Ultimo Aggiornamento:
17 luglio 2019
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La fine del "ciclo politico regionale"

Luca Tentoni - 06.07.2019
Consiglio regionale

È tempo di anniversari. Se nel 2018 le elezioni politiche si tenevano esattamente settanta anni dopo il voto per la Prima legislatura repubblicana, nel 2019 si è andati alle urne per le europee, quaranta anni dopo il primo appuntamento con la consultazione per l'Europarlamento. Nel 2020 il voto per l'elezione dei consigli delle regioni a statuto ordinario compirà cinquanta anni. Mezzo secolo che si può dividere in due periodi, più una tappa di transizione. Dal 1970 a tutto il 1990, le elezioni chiamavano alle urne i cittadini di ben quindici regioni italiane: si votava con la proporzionale; i partiti presentavano i propri simboli tradizionali in tutte le regioni, avendo cura di considerare il "test" amministrativo come una tappa verso le successive elezioni politiche. Come accadrà dal '79 per le europee (nelle quali, tuttavia, sarà costante il voto "in libera uscita", molto più marcato che alle regionali), dal 1970 il rinnovo dei consigli ha rappresentato il termometro più affidabile per i partiti. Nel 1975, l'avanzata del Pci alle regionali (col partito di Berlinguer al 33,5% contro il 35,3% della Dc) rese concreta la possibilità del "sorpasso" (un tema che caratterizzò un intero anno di dibattiti politici, fino al voto del 20 giugno 1976). L'anno successivo, alle politiche, i democristiani fecero appello a quello che oggi si definisce "voto utile" ("turarsi il naso e votare Dc", diceva Montanelli), restando su quota 38,7% e conservando la prima posizione davanti ad un Pci salito fino a quota 34,4%. C'è da dire che lo scarto fra Dc e Pci, che nel '75 era stato appena dell'1,8% e che nel '76 era salito al 4,3%, va visto raffrontando gli esiti del voto nelle sole 15 regioni ordinarie, dove alle politiche del 20 giugno la Dc ebbe il 38,5% e il Pci il 35,6%: il divario risultava pari al 2,9%, con i democristiani che guadagnavano il 3,2% sulle regionali e i comunisti che progredivano del 2,1% rispetto al 1975. Il valore "predittivo" del voto nelle regioni ordinarie fu confermato nel 1990 (col crollo del Pci e l'ascesa della Lega lombarda), anche se, nel caso dei socialisti, le percentuali ottenute in ambito locale erano sempre ingannevoli, perché superavano di gran lunga quelle delle politiche (si trattava di voti che arrivavano al Psi, in una situazione di maggior debolezza strutturale della Dc alle regionali, in un quadro nel quale i "sorpassi" locali non avevano importanza come quello nazionale; il voto ai laico-socialisti, perciò era di solito più consistente nel "test" delle quindici regioni ordinarie che alle elezioni parlamentari). Nel 1995, con un nuovo sistema elettorale, un nuovo sistema dei partiti, la presenza di coalizioni e la "designazione" (non elezione diretta formale) del presidente, si attuava la transizione verso la seconda fase della storia del voto nelle quindici regioni ordinarie. Transizione compiuta nel 2000, con un elemento di continuità rispetto alla Prima repubblica: a determinare il successo o la sconfitta non erano più i voti di lista (anzi: in ambito locale si formavano liste "del presidente" che talvolta diluivano i consensi a quelle tradizionali della stessa coalizione) ma le "bandierine", cioè il numero delle regioni conquistate dai due poli maggiori. Il primo a farne le spese fu il governo D'Alema: il presidente del Consiglio, che aveva commesso l'imprudenza di accettare la sfida di Berlusconi, fu costretto a lasciare Palazzo Chigi a Giuliano Amato dopo il rovescio del centrosinistra alle regionali. Cinque anni dopo sarebbe stata l'Unione prodiana a vincere in tutte le regioni tranne che in Lombardia e Veneto, mettendo in crisi l’Esecutivo guidato da Berlusconi e costringendo il Cavaliere a passare per una crisi di governo pur di restare ancora un anno a Palazzo Chigi. Nel 2010, poi, fu la volta delle primissime liste "grilline", soprattutto in Emilia-Romagna (6% ai pentastellati e 7% al candidato presidente Favia). Quella fu l'ultima elezione a ranghi quasi completi (si votò in tredici regioni su quindici: in Molise il primo sfalsamento avvenne nel 2001, in Abruzzo nel 2008). Terremoti politici e vicende giudiziarie costrinsero molti consigli regionali, fra il 2011 e il 2014, a rinnovarsi anticipatamente. Così, nel 2015, le elezioni si tennero "alla scadenza naturale" solo in sette regioni su quindici (Campania, Liguria, Marche, Puglia, Toscana, Umbria e Veneto), riducendo la portata politica del "test". Nel 2020, probabilmente, si voterà solo in sei regioni (senza l'Umbria), rendendo l'appuntamento con questo tipo di consultazione molto meno rilevante che in passato: basti pensare che nel 2019 si sono svolte o si svolgeranno le elezioni in sei regioni ordinarie (Abruzzo, Basilicata, Piemonte, Calabria, Emilia-Romagna, Umbria). Il rito quinquennale inaugurato nel 1970 finirà così, col turno del 2020 che vedrà al voto un numero di regioni “ordinarie” pari a quello del 2019, per depotenziare il suo significato politico e chiudere una stagione durata mezzo secolo durante la quale la sorte di un governo o di un partito potevano essere messe seriamente in pericolo da un voto locale di importanza inferiore solo a quello delle politiche (e forse sullo stesso piano, se non al di sopra, delle europee).