Ultimo Aggiornamento:
18 ottobre 2017
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Creatività e dissenso nel XXI secolo. L’arte violata della ribellione.

Carola Cerami * - 02.04.2015
Albert Camus - L'uomo in rivolta

Nel 1951 Albert Camus nel saggio “L’uomo in rivolta” scriveva: “La bellezza, senza dubbio, non fa le rivoluzioni. Ma viene il giorno in cui le rivoluzioni hanno bisogno di essa”.

L’11 settembre del 2014 usciva negli schermi italiani, “Everyday rebellion” dei fratelli iraniani Arman e Aras Riahi: un documentario che celebra il potere e la ricchezza delle forme creative di protesta non violenta e di disobbedienza civile. I fratelli Riahi ci conducono tra gli indignados di Madrid; le Femen di Kiev, Parigi e Stoccolma; gli attivisti di Occupy Wall Street a New York; i giovani del movimento verde a Teheran; le prime manifestazioni di dissenso dei siriani contro il regime di Bashar Al-Assad; gli egiziani di Piazza Tahrir; le proteste di Gezi Park in Turchia e altri ancora. Il filo conduttore fra movimenti di protesta così eterogenei è la creatività, l’espressione artistica del dissenso, la libera rappresentazione estetica e visiva della ribellione. Essa può esprimersi in tecniche creative non violente, dalla marea di palline colorate fatte scivolare lungo le strade di Damasco, alle pentole rumorose di Istanbul, ai corpi nudi di Kiev, o più di recente, agli ombrelli colorati di Hong Kong, ma in senso più ampio queste manifestazioni di dissenso coinvolgono l’espressione artistica e creativa dell’essere umano.

In tale contesto gli spazi pubblici reali e virtuali hanno acquistato una nuova centralità: la piazza diventa il luogo reale nel quale manifestare, con la propria fisicità; i social network diventano i luoghi virtuali di protesta e di dissenso. La piazza fornisce un palcoscenico per l’interazione, l’improvvisazione e la creatività, una scena artistica per la visualizzazione dello spazio pubblico aperto a tutti. L’ironia, il sarcasmo e la satira propongono spesso nuovi strumenti per allargare il consenso. La dimensione musicale, la danza, la pittura, l’espressione artistica del proprio corpo, danno il senso della partecipazione attiva e dell’energia creativa. I cittadini che in questi anni del nuovo secolo sono scesi in piazza, hanno tracciato un segno nella memoria collettiva, nell’evoluzione dell’immaginario sociale, ma anche nella rappresentazione estetica della ribellione, perché l’esigenza della rivolta può essere anche, in parte, un’esigenza estetica. L’arte infatti può contribuire alla costruzione di nuove soggettività, può rendere visibile nel dissenso ciò che il consenso tende ad oscurare e cancellare. Così, ad esempio, la tredicesima Biennale di Istanbul, del 2013, si presentava con un titolo originale e provocatorio “Mom, Am I Barbarian? – Mamma, io sono un barbaro?” e proponeva uno sguardo particolare sugli eventi di Piazza Taksim, offrendo una lettura innovativa sul rapporto fra arte, spazi pubblici e dissenso. Il termine “barbaro”, nella sua accezione più positiva, secondo la curatrice della mostra, può infatti rappresentare il desiderio di andare oltre le formule già esistenti, oltre il già noto, in una condizione di cambiamento, di innovazione e di sperimentazione. I manifestanti di Piazza Taksim erano in tal senso i nuovi “barbari-cittadini”, nel desiderio di non uniformarsi all’ideologia dominante, di andare oltre le formule già esistenti, aprendo la dimensione pubblica al confronto, alla libera espressione della creatività, al pluralismo delle idee e quindi alla sperimentazione verso la ricerca di un nuovo patto sociale.

Le rivolte del XXI secolo hanno creato una propria misura estetica e visiva, e in questo si è ritrovata una sorta di genialità creativa capace di sprigionare una forza dirompente in termini di partecipazione pubblica e collettiva e al tempo stesso di libera espressione dell’essenza dell’individuo, del cittadino, dell’artista, dell’essere umano. E ancora Camus ci ricorda che creazione e rivoluzione investono la rinascita di una civiltà. Le rivolte che hanno caratterizzato l’inizio del XXI secolo, al di là delle particolari motivazioni politiche, economiche o sociali di ciascuna di esse e al di là del loro successo o insuccesso immediato, di fatto sono comunque espressione di “civiltà”. In esse l’essere umano come membro di una collettività, ha scelto la piazza reale e virtuale, come luogo del dissenso e del confronto, in quel complesso “caos creativo” che Ralf Dahrendorf indicava come il terreno più fertile per coltivare il dubbio e ricercare infiniti futuri possibili.

Eppure la visualizzazione estetica della ribellione che ha attraversato il mondo negli ultimi anni, oggi sembra quasi taciuta, violata, travolta dall’orrore, dalla violenza estrema, dal terrore distruttivo del fondamentalismo. La distruzione di statue, di antichi oggetti e di preziosi manoscritti nel museo e nella biblioteca di Mosul in Iraq; la devastazione del sito di Nimrud e dei resti della città di Ninive, antica capitale dell’Impero assiro; l’attacco alla rivista Charlie Hebdo nel cuore di Parigi, fino al recente attentato al museo del Bardo a Tunisi, hanno avuto un preciso obiettivo: mortificare, umiliare e limitare la più grande espressione di libertà dell’essere umano ossia il genio creativo. Il delirio oscurantista e distruttivo del fanatismo jihadista è riuscito negli ultimi mesi a farci quasi dimenticare i segni tracciati nella memoria collettiva dalla vitalità creativa dei movimenti di protesta e di dissenso, considerati in taluni casi responsabili di aver indebolito le strutture sociali e di aver agevolato di conseguenza la diffusione del fondamentalismo. Indubbiamente i movimenti di protesta, soprattutto nel caso delle cosiddette “Primavere arabe”, hanno aperto delle fasi complesse di transizione, ma in tali percorsi collettivi vi è la storia di un’intera regione, quella mediorientale e mediterranea, che deve trovare una propria rinnovata dimensione storico – politica, anche attraverso il dissenso che è appunto espressione di civiltà. Al contrario non esiste civiltà nella negazione e nella distruzione.

Per queste ragioni il più grande nemico del fondamentalismo e del dogmatismo distruttivo è il genio creativo, la libera espressione della creatività, la forma più alta di civiltà dell’essere umano, capace di creare e generare. Lo scontro in atto non è soltanto religioso, politico o culturale, esso è ancora più profondo perché è uno scontro sul senso della vita, o meglio, è uno scontro fra la ricerca della morte, come esaltazione della vita, e la difesa della vita, come tale, nella sua complessità e bellezza.

 

 

 

 

* E' assegnista di ricerca in Storia internazionale all’Università di Pavia e direttore dell’International Center for Contemporary Turkish Studies di Milano