Ultimo Aggiornamento:
15 dicembre 2018
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La festa appena cominciata è già finita

Stefano Zan * - 28.11.2018
Maurizio Martina

La prima parte del congresso del PD, appena avviata ufficialmente, in realtà è già finita con i seguenti risultati.

Il partito si conferma come partito plurale, cioè strutturalmente fondato e governato dalle correnti, nonostante tutti, con scarso senso del ridicolo, facciano appello all’unità dello stesso sia per l’oggi che per il domani.

Le correnti sono almeno sette, quanti sono ad oggi i candidati, ma altre vivono nell’ombra o non sono ancora uscite allo scoperto.

Le nuove correnti sono in gran parte diverse da quelle precedenti a seconda di come si sono schierati ex renziani ed ex anti renziani e a seconda della caratura personale dei candidati.

Nel giro di un paio di settimane avremo il peso relativo di ciascuna corrente determinato dall’appoggio che i maggiorenti di partito, nazionali e locali, hanno già dichiarato a favore dell’uno o dell’altro candidato.

Il voto degli iscritti e dei militanti seguirà quello dei maggiorenti del partito con variazioni al più assolutamente marginali.

Nessuna corrente avrà la maggioranza assoluta e i voti interni si disperderanno tra tre candidati di peso e quattro candidati di bandiera.

Il tutto, e questo è interessante, senza che si sia parlato di strategie, di programmi, di parole d’ordine, di autocritiche in modo tale che i cittadini interessati potessero capire le differenze tra i vari candidati.

Che il congresso di un partito, di qualsiasi partito, serva a fare la conta interna è assolutamente normale e fisiologico. Ma ci sono dei momenti storici in cui la crisi del partito è talmente grave che solo un leader carismatico, forte, unico e con le idee chiare è in grado di traghettare lo stesso partito fuori dalla situazione difficile in cui si è venuto a creare.

Questo non sarà certo il caso del PD in questa occasione in ragione delle sue dinamiche interne che non sono minimamente cambiate nemmeno a fronte di una sconfitta così pesante.

Resta la seconda parte del congresso, quella delle primarie e qui si aprono altre logiche ed altre dinamiche.

Dopo i risultati del 4 marzo non è affatto detto che siano ancora così numerosi i cittadini interessati/disposti a recarsi ai gazebo per esprimere le proprie preferenze e una scarsa affluenza alle primarie sarebbe una sconfitta pesante per qualsiasi segretario.

Ma cosa può indurre un elettorato comunque depresso, smarrito, scoraggiato a esprimere le sue preferenze per un candidato che è comunque espressione delle vecchie logiche di partito? La risposta non è semplice ma è proprio su questo che si gioca la seconda parte del congresso, quella che conta davvero perché è quella che darà il senso e il peso che il PD ha ancora nella società.

E questa volta le logiche interne di partito, le dinamiche tra correnti, gli endorsment dei vari leader, non solo non valgono più ma rischiano di essere controproducenti.

Votando alle primarie per Prodi i cittadini hanno dato un largo consenso a un leader che non era di partito. Votando per Renzi o Bersani i cittadini hanno scelto tra due posizioni chiaramente alternative. Per chi e per cosa saranno chiamati a votare alla prossima occasione? Questo al momento non lo sa davvero nessuno ma è lo spazio vero in cui si gioca non tanto il congresso quanto la prospettiva della sinistra nel nostro Paese.

Il congresso non è partito bene. Le vecchie logiche di partito sono ancora profondamente radicate. La comunicazione politica è novecentesca e non è capace di utilizzare le potenzialità del digitale. Di programmi, visioni, strategie non si sa ancora nulla. Comunque la prima parte del congresso di fatto è già conclusa. Resta da giocare la seconda. Le prossime settimane e i prossimi mesi ci diranno se tra i candidati c’è un vero leader, uno capace di risollevare (non ostante il partito verrebbe da dire) quel non poco di sinistra che ancora c’è nel Paese.

 

 

 

 

* E' stato docente universitario di Teoria delle organizzazioni. Il suo blog è ww.stefanozan.it