Ultimo Aggiornamento:
23 settembre 2020
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L’assedio del cantone di Afrin

Turchia vs. resto del mondo?

Gastone Breccia * - 28.02.2018
Assedio Afrin

La regione di Afrin è la più occidentale del Rojava (o meglio del Rojavayê Kurdistanê, «Kurdistan Occidentale»), la zona della Siria ai confini con la Turchia dove i curdi costituiscono la maggioranza della popolazione (circa due milioni e mezzo su quattro totali, anche se le stime sono controverse). Durante la guerra civile che ha sconvolto il paese a partire dal 2011 Afrin è stata un’oasi felice: sgombrata pacificamente dalle truppe di Assad nel 2012, da allora è governata (come gli altri due cantoni del Rojava, Cizre e Kobane) dal «Partito dell’Unione Democratica» (PYD), versione locale del PKK di Abdullah Öcalan - considerato quindi dai turchi un’organizzazione terroristica - che è riuscito a gettare le basi per la pacifica convivenza tra arabi e curdi. Grazie al suo relativo isolamento, la zona di Afrin non è rimasta coinvolta nei combattimenti attorno ad Aleppo, distante solo una quarantina di chilometri, ed ha rappresentato una speranza di salvezza per i civili in fuga dalla grande città assediata.

Con l’intervento degli Stati Uniti a fianco delle milizie del Rojava (YPG/YPJ, «unità di protezione popolare» maschili e femminili) a partire dal maggio 2016, e la successiva sconfitta dell’ISIS nell’est del paese, sia la situazione sul campo che le prospettive politiche a più lungo termine sono cambiate in maniera radicale. Il governo di Ankara si è trovato di fronte alla prospettiva del definitivo consolidamento di un piccolo stato autonomo curdo ai propri confini meridionali, difeso da truppe americane e destinato presto o tardi a essere riconosciuto dalla comunità internazionale. Il presidente Erdogan ha dichiarato più volte di non aver intenzione di tollerare un simile stato di cose; dopo aver ottenuto il tacito assenso della Russia (il 18 gennaio scorso il generale Hulusi Akar, capo di Stato Maggiore turco, è volato a Mosca per concordare le modalità dello sconfinamento in Siria), Erdogan ha quindi deciso di tentare la soluzione di forza sfruttando il principale punto debole del Rojava, ovvero la mancanza di continuità territoriale tra i due cantoni orientali, dove sono schierate unità statunitensi, e quello di Afrin, isolato e virtualmente circondato da forze ostili.

Due gorni dopo il viaggio del generale Akar a Mosca, il 20 gennaio, è scattata la Zeytin Dali Harekâti, «operazione ramo d’ulivo», finalizzata alla conquista del cantone di Afrin e all’eliminazione delle unità combattenti curde nella zona. Le forze turche impegnate dipendono dal 6° corpo della II armata guidata dal generale Ismail Metin Temel, costituito dalla 5a brigata corazzata (Gaziantep), dalla 39a brigata di fanteria meccanizzata (Iskenderun) e dal 106° reggimento di artiglieria (Islahiye); un ruolo rilevante è affidato a elementi della 1a brigata commando (Kaiseri), unità di élite specializzate nel condurre colpi di mano, ricognizione in profondità e controguerriglia. La strategia adottata dal generale Temel, responsabile di «Ramo d’ulivo», era basata inizialmente su due presupposti: le milizie dello YPG/YPJ presenti nel cantone di Afrin, il cui numero non superava i 10.000 effettivi, non avrebbero potuto resistere a lungo all’offensiva concentrica dei ribelli filo-turchi della TFSA (Turkish-backed Free Syrian Army, sigla che riunisce vari gruppi di insorti turcomanni e arabi finanziati da Ankara in lotta col regime di Assad, che possono mettrere in campo nell’insieme circa 20.000 uomini), appoggiati dall’aviazione, dall’artiglieria, da forze speciali terrestri e da mezzi corazzati turchi; in secondo luogo, nessun altro attore presente sul territorio siriano sarebbe intervenuto in tempo in aiuto dei curdi di Afrin.

I calcoli turchi si sono rivelati ottimistici in entrambi i casi: prima di tutto, la capacità di resistenza delle «unità di protezione del popolo» schierate a difesa del camtone di Afrin è stata sorprendentemente sottovalutata, vista la tenacia con cui unità delle stesse YPG e YPJ avevano combattuto a partire dal 2014-2015 contro le forze superiori messe in campo dall’ISIS; di conseguenza, non è stata prevista la possibilità di un accordo tra il governo del Rojava e il presidente Assad, concluso il 20 febbraio, a un mese esatto dall’inizio dell’offensiva. Un accordo certamente frutto della disperazione, da parte dei curdi, perché li obbliga a riconoscere la sovranità di Damasco, limitando drasticamente le loro prospettive di autonomia nell’ambito di una nuova repubblica federale siriana; ma primum vivere

L’ingresso delle milizie siriane ad Afrin ha costretto i turchi ad intensificare il ritmo della offensiva. Il 22 febbraio sono stati bombardati dall’aviazione di Ankara i villaggi di Bafliyun e Sharanli, nel nord-est del cantone, sul fianco destro di quella che sembra essere la principale linea di penetrazione verso il capoluogo. Avanzando da Azaz, già nelle loro mani, le forze filo-turche sono ormai a un passo dal tagliare la strada n. 214 Aleppo-Zahraa-Afrin – utilizzata il 20 febbraio dalla colonna delle «forze di difesa nazionale» siriane, una milizia volontaria filo-governativa che funge da riserva della Syrian Arab Army – cosa che rappresenterebbe un passo decisivo verso la fase finale dell’assedio del cantone curdo. Entro pochi giorni le forze sostenute da Ankara potrebbero trovarsi a combattere contro elementi dell’esercito di Assad: a quel punto, la Russia non potrà continuare a osservare gli eventi senza intervenire. E questo deciderà la sorte di Afrin, almeno nel breve periodo.

 

 

 

 

* Storico militare - università di Pavia