Ultimo Aggiornamento:
12 giugno 2021
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L’Europa della “resilienza”: il fascino discreto di una parola-simbolo tra presente e futuro

Raffaella Gherardi * - 02.06.2021
Draghi e Der Leyen

Non c’è bisogno di grande spirito di osservazione per mettere in luce come il termine “resilienza” sia divenuto particolarmente nel corso del nuovo millennio (e secondo una parabola ascensionale fortemente e rapidamente accentuata verso l’alto in corrispondenza con l’esplosione della pandemia covid 19) la parola chiave per eccellenza di larga parte della pubblicistica scientifica e della cultura diffusa a vari livelli. Basta fare un rapido giro su internet per avere una prima testimonianza della grande quantità di libri e pubblicazioni che, a partire da saperi scientifici diversi, in casa nostra e in Europa, fanno della resilienza una sorta di grido di battaglia intorno al quale coagulare ogni sforzo ed energia per attraversare la/le crisi e farvi fronte in modo vincente da parte dei singoli individui o della società nel suo complesso. Resilienza, resiliencia, resilience, résilience, resilienz: ecco il fortunato concetto che, declinato in diverse lingue, si fa strada fino a divenire una rassicurante parola simbolo da rilanciare tanto più forte nella drammatica temperie di una pandemia che travolge ora la vita degli uomini e delle donne nel mondo intero, a livello individuale e collettivo. La sfida vincente dell’“uomo resiliente” alle crisi, capace di affrontarle e di uscirne semmai rafforzato (prendo in tal senso a prestito l’evocativo titolo del volume di un noto esponente delle scienze neurologiche, Raffael Kalisch: Der resiliente Mensch. Wie wir Kriesen erleben und bewȁltigen) viene giocata a tutto campo non solo nel dibattito politico ad ampio spettro, ma da parte dei più alti vertici della politica e delle sue più importanti istituzioni. L’Unione Europea rappresenta certamente l’emblema per eccellenza di questo riorientamento della politica nel segno della resilienza, costantemente presentata quest’ultima come faro guida delle scelte progettuali più innovative dell’Europa e degli Stati che ne fanno parte. Next Generation UE, Recovery and Resilience Facility Plan e, relativamente all’Italia, il tante volte richiamato PNRR, Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza rappresentano punti di riferimento obbligati della Politica con la “p” maiuscola e del dibattito politico in senso lato. Anche gli altri piani nazionali presentati a Bruxelles entro il 30 aprile pongono fin dal titolo nel dovuto risalto il concetto guida della “resilienza”, accanto a quello della “ripresa”: si vedano per esempio il piano francese (Plan National de releance et de résilience) o quello tedesco (Deutscher Aufbau-und Resilienzplan) o quello portoghese il cui titolo significativamente rimarca il tema della costruzione del futuro (Recuperar Portugual, Construindo o Futuro. Plano de Recuperação e Resiliência).

 La “resilienza dell’ Europa” è stata da ultimo più volte portata alla ribalta anche nel corso di summit di altissimo livello, svoltisi sulla scena internazionale nel mese di maggio, dal Porto Social Summit (7 maggio) fino all’appuntamento del G20 del Global Health Summit, svoltosi, quest’ultimo, sotto la presidenza congiunta von der Leyen/Draghi (Roma, 21 maggio). “Costruire un’Europa più resiliente” è dunque l’indirizzo generale condiviso che viene posto in risalto per rispondere alle diverse “sfide” (altro usatissimo termine dell’era pandemica) e ai problemi ai quali la politica, le istituzioni, la società, i cittadini tutti d’Europa sono chiamati a dare urgenti risposte al fine di ridisegnare il ruolo della UE nello scenario mondiale e globale e di rafforzarne il ruolo di protagonista di primo piano. Inaugurando il 9 maggio, in occasione della festa dell’Europa, l’avvio dei lavori della Conferenza sul futuro della UE, David Sassoli per il Parlamento europeo, António Costa per il Consiglio, Ursula von der Leyen per la Commissione, hanno sottoscritto una Dichiarazione congiunta il cui titolo integrale suona già di per sé emblematico delle ambiziose linee programmatiche di cui sopra: Dichiarazione comune sulla Conferenza sul futuro dell’Europa. Dialogo con i cittadini per la democrazia. Costruire un’ Europa più resiliente.

 Una grande fascinazione per la “resilienza” sembra dunque in atto sulla politica attuale; si tratta di un termine fortemente comunicativo, versatile, evocativo di molteplici declinazioni positive da chiamare tutte a raccolta, a livello individuale e collettivo, per uscire dalla drammatica crisi innescata dalla pandemia. Ma come ha fatto un termine tecnico, inizialmente noto a pochi specialisti (in ingegneria e fisica la parola “resilienza” indica sinteticamente la capacità di un determinato materiale di resistere a un urto), a divenire nel corso dei primi due decenni di questo secolo una parola di così grande successo, fatta propria da ambiti e settori disciplinari differenti, dal mondo della cultura in generale e ritenuta anche a livello di senso comune carica di speranze e aspettative? Se il termine in oggetto si è trasformato in una sorta di passe-partout interdisciplinare (dall’informatica alle scienze psicologiche, all’economia alle scienze sociali nel loro insieme) fino a dilagare anche negli ambiti quotidiani, c’è per caso qualche suo lato oscuro che di primo acchito sfugge e di fronte al quale occorrerebbe mostrare qualche accortezza? Alcune voci critiche di fronte agli interrogativi appena posti e soprattutto a questa specie di unanimistico e virtuoso imperativo categorico alla resilienza (invocato da chiunque desideri ergersi ad artefice di nuove ricette per uscire vincitori da una situazione avversa)  cominciano a farsi strada da più parti, sia per quanto riguarda la capacità di un sistema di affrontare con successo eventi che ne minacciano gli equilibri costitutivi, sia in relazione alla possibilità dell’individuo di reagire positivamente a situazioni traumatiche. Lasciando da parte considerazioni specifiche sulle criticità o contraddizioni afferenti l’uso della parola “resilienza” (cfr. in tal senso come efficace sintesi il breve intervento di Elisa Conz, Resilienza \ La parola simbolo del 2020, https://fondazionefeltrinelli.it/resilienza/), occorre fermarsi un momento sulla rassicurante proiezione verso il futuro che tanti tendono ad ascriverle. D’altra parte anche prendendo semplicemente in esame la definizione di “resilienza” data dal vocabolario Treccani, qualche possibile altra declinazione rispetto al significato immediatamente positivo e innovativo che tale termine immediatamente evoca viene posta in risalto. Vi si legge infatti: « resiliènza s. f. [der. di resiliente]. 1. Nella tecnologia dei materiali, la resistenza a rottura per sollecitazione dinamica, determinata con apposita prova d’urto: prova di r.; valore di r., il cui inverso è l’indice di fragilità. 2. Nella tecnologia dei filati e dei tessuti, l’attitudine di questi a riprendere, dopo una deformazione, l’aspetto originale. 3. In psicologia, la capacità di reagire fronte a traumi, difficoltà, ecc.»

Facendo particolare attenzione al punto 2, appena indicato, e allargando il discorso alla tematica della/delle crisi in senso ampio, ci si può chiedere infatti cosa significhi togliere di mezzo aspetti deformanti e ristabilire l’aspetto originale: significa per caso ritornare allo status pre-crisi? Non manca del resto chi chiama in causa un attento e sofisticato Commento dell’Accademia della Crusca (https://accademiadellacrusca.it/it/consulenza/lelasticit%C3%A0-di-resilienza/928) a proposito del termine “resilienza”, commento in cui si sottolinea l’origine latina della fortunata parola in oggetto e nella fattispecie dal verbo resilire, corrispondente ai verbi italiani “saltare indietro, ritornare in fretta, di colpo, rimbalzare”.

Sulla scorta sia delle più entusiastiche accezioni della resilienza europea, (tante volte evocata nei documenti ufficiali della UE, quale pilastro essenziale delle nuove vie della transizione verde e della transizione digitale che si intende portare a compimento), sia di alcune criticità che il termine sembra suggerire, ai cittadini europei non resta che sperare che questa parola simbolo tra presente e futuro non si trasformi in mero afflato ideale, nascondendo sotto la cenere annosi problemi politico-istituzionali della UE stessa (e facendola così “saltare indietro” verso il passato, al di là delle migliori intenzioni conclamate in tempo di pandemia ).

 

 

 

 

* Già professore ordinario di Storia delle Dottrine Politiche – Università di Bologna