Ultimo Aggiornamento:
07 dicembre 2019
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La democrazia e le sue crisi

Andrea Frangioni * - 31.03.2018
Libertà democrazia

Si moltiplicano le grida di allarme sulla crisi delle democrazie occidentali; da ultimo si veda la rassegna di studi recenti apparsa su «La Lettura» del «Corriere della Sera» dello scorso 25 febbraio. Vale la pena, allora, interrogarsi se una prospettiva storica di lunga durata ci possa essere d’aiuto.

Il fenomeno, al fondo, è ancora quello descritto da Tocqueville: l’imponente, drammatico, sconvolgente avvento dell’eguaglianza delle condizioni, con il tramonto della società aristocratica, dei suoi valori e della visione morale e religiosa unitaria che portava con sé. Come è stato scritto, il tramonto di un modello eteronomo per affermare l’autonomia individuale.

È il fenomeno che esplode con la rivoluzione americana, la rivoluzione francese, la rivoluzione industriale. I liberali ottocenteschi ne erano figli ma al tempo stesso ne temevano le conseguenze e cercarono di limitarlo, di contenerlo: è questa la logica del suffragio limitato, del compromesso istituzionale con la monarchia e con l’aristocrazia e della ricerca di una conciliazione tra liberalismo e religione. Ed è anche, in politica estera, la ratio del principio di equilibrio e del concerto delle potenze ottocenteschi.

Ma questo compromesso nulla poté di fronte all’ulteriore cammino della democrazia: l’ingresso in politica delle masse, la nascita dei partiti socialisti e lo sviluppo dei sindacati già fecero scattare, a cavallo tra Ottocento e Novecento, l’allarme per la “crisi dello Stato”; il compromesso saltò poi definitivamente con la prima guerra mondiale che fece tabula rasa dei residui aristocratici e di Ancien Régime.

Il principio di legittimazione democratica, dal basso, dei governi rimase allora l’unico in campo ma la politica “democratica” di massa si manifestò dapprima nelle sue forme “demoniache”: il comunismo sovietico, il fascismo, il nazismo.

Ed è per questo che, dopo la seconda guerra mondiale, le democrazie furono ricostruite in realtà limitando la “democrazia” nel suo senso etimologico di governo del popolo: i sistemi postbellici sono stati appropriatamente descritti come “sistemi misti” dove all’elemento democratico della sovranità popolare si accompagna quello “aristocratico” delle corti costituzionali chiamate a vigilare sul rispetto di Costituzioni rigide. Ed anche il processo di integrazione europea non è altro che il tentativo di imbrigliare dentro regole rigide il “mostro” della sovranità statale che, abbandonata a se stessa, era degenerata nella volontà di potenza nazionalista.

Si inizia così a costruire il mondo contemporaneo, con un processo che subisce un’accelerazione a partire dagli anni Settanta. Allora infatti due fenomeni si imposero: dalla crisi di Bretton Woods si uscì con la liberalizzazione dei movimenti di capitale internazionali, colpendo ulteriormente la sovranità statale e dando il via alla globalizzazione contemporanea. Inoltre, si registrò il passaggio dalla società industriale basata su grandi soggetti collettivi (la classe operaia, i grandi sindacati, i partiti di massa), ad una società postindustriale più individualizzata e nella quale i problemi di sussistenza materiale erano, grazie al Welfare State, fortunatamente risolti: questo rese centrale il bisogno di riconoscimento, di status, degli individui e, quindi, il tema dei diritti. E da ciò derivarono, in una prima fase, battaglie civili e politiche che mantennero vitali le democrazie (su tutte, in Italia, il divorzio e la regolamentazione dell’aborto); in una seconda fase si registrò però anche la tendenza ad una “giurisdizionalizzazione” di questioni politiche: se molte aspirazioni individuali sono riconducibili a diritti di autodeterminazione già sanciti dalle Costituzioni, queste possono essere più facilmente riconosciute e tutelate dai tribunali (interni o internazionali) o dalle autorità indipendenti piuttosto che dai Parlamenti.

L’incredibile complessità in cui viviamo trova insomma la sua giustificazione in profonde ragioni storiche; al suo emergere questa complessità manifestò le sue potenzialità liberali ed “emancipatrici”, facendo crollare, ormai quasi tre decenni fa, il blocco sovietico. Oggi però domina la percezione che sia stata tradita la “promessa” della democrazia, l’idea istintiva che ciascuno di noi possa dire qualcosa sul futuro proprio e collettivo; si ha la sensazione di essere in balia di forze impersonali che non governiamo e, d’altra parte, la stessa idea di futuro, l’idea di essere inseriti in un percorso che misteriosamente ci lega a chi verrà dopo di noi - così come, attraverso la dimensione storica, a chi è venuto prima di noi - appare annebbiata in uno schiacciamento su un eterno e indeterminato presente. Anche la globalizzazione sembra aver tradito le felici promesse degli anni Novanta: il modo in cui è stata costruita ha favorito “autoritarismi mercantilisti” come quelli della Cina e della Russia, mentre i ceti medi occidentali registrano una crisi inquietante.

Il problema che quindi si pone è quello di un difficile riequilibrio. Altrimenti a prevalere saranno inevitabilmente, per una generazione, le “democrazie illiberali”, destinate a trasformarsi rapidamente in nuovi autoritarismi.

 

 

 

 


* Studioso di storia contemporanea, è autore di Salvemini e la Grande Guerra.