Ultimo Aggiornamento:
15 luglio 2020
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L’enigma Conte

Paolo Pombeni - 10.06.2020
Crisi di governo

Va di moda fare l’oroscopo al governo Conte: non cade, cade, quando cade, come cade, ecc. L’unica cosa su cui c’è un consenso abbastanza ampio è che per ora regge, più che altro per mancanza di alternative (il che non è il modo migliore per reggere). Una crisi al buio, di questi tempi, non è augurabile per nessuno, neppure per l’opposizione, che certo lavora perché Conte lasci Palazzo Chigi, ma vorrebbe sapere con quali scenari per il dopo. In fondo uno sfascio totale non sarebbe nell’interesse di nessuno, neppure di Salvini e Meloni, che sono politici abbastanza navigati da sapere che il salto nel buio non è lo sport più consigliabile.

Al premier viene rinfacciata l’inclinazione al solipsismo. Ne ha data ampia prova durante la fase 1 della pandemia con l’uso eccessivo dei DPCM, la mania delle conferenze stampa che tanto somigliavano al desiderio di ergersi a colui che parla a tu per tu con la nazione. Ha proseguito in sostanza nella fase 2, mitigandosi appena un poco, ed è ricaduto nel vizio all’apertura della fase 3 con l’annuncio in solitaria di aver indetto gli Stati Generali dell’Economia.

I partiti che lo sorreggono non l’hanno presa bene, ed è comprensibile. La mossa è indirizzata ad intestarsi in prima persona la guida della cosiddetta ricostruzione, cioè l’utilizzo dei fondi europei per ridisegnare gli equilibri economico-sociali dell’Italia. E’ un compito che i partiti vorrebbero gestire quanto meno in maniera condivisa, ma Conte, va detto per onestà, sa bene che se parte da una concertazione con i membri della sua coalizione finisce nel vicolo cieco delle lotte fra loro (per tacere di quelle intestine all’interno dei principali). Per questo prova a dribblare gli ostacoli, forse nella speranza di avere meno problemi a mettersi d’accordo con le parti sociali, o almeno con un certo numero di esse, perché lì in fondo quando ciascuno porta a casa quel che chiede non si impunta più di tanto contro quel che chiedono gli altri.

La mossa però è piuttosto rischiosa. Innanzitutto perché non si può dare per certo che il premier sia davvero in grado di comporre le esigenze, se non vogliamo dire gli appetiti delle varie parti sociali. Deve pur sempre passare per il parlamento, e prima ancora per gli uffici dei ministeri: due snodi dove non dispone di una sufficiente forza d’urto. L’enigma di Conte è qui: per atteggiarsi a Churchill non basta studiare la parte teatrale, il politico britannico ha avuto successo quando ha potuto incarnare uno spirito nazionale che puntava sulla sua leadership, negli altri momenti (quanto a solipsismo l’uomo ne era bene fornito) ha collezionato fallimenti anche clamorosi.

Di cosa dispone l’attuale premier per reclamare per sé la leadership della nazione? Credo quasi nulla. Non ha una storia precedente che lo legittimi, la sua performance a capo di due governi di orientamento diverso gli lascia addosso quantomeno il dubbio di un certo trasformismo, se non vogliamo chiamarlo brutalmente opportunismo. La gestione dell’emergenza non è stata male, ma neppure brillante: troppo schiacciato sugli “scienziati” per accreditarsi come colui che regge con  perizia personale il timone. Ha gestito bene il rapporto con l’Europa, mostrando che un po’ di buona educazione paga più del bullismo: abbastanza per farsi apprezzare molto in rapporto ad altri leader italiani, non abbastanza per essere considerato un vero personaggio di peso.

Per rimanere in sella, o quantomeno per uscire di scena alla grande, Conte ha dunque bisogno di mettere a segno il famoso salto di qualità. Può trovarlo negli Stati generali dell’Economia? Certamente, a patto però che sia in grado di farne un vero momento di crescita del paese e non la banale kermesse politica che si dice gli suggeriscano i suoi consiglieri per la comunicazione.

L’impresa è titanica. Prima di tutto perché mette insieme, come peraltro hanno fatto tutti i governi precedenti (ma, ricordiamolo, con risultati tra il modesto e il pessimo), un ampio numero di soggetti: non solo agenzie di rappresentanza sociale, ma “menti brillanti” (parole sue) che vedremo se saranno personaggi veramente in grado di portare forza costruttiva o le solite maschere di quella commedia dell’arte che sono i talk show (ormai inflazionati). Per farli convergere tutti a schierarsi per uno spirito veramente orientato all’interesse generale (oggi parlare di “spirito patriottico” non piace più) ci vuole una leadership che non può essere quella di un uomo solo al comando.

Il leader è il capo innanzitutto di una squadra che lui ha creato, motivato, addestrato. Sono i suoi uomini che fanno il lavoro di tessitura necessario, che gli elaborano i dossier, che fanno da ponte con l’opinione pubblica. Dov’è questa squadra? Può darsi siamo ciechi, ma non riusciamo a vederla (i collaboratori normali e i reggicoda non fanno parte di questa specie). E’ vero che al momento nessuno dei partiti di governo riesce a mettere in campo personalità che abbiano quell’appeal, che è il vero “quid”, come direbbe Berlusconi, quella cosa che, come il coraggio di don Abbondio, se uno non ce l’ha non se la può dare. Diciamoci la verità: gli servirebbe avere a fianco, tanto per fare un esempio, gente come Calenda, ma gli farebbe ombra e non ci pensa minimamente.

Perciò alla fine Conte rimane un enigma, che non verrà sciolto dalla sua azione, ma dalle circostanze. Come quelle l’hanno portato a detenere un ruolo importante, quelle metteranno fine alla sua avventura politica.