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18 maggio 2024
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Interpretare il test elettorale

Paolo Pombeni - 15.02.2023
Affluenza Lombardia

Adesso abbiamo i risultati del tanto atteso primo test elettorale che doveva verificare se quel che è accaduto il 25 settembre è stato un episodio contingente o rappresenta l’inizio di un trend destinato a durare. Come sempre si possono esaminare i dati con la lente degli specialisti nelle analisi elettorali (non è il nostro mestiere, per noi lo farà questo sabato Luca Tentoni), ma si può anche tentare una lettura più panoramica, pur con tutti i rischi che questo comporta.

Partiamo dal dato dell’astensionismo che è indubbiamente rilevante. I votanti oscillano tra il 41% in Lombardia e il 37% in Lazio. Non è la prima volta che si vede, perché il 37% si era già registrato in Emilia-Romagna nel 2014: anche allora c’era un vincitore dato per scontato (Bonaccini che nelle primarie di partito aveva sconfitto il prof. Roberto Balzani) e pochi interpretarono il dato come preoccupante. Tuttavia il vedere che questa volta su 12 milioni e più di elettori ha disertato le urne il 60% è senz’altro preoccupante. Però, se ci è permesso, è la base per capire quel che è successo.

La politica non è più una questione che coinvolge la grande maggioranza dei cittadini, convinti che ci sia un dovere di partecipare scegliendo fra le alternative in campo. Togliamo subito dal tavolo la sciocchezza che interpreta una appartenenza della maggioranza degli astenuti alla “sinistra” delusa dalla mancanza di radicalità nelle proposte in campo. Non è sostenibile per la semplice ragione che di forze chiamiamole così integraliste ce ne sono diverse e non raccolgono grandi risultati (pochissime arrivano al 3%, le altre sono anche molto sotto).

A nostro giudizio accanto al consueto zoccolo dell’astensionismo per estraneità alla competizione politica (per ragioni culturali e/o ambientali) c’è la grande quota di quello che una volta si sarebbe potuto definire vagamente come un elettorato “di opinione”, cioè quelle persone che si fanno coinvolgere dalla demagogia, dal populismo, dai sogni di un possibile cambiamento radicale. Questa fascia è disillusa: ha visto la vacuità delle promesse di rovesciare il tavolo, ma anche di quelle di razionalizzare una situazione contorta su sé stessa.

La prova di quanto stiamo dicendo è nel fatto che i due partiti usciti pesantemente ridimensionati dal risultato elettorale sono i Cinque Stelle e la federazione di Azione e Italia Viva. Si potrebbe obiettare che sono due forze agli antipodi l’una dell’altra e indubbiamente è così, ma hanno una caratteristica in comune: la proposta di sogni utopici a cui non sono in grado di dare gambe.

Per il partito di Conte non è difficile da capire: non ha un leader convincente (non puoi stare prima opportunisticamente con tutti e poi pretendere di giocare a fare il messia del tempo della purificazione), ha un gruppo parlamentare di scarso spessore, non ha dimostrato capacità realizzatrici e vive di slogan. Tutta diversa la situazione per il duo Calenda-Renzi: lì c’è stoffa di leader, qualche personalità di rilievo nel gruppo dirigente, capacità di ragionare in termini di azione politica. Tutto però viene annegato da due elementi. Il primo è una incontinenza nell’uso della battuta, della polemica ad ogni costo, del protagonismo mediatico. Il secondo è la proposta di un progetto di vecchio conio, difficilmente comprensibile dalla gente: il nuovo partito liberale e riformista che si metterebbe a fare l’ago della bilancia.

Tanto in un caso quanto nell’altro si tenta di catturare un elettorato “di opinione” che cerca di trovare l’araba fenice nella vita politica, ma che si disamora quando realizza che quella, come diceva una vecchia strofetta del Metastasio, “che ci sia ciascun lo dice/ dove sia nessun lo sa”. A questo punto quell’elettorato non torna nei “vecchi” partiti, che gli hanno insegnato a disprezzare, ma si estrania dalla competizione democratica.

Rimane così circoscritto il campo ai “fedeli” delle strutture portanti del nostro attuale sistema politico, presenze “tradizionali”, ciascuna da un suo proprio punto di vista. Come si è visto il gioco si è ristretto a quelle forze che hanno in diverso modo “governato” e possono sfruttare i radicamenti che hanno conseguito grazie a questo fatto: la Lega in Lombardia (e per trascinamento anche in Lazio), Forza Italia che è ridotta ai minimi termini, ma su quelli resiste (sembra il PLI nella prima repubblica), il PD che non è più quello di una volta, ma ferma il suo declino e riguadagna una posizione di rilievo come di gran lunga la prima forza di opposizione.

Certo la posizione di FdI appare anomala in questa storia, ma in realtà rientra nella dinamica di un sistema in cui il mantenimento di una possibilità di governo richiede un partito che possa imporsi come regolatore di un quadro di coalizione. Poiché ciò non è più possibile a sinistra e poiché c’è una domanda sociale di conservazione che la sinistra non riesce a vedere, ecco che il partito che riesce ad essere contemporaneamente radicale e pragmaticamente duttile (perché ha una leadership riconosciuta) drena i voti delle forze che in passato avevano retto il governo della conservazione (un po’ quello, con tutti i distinguo del caso, che fece la DC succedendo dopo il 1945 all’antica egemonia liberale).

Bastano due elezioni regionali per dire che questo è un trend destinato a durare? Certo che no, ma al momento non si vedono all’orizzonte possibilità alternative per la costruzione di una stabilizzazione politica fondata su basi diverse. Poi viviamo in tempi tumultuosi in cui tutto si muove rapidamente e di conseguenza non si può escludere che gli sconfitti di oggi capiscano che il loro futuro è nel reinventarsi tornando ad attrarre quell’elettorato di opinione che hanno dimenticato. E che non è quello  che indicano loro i predicatori televisivi che agitano i talk show.