Ultimo Aggiornamento:
18 gennaio 2020
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Indigenza, malattia, attesa di vita

Francesco Domenico Capizzi * - 14.12.2019
Rossi Abolire la miseria

A parte gli annunci demagogici, povertà e malattia restano tuttora un binomio inscindibile alla cui base vengono erroneamente posti tre elementi: la fatalità, la sventura e la devianza. Vale citare a proposito M. Vovelle in La mentalità rivoluzionaria (Laterza,1981), ed Ernesto Rossi in Abolire la miseria (Laterza, 1945), i quali sostengono che per difendere la salute bisogna combattere la povertà: “la miseria è una malattia infettiva... chi ne è colpito demoralizza tutti coloro con cui si trovano ad essere in contatto”, “l’uguaglianza formale davanti alla legge resta distinta dall’uguaglianza delle prospettive di vita”,

          In sostanza, il tocco regale (M. Bloch, I Re taumaturghi, Einaudi,1989) deve essere sostituito da riforme della società di cui devono farsi carico Politica, Istituzioni, Corpi intermedi e la stessa Medicina espressa dal Corpus medicus e dai Sistemi sanitari che il Comitato per l’abolizione di mendicità e malattie nel 1793 voleva abolire perché di stampo paternalistico ed autoritario nella convinzione che le malattie derivino direttamente dalla indigenza e pertanto destinate a sparire con l’avvento imminente di libertà, ugua­glianza e fraternità. Due anni dopo il Direttorio abrogherà la improvvida norma liquidatoria per permettere a tanti un ricovero e di trovare un giaciglio ed un po’ di cibo. La Medicina sopravviverà nelle Accademie continuando ad impartire le sue dottrine tradizionali.

          Nell’Europa odierna un quinto dei minori al di sotto dei 18 anni è esposto a povertà, in Italia un quarto dei minori è indigente con pun­te massime nelle regioni del meridione. La povertà minorile, che molto spesso viene sottovalutata e trascurata, non è legata soltanto ai beni disponibili: vivere in povertà vuol dire non solo non disporre di risorse economiche, ma significa vivere con minori opportunità educative e in condizio­ni di incerta sicurezza sociale, sanitaria e relazionale a cui va aggiunta una riduzione dell’attesa di vita.

                In generale i Paesi del sud del Mondo restano in coda in quanto a diseguaglianze che si riversano su qualità di vita e benessere. Non è un caso che la Sicilia e, in genere, il Meridione d’Italia di re­cente abbiano accusato l’incidenza più elevata di malati di morbillo, di cui circa metà con complicanze broncopolmonari di rilievo, rispetto al resto d’Italia: età mediana 25 anni con il 91% degli infetti mai vaccinati ed ulteriori 4,5% sottoposti ad una sola dose di vaccino specifico                   ( Bollettino dell’Istituto Superiore di Sanità, www.epicentro.iss.it/problemi/mor­billo/Infografica, 2017). E non è un caso che in Italia l’attesa di vita risulti differente a seconda del luogo di residenza e del livello d’istruzione: in genere, una minore speranza di vita viene registrata nel Sud. A Firenze media­mente si vive più a lungo di oltre tre anni rispetto a Napoli e Caserta; se si pongono a confronto i dati fra Trentino e Campania si constata per quest’ultima una differenza in difetto di oltre tre anni.

       Nel com­plesso, la maggiore attesa di vita si registra nei territori del Nord-Est, notoriamente dotati di una economia vigorosa, dove la speranza di vita per gli uomini si prolunga fino ad 81,2 anni e per le donne ad 85,6 anni mentre nel Mezzogiorno d’Italia rispettivamente si attesta a 79,8 e ad 84,1 anni, ulteriormente variabile e direttamente proporzionale rispet­to alla posizione sociale occupata e al grado d’istruzione conseguito. Risulta anche che il parametro che indica il livello di istruzione, sia al sud che al nord d’Italia, detiene un peso importante sulla decisione personale e familiare di aderire oppure rinunciare alle terapie proposte in corso di malattia6.

    Non è neppure un caso che, nel Mondo, i Paesi meno longevi siano fra i più svantaggiati sul piano sociale e che non abbiano incontrato un innalzamento della speranza di vita, ma anzi un peggioramento: fra il 1960 e il 2015 in Russia l’attesa media di vita ha raggiunto i 70,9 anni mentre in Gran Bretagna gli 81,6 anni e negli Stati Uniti d’America i 78,7 anni.

    Ancora qualche dato: in Venezuela dopo il primo caso di polio­mielite verificatosi nel 1989, allorché si è acuita la crisi economia del Paese, ne sono stati registrati 1.716 nel 2018 di pari passo con il crollo politico-economico del sistema sociale, con almeno 160 decessi negli ultimi due anni. Inoltre, come conseguenza diretta della complessiva crisi del sud America, secondo i recenti dati forniti dalla Pan-American Health Orga­nization e dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, sono da rilevare multipli focolai epidemici di poliomielite in Brasile, nella Repubblica Dominicana, nello Yemen, in Haiti e in Colombia.

   Sono tutte constatazioni che confermano l’origine di larga parte delle malattie infettive e croni­co-degenerative soprattutto nella iniqua distribuzione delle risorse economiche e strutturali, nell’organizzazione sociale e negli stili di vita, nell’assetto ambientale e nella disponibilità e qualità dell’orga­nizzazione sanitaria. Una constatazione storico-politico-geo­grafica che contrasta il concetto secondo cui la salute si raggiunge inventando ed utilizzando più cose. Nuove tecnologie, tecniche e farmaci più efficaci siano ben venuti, ma tenendo conto che i nostri predecessori hanno compiuto straordinari progressi nella lotta contro le malattie contando su “maggiori disponibilità di sapone, vestiari, servizi igienici e interventi di salute pubblica” (OMS, 2017).

 

 

 

 

* Già docente di Chirurgia Generale nell’Università di Bologna e direttore di Chirurgia generale negli Ospedali Bellaria e Maggiore di Bologna