Ultimo Aggiornamento:
24 luglio 2021
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La continuità, ovvero il cambiamento

Francesco Davide Ragno ° - 01.11.2014
Dilma Rousseff

Domenica scorsa, Dilma Rousseff ha vinto il ballottaggio per le elezioni presidenziali in Brasile. Seppur di misura (Rousseff ha raccolto il 51,58% dei voti mentre il suo avversario, Aecio Neves, si è fermato al 48,42%) il risultato ha una portata storica. Per la prima volta, nella storia della Repubblica Brasiliana, uno stesso partito esprime il Presidente per il quarto mandato consecutivo: la prima presidenza di Dilma, infatti, che si avvia alla conclusione è stata preceduta da due periodi presidenziali di quello che può essere definito il suo mentore politico, Lula. Una vittoria di misura, dunque, che, per la verità, non ha sorpreso nessuno. E, questo, nonostante la lunghissima campagna elettorale abbia riservato moltissime sorprese: dall’alleanza tra i socialisti e gli ambientalisti alla morte di uno dei candidati, passando per il testa a testa tra Neves e Marina Silva nella lotta per il secondo posto al primo turno. Per non parlare, poi, delle proteste di piazza del giugno 2013, in concomitanza con la Confederation Cup.

 

“Cambiamento” e “Riforma”

 

Per certi versi, la vittoria di Dilma e del suo partito, il Partido dos Trabalhadores (Pt), sembra più un inizio che un consolidamento. E sono state proprio le parole del Presidente a rivelare questo tratto. Qualche ora dopo la chiusura dei seggi, festeggiando la vittoria, Dilma ha sostenuto che le due parole d’ordine di queste elezioni erano state “cambiamento” e “riforma”. Questa peculiarità è stata percepita anche dai mercati internazionali, che, forse per questo, hanno registrato reazioni incerte e schizofreniche. La giornata di lunedì scorso è stata complicata per l’economia brasiliana: l’indice della Borsa di San Paolo ha chiuso con un -3% (trascinata a picco da un -12% della Petrobras, azienda a partecipazione statale) e la moneta nazionale si è deprezzata rispetto al dollaro. Perdite, entrambe, parzialmente rientrate nella giornata di martedì. Non solo. Il principale alleato politico del Pt, il Partido do Movimento Democrático Brasileiro (Pmdb), ha fatto naufragare un decreto governativo che proponeva di creare spazi di maggiore partecipazione politica dei cittadini (tra questi, consigli e commissioni sulle politiche pubbliche, conferenze nazionali, tavoli di lavoro e di dialogo sociali, forum di tipo interconsiliare) su alcune questioni sensibili come, ad esempio, la formazione scolastica e universitaria, la salute, la mobilità urbana. Il successo del decreto avrebbe rappresentato la risposta della classe politica alle proteste del giugno-luglio 2013.Insomma, la fronda interna (che in questo caso si è alleata con il partito di Neves, Partido da Social Democracia Brasileira - Psdb) ha voluto dare un segno, nel tentativo di porre un freno a un’altra proposta lanciata da Rousseff domenica scorsa, quella di ricorrere al plebiscito popolare una volta approvata la riforma istituzionale promessa durante le elezioni. Il Pmdb, infatti, è contrario anche all’approvazione plebiscitaria poiché considera sufficiente l’approvazione parlamentare.

 

Le sfide della nuova presidenza

 

Rilancio dell’economia e riforma istituzionale: sono queste le due grandi sfide che attendono la nuova presidenza di Dilma. Sfide che, in realtà, fanno intravedere, al contempo, le due importanti criticità del Brasile di oggi. Da un lato, vi è l’economia che, dopo i ruggenti anni di Lula, sembra aver perso ogni forza di propulsione; dall’altro, è evidente la necessità di una nuova legittimazione della classe dirigente che, dopo innumerevoli scandali di corruzione, non raccoglie più la fiducia dei brasiliani e, in particolar modo, quella della classe media. Sfide che appaiono ancor più complicate, considerando l’eterogeneità della coalizione che sostiene Dilma (ben dieci formazioni politiche) e, più in generale, la frammentazione del sistema partitico (problema endemico del sistema politico brasiliano): nella Camera dei deputati del 2015 saranno rappresentati poco meno di trenta partiti. Sfide che hanno fatto da perno a tutta la campagna elettorale e su cui i brasiliani hanno già, più e più volte, espresso la loro opinione, chiedendo a gran voce il mutamento dello status quo.  In uno degli ultimi sondaggi pre-ettorali di fine settembre, infatti, più del 70% degli intervistati sperava in un “cambiamento”.

Ed allora la speranza dei brasiliani assume quasi ‘tratti anti-gattopardeschi’. Rovesciata la famosa massima di Tomasi di Lampedusa, il nuovo adagio verdeoro potrebbe recitare “ Se si vuole che tutto cambi, bisogna che tutto rimanga com’è!”.

 

 

 

 

* Università di Bologna – Representación en la República Argentina