Ultimo Aggiornamento:
28 marzo 2020
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La democrazia e l’emergenza

Paolo Pombeni - 18.03.2020
Decreto cura-Italia

C’è un problema che inevitabilmente si determina ogni volta che c’è uno stato di emergenza ed è quello della concentrazione del potere decisionale. Senza scomodare la nota affermazione del giurista tedesco Carl Schmitt, per cui è “sovrano” chi comanda nello stato d’eccezione, basta ricordare la eterna questione del “dittatore”, che, in origine almeno, era altra cosa dal “tiranno”, e che magari può chiamarsi, in maniera meno preoccupante, il “commissario”. Insomma è la questione dell’opportunità di concentrare il potere di decisione quando ci sono emergenze, perché non c’è da perdere tempo a star lì a discutere sul che fare.
Sembrano osservazioni di buon senso comune confortate dalla storia, ma non è così. Se vogliamo rifarci ad un famoso dibattito fra Otto e Novecento, quello sulla superiorità nelle emergenze belliche dei sistemi “di autorità” rispetto al costituzionalismo liberale che si basava sul governo attraverso il confronto (parlamentare), dobbiamo ricordarci che l’assioma fu brutalmente smentito dall’esito della Prima e poi della Seconda Guerra Mondiale: vinsero i sistemi costituzionali in cui si “discuteva” e finirono sconfitti quelli autoritari e dittatoriali (lasciamo a margine il caso dell’URSS che è il solo in controtendenza).
Oggi, nel pieno dell’emergenza per il coronavirus, qualche tentazione per un ritorno al principio del manovratore che non va disturbato, magari facendolo passare per un capo carismatico, la vediamo in campo. La tentazione di governare per decreti non è un fenomeno di questi ultimi mesi, ma si va rafforzando. Soprattutto, complice la micidiale infettività del Covid-19, si sta mettendo in discussione l’opportunità di ridurre al massimo l’attività parlamentare. Una riflessione sui rischi che implica questo passaggio andrebbe pur fatta.
Lasciamo perdere citazioni che si fanno a sproposito. Chi rilancia il mito di Churchill, dimentica per esempio che la sua chiamata al governo in un momento di emergenza venne fatta dal parlamento anche col sostegno dell’opposizione laburista, che egli costituì un governo di solidarietà nazionale che vedeva al suo fianco come vice il leader dei laburisti Clement Attlee, che mai passò per la testa a qualcuno in Gran Bretagna di sospendere l’attività della Camera dei Comuni e di quella dei Lord. Il sistema si mantenne tanto “democratico” che alla fine il salvatore della patria Churchill perse le elezioni nel 1945.
Manteniamoci però concentrati sul nostro presente. E’ molto rischioso dover guidare un paese in una emergenza che non sarà affatto breve, privandosi della valvola di sfogo alle pressioni che è costituita dal parlamento. Certo queste Camere non è che abbiano sempre dato esempio di grande senso istituzionale: di gazzarre assai poco giustificabili se ne sono viste anche troppe e di dibattiti di alto profilo davvero troppo pochi. Questo spiega perché l’opinione pubblica non si mostri preoccupata di una eventuale contrazione significativa dei lavori parlamentari, ridotti più o meno ad approvare i decreti del governo ed a farlo piuttosto per le spicce.  Tuttavia limitare così drasticamente l’attività parlamentare rischia di farci scivolare in quella “democrazia illiberale” che sta diventando la preoccupazione di molti studiosi di politica.
La democrazia diventa “illiberale” quando mette da parte il meccanismo fondamentale del costituzionalismo che è il governo attraverso il confronto (government by discussion). Mantiene quel che si ritiene l’aspetto più eminente della democrazia, cioè la scelta di chi comanda attraverso le “elezioni” come se queste fossero sufficienti a dargli la “rappresentanza” dell’intero paese. Inevitabilmente così si finisce o nel plebiscitarismo manipolato (quasi tutti vengono portati artificialmente a concentrarsi sul vincitore) o nel totalitarismo (una parte, quella vincente, si arroga il diritto di rappresentare il tutto). I rischi di questa distorsione della democrazia sono evidenti.
In Italia ovviamente non siamo a questo punto, ma i problemi non mancano. Lo spirito unitario che domina, per fortuna, questa prima fase dell’emergenza non si sa quanto potrà durare. Inevitabilmente, con la crisi che quest’emergenza ci lascerà in eredità, si faranno scelte divisive, diventerà più difficile sopportare i sacrifici, ci saranno mutazioni e disequilibri nella vita sociale, culturale ed economica. Come si potranno governare queste tensioni senza disporre della valvola di sfogo del sistema rappresentativo, che ha il suo punto più istituzionale nel Parlamento?
Teniamo conto, che nella situazione attuale probabilmente non disporremo neppure della valvola di sfogo delle elezioni, per quanto il ricorso ad esse possa essere a sua volta rischioso. Con il referendum confermativo sul taglio dei parlamentari che slitterà presumibilmente a novembre, di fatto diventerà impossibile votare: mancheranno gli spazi temporali per poter andare alle urne prima che scatti a luglio il semestre bianco in cui il Presidente della Repubblica non può sciogliere la legislatura.
Questo contesto dovrebbe indurre tutti a ragionare seriamente sulla “restaurazione” e dunque sul riordino del nostro sistema istituzionale, partendo da una valorizzazione di molte forze positive che pure esistono nelle Camere attuali. Non sono infatti composte solo dai vari pasdaran che sbraitano a favor di telecamere: ci sono, tanto nella maggioranza quanto nell’opposizione, donne ed uomini capaci di visioni e di ragionamenti. Puntare alla loro valorizzazione, proprio nella dialettica delle diverse appartenenze politiche, è un obiettivo che dobbiamo porci nell’ottica di governare in maniera appropriata la grande fase di transizione che ci aspetta dopo la chiusura dell’emergenza sanitaria.