Ultimo Aggiornamento:
20 luglio 2019
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Italia e Francia: cugini coltelli?

Fulvio Cammarano * - 27.06.2018
Conte e Macron

I rapporti tra Stati rispondono molto spesso a logiche di lungo periodo di cui i cittadini non sempre sembrano essere consapevoli. La continuità degli interessi nazionali non di rado prescinde dai sistemi di governo esistenti e dalle loro caratteristiche politiche. Un esempio tra tanti è quello delle molte continuità esistenti tra la politica estera dell’impero zarista e quella dell’Unione sovietica stalinista, regimi apparentemente opposti, ma in realtà molto vicini nel perseguire logiche d’interesse nazionale di lungo periodo nei contesti internazionali. I rapporti tra Italia e Francia degli ultimi due secoli non fanno eccezione. Tra i due Paesi i momenti di tensione superano di gran lunga quelli di distensione. Le ragioni risalgono al contesto geopolitico che le ha viste rivaleggiare nell’area del Mediterraneo ma anche alla consapevolezza francese di essere la fonte, con il mondo anglosassone, delle basi su cui ancora oggi si fonda la modernità occidentale.  Un ruolo che la Francia non ha mai smesso di rivendicare e che le ha permesso di occupare il centro del continente europeo anche quando la sua potenza era declinante. Si è trattato, a scanso di equivoci, di una vera grandeur che ha avuto un peso decisivo nella nascita del Regno d’Italia, quando Parigi ha, in un primo momento, favorito e poi ostacolato l’unificazione - una volta compreso che stava sorgendo non uno Stato vassallo, ma una nazione potenzialmente rivale. Sin dal 1861, dunque, se si eccettuano alcuni brevi periodi, la tensione è sempre stata alta, anche in considerazione della perdita da parte della Francia dello status di prima potenza continentale a favore dell’emergente Impero tedesco. Da quel momento le relazioni tra Italia e Francia sono state in un modo o nell’altro variabili dipendenti del rispettivo bisogno di posizionamento nei confronti della Germania. In altre parole le relazioni tra italiani e francesi possono essere considerate in larga parte anche se non esclusivamente un riflesso dei loro rispettivi rapporti con Berlino. Parigi, al di là della sanguinosa ferita nazionale inferta ai francesi a Sedan, ha sofferto la presenza della nuova potenza egemone sul continente e gran parte delle sue ambizioni di potenza si sono infrante contro la forza economica e militare dei nuovi dominatori del continente. E proprio l’esigenza di revanche nei confronti degli odiati germanici ha costretto i francesi a ripensare, in positivo e in negativo, le proprie relazioni internazionali, a cominciare dall’Italia che è stata tenuta o meno in considerazione a seconda della triangolazione in atto con Berlino. Per Roma, ad esempio, l’innaturale avvicinamento a Vienna del 1882 (Triplice Alleanza) nasce dall’esigenza di difendersi dall’aggressività di Parigi. L’Italia, dal canto suo, ogni qualvolta è capitata l’occasione, ha sfruttato i momenti di debolezza della potenza francese (la conquista di Roma dopo la sconfitta di Sedan, “pugnalata” alle spalle della II guerra mondiale) per accreditarsi come potenza di secondo rango. Anche i primi passi della Comunità europea non possono essere compresi se non all’interno di questa triangolazione. Nel complesso, però, Parigi non ha mai potuto e non può tuttora accettare il protagonismo internazionale italiano e cerca in ogni modo di ostacolarlo, dato che occupa spazi a cui non intende rinunciare. Non è dunque da escludere che l’aspra reprimenda francese alle decisioni del governo italiano sulla chiusura dei porti alle navi delle organizzazioni non governative sia in realtà un tentativo di guadagnare un peso maggiore in Europa da spendere nel difficile sforzo di rimanere quanto meno sulla scia della corazzata tedesca, ora però un po’ più fragile. Mettere in difficoltà l’Italia sembra essere da tempo una precisa strategia dell’Eliseo che ha a che fare con il bisogno di occupare, sia economicamente sia politicamente, la sfera d’influenza internazionale italiana e quindi di costringere la Germania a non avere altre potenziali sponde in Europa. Con la Gran Bretagna fuori e l’Italia inaffidabile, Berlino vede restringere i propri spazi di manovra, non restandogli che cementare l’asse franco-tedesco, vale a dire, nei codici delle cancellerie, sostegno a Macron, l’ultimo grande partner europeo che gli rimane. C’è inoltre il versante che potremmo chiamare dei “due piccioni con una fava”. Delegittimare il governo  italiano a trazione leghista è certamente un modo per contrastare l’intero fronte interno del populismo lepenista. Grazie ai respingimenti italiani, Macron può fare la morale al comportamento del governo Conte-Salvini e allo stesso tempo continuare a mantenere chiuse le proprie frontiere. Uno sdoppiamento reso praticabile anche dal maggior impatto mediatico ed emotivo che produce la presenza in mare (con la connessa narrazione delle vite in pericolo, inevitabile quando si parla di un’imbarcazione che, per quanto solida, è costretta a rimanere in balìa delle onde) rispetto ai respingimenti alle frontiere di terra. L’altro “piccione” sarebbe quello che si cattura favorendo l’isolamento dell’Italia, con annessa fuga di aziende e capitali a cui Parigi è pronta a offrire un “porto”, è proprio il caso di dirlo, più sicuro. Inutile, nelle questioni di relazioni internazionali, cercare i buoni e i cattivi. Per questo, quando si affrontano questioni relative ai contrasti odierni tra stati, bisognerebbe sempre cercare di superare le ragioni della contingenza per capire le logiche delle continuità di lungo periodo, provando a metterle a nudo - soprattutto quando si nascondono dietro l’ipocrisia di un certo patriottismo e l’opportunismo dei “buoni” sentimenti - se davvero si crede ancora ad un progetto europeo, oggi sempre più lontano e improbabile.

 

 

 

 

* Professore Ordinario di Storia Contemporanea  e direttore del Master in giornalismo all’Università di Bologna