Ultimo Aggiornamento:
23 ottobre 2019
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PD: Una disfatta neppure tanto strana

Paolo Pombeni - 27.06.2018
Manuela Sangiorgi

Una delle battute più fuorvianti è quella famosa di Andreotti: “Il potere logora chi non ce l’ha”. E’ l’autoconsolazione di tutti i politici che sognano un mondo senza ricambio e non tengono conto che prima o poi la domanda di circolazione delle elite si mette in moto. Certo, per allontanarla o diluirla, si potrebbe seguire il suggerimento che Aldo Moro dette una volta al suo partito: partendo allora dall’assunto che la DC per ragioni internazionali non poteva essere rimossa dal governo, il partito doveva costruire al suo interno l’opposizione a sé stesso.

E’ quanto più o meno tutti i partiti si illudono di fare, scambiando le lotte interne di fazione per una dialettica di ricambio e non considerando che così non si apre alcun circuito virtuoso. A Renzi accadde esattamente questo. Capì a suo tempo che il problema era il ricambio di elite e propose la famosa “rottamazione”. Gli andò bene, ebbe successo sia personale che elettorale, fintanto che non divenne palese la prospettiva asfittica dell’operazione: non un lavoro per immettere forze nuove, ma un giochetto per favorire cerchie di amici, neppure sempre all’altezza dei compiti, e per aggregare componenti interne delle filiere tradizionali subito disposte a cambiare casacca.

In fondo una vecchia storia già vista: con Craxi e le speranze sul suo nuovo PSI, con De Mita, con Berlusconi, persino con l’Ulivo prodiano. Quella che sta finendo sotto i nostri occhi non è la storia della seconda repubblica, ma quella della prima che aveva sperato di riciclarsi sperimentando vari tipi di belletto e di maschere.

Se si riflette su quanto è accaduto dal 4 marzo ad oggi, lasciando momentaneamente da parte le analisi raffinate sui flussi elettorali, si potrebbe capire che il problema di fondo è la rivolta di gran parte dell’elettorato verso le classi politiche che ci hanno governato, nei vari ruoli, dagli anni Novanta in poi. Prendiamo quelli come punto di partenza perché le classi precedenti, la DC i famosi “partiti laici”, il PSI, e via dicendo, erano state eliminate allora.

Si dirà: ma la Lega è pur presente da allora. Si dimentica che la Lega, con un colpo di fortuna, ha rottamato il suo fondatore, ha fatto una sua traversata del deserto e si è riconfigurata con Salvini, che dei vecchi “lumbard” conserva poco o nulla. Per questo riesce a presentarsi come una forza alternativa, che ha aperto le sue fila al reclutamento sul territorio (specie su quelli per lei “nuovi”), e che sfrutta il silenzio degli altri sulle preoccupazioni della gente per offrirsi come risolutore dei loro problemi. Questo premia, per quanto sia demagogico.

Il PD non è riuscito e non riesce a convincersi che il suo problema è nel rimanere di fatto un partito tradizionale, che resta chiuso nella filiera dei suoi gruppi dirigenti, per quanto ciascuno con la sua corte di clientes fra intellettuali e personaggi in carriera disponibili per occupare poltrone. Siccome questo gli garantisce comunque un non disprezzabile spazio di potere (un po’ meno del 20% del consenso elettorale non è da buttare via) manca un vero incentivo a rischiare il salto nel buio di una radicale innovazione nella selezione e gestione delle filiere di individuazione delle classi dirigenti. A ciò ovviamente si oppongono i gruppi dirigenti attuali, tutti, che cercano spiegazioni fantasiose alla loro sconfitta: non siamo abbastanza di sinistra, non sappiamo comunicare bene quel che abbiamo fatto, dobbiamo “fare fronte” con i preoccupati della vittoria dei populismi e via elencando.

Non si vedono analisi impietose. Per esempio: che senso ha porsi il problema del recupero cosiddetto a sinistra se quel segmento rappresenta ben che vada il 3%? Potrebbe essere una prospettiva seria se il PD avesse il 48%, ma siccome per quella soglia gli mancano 20 punti, il suo problema è guadagnare quelli non giocare al “torna a casa Lessie” con Grasso e compagni.

Ci si illude che tutto stia nel guadagnare voti recuperando nell’astensionismo, ma per ora quello è un blocco che si è staccato dalla politica non perché è deluso da questo o da quello, ma perché pensa che in fondo chiunque vada al potere non cambierà molto nella sua vita.

Circola la leggenda che Renzi e i suoi starebbero pensando per le europee ad una formazione politica connessa con “En marche” di Macron e con Ciudadanos in Spagna. Con quel che ci sta riservando la Francia e coi sentimenti verso l’Europa che circolano di questi tempi ci sembra una strategia suicida.

Naturalmente si può consolarsi, e lo stiamo vedendo, con quelli che sono tornati ad innalzare il vessillo del “essere in minoranza è bello”, nell’eterna illusione, che nel nostro paese ha una storia lunga, che la minoranza è quella dei migliori, il resto è gente che non ha capito. Sarà, ma intanto il paese andrà verso un disastro, perché nei sistemi costituzional-parlamentari bisogna conquistare la maggioranza per raddrizzare la barra, ed è a questo che bisognerebbe puntare.

Per il PD fare mea culpa sulla sua gestione del potere è oggettivamente difficile. Diranno che si vuole che si butti il bambino con l’acqua sporca. Resisterà la sua classe politica che non è disposta a convincersi che per essa non ci sono più le vecchie opportunità di distribuzione delle prebende. Si farà fatica ad inventarsi come fare il processo di rifondazione evitando le strettoie della politica tradizionale, le assemblee nazionali, i congressi, le primarie, tutta roba in cui nuoterebbe come i pesci nell’acqua la schiera non piccola degli attuali capi tribù. Eppure è quel che andrebbe fatto perché se davvero si volesse partire dalla constatazione che “si è chiuso un ciclo”, è proprio quello di un certo tipo di gestione del potere.