente volume di Filippo Maria Battaglia e Paolo Volterra per Bollati Boringhieri) bisognerà saper perdere. Quale società, quale unità nazionale (intesa come comunione d'intenti, non come formula politica) uscirà dal confronto del 4 dicembre? E quale sarà il grado di accettazione del sistema, atteso che in caso di vittoria del "no" i sostenitori del "sì" riterranno le norme non modificate dalla riforma obsolete e dannose, mentre con la vittoria dei "sì" i fautori del "no" non considereranno affatto la Costituzione "novellata" come "la più bella del mondo"? La Seconda Repubblica che va a concludersi il 4 dicembre (indipendentemente dall'esito del voto) lascia alla Terza il suo frutto avvelenato: le scorie culturali e politiche di un conflitto perpetuo durato 22 anni sotto varie forme e con "eserciti" diversi sul campo non sembrano destinate a dissolversi in fretta. A meno che non emerga una chiara volontà politica comune alle parti in causa che prefiguri il "dopo" e annunci - comunque vada - una grande iniziativa di pacificazione nazionale. Una sorta di “terzo tempo”, come nel rugby.