Ultimo Aggiornamento:
24 luglio 2021
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In tema di Europa: dieci anni fa la nuova Costituzione ungherese… e poi?

Raffaella Gherardi * - 16.06.2021
Nuova Costituzione ungherese

Dieci anni fa, nel mese di aprile, veniva votata dall’Assemblea Nazionale e poi firmata dall’ allora Presidente della Repubblica, Pál Schmitt, la nuova Costituzione ungherese che entrerà in vigore il 1 gennaio 2012. Il testo, approvato in meno di otto mesi, era stato fortemente voluto dal partito di governo del Fidesz, guidato da Viktor Orbán dopo la plebiscitaria vittoria ottenuta nelle elezioni del 2010. Molte perplessità furono immediatamente espresse da istituzioni europee e internazionali: innanzitutto dal Consiglio d’Europa, attraverso la Commissione di Venezia e dal Parlamento europeo.  Anche diverse ONG impegnate nella difesa dei diritti umani e numerosi osservatori internazionali sollevarono forti critiche, interpretando alcune disposizioni del nuovo testo costituzionale come segnale di una involuzione autoritaria da parte dell’Ungheria. Il Consiglio d’Europa e  il Parlamento europeo si mostrarono  critici anche rispetto alla impostazione generale della nuova fase costituente ungherese, sia sulle carenze di democraticità e trasparenza che avevano caratterizzato le procedure di redazione del nuovo testo costituzionale, (frutto di una assemblea costituente che non era espressione di pluralismo e  condivisione da parte di più forze politiche), sia sui meccanismi di  votazione e approvazione e di sostanziale assenza di partecipazione popolare. Anche in Italia come nel resto d’Europa tali considerazioni critiche trovarono qualche eco relativamente ad alcuni lati oscuri della nuova Costituzione dal punto di vista della stessa eredità occidentale dello Stato di diritto. A tale proposito occorre accennare ad anomalie evidenziate da vari osservatori sull’intero assetto politico-istituzionale disegnato nel nuovo testo costituzionale: in merito, per esempio, alle limitazioni previste delle competenze della Corte costituzionale, alla sua composizione e in generale ai rapporti tra i poteri.  Negli anni successivi fino ai nostri giorni molte voci critiche si sono levate a proposito degli sviluppi del nuovo ordine costituzionale ungherese; meno che mai oggi qualcuno oserebbe indicare l’Ungheria di Orbán come modello di liberal-democrazia. Già due anni fa uno/una scienziato/a della Central European University, scrivendo sotto lo pseudonimo di Beda Magyar, per proteggersi da eventuali ritorsioni anche contro la sua famiglia,  aveva sottolineato, in un saggio pubblicato dal settimanale tedesco Die Zeit, le ragioni per le quali l’ Ungheria è da considerarsi un paese illiberale e irrispettoso della democrazia e non raggiungerebbe attualmente gli standard minimi previsti per entrare nella Unione Europea (il saggio, del 9 aprile 2019, porta un titolo assai significativo, la cui traduzione suona L’Ungheria è persa). Una delle cause evidenziate da Magyar riguarda le responsabilità della stessa UE come “spettatrice silente” e suo malgrado facilitatrice (grazie agli ingenti fondi europei erogati all’Ungheria) del successo di Orbán: il tutto mentre quest’ultimo intensificava sempre più gli attacchi contro l’Unione Europea, presentata come luogo di “burocrati”, distruttori del valore sommo della “identità” ungherese. Compito della UE, secondo Magyar, avrebbe dovuto essere quello di intervenire per tempo, ma quando ebbe l’occasione di farlo – e in primo luogo quando i “diritti inalienabili” scomparvero dalla nuova Costituzione, la quale ultima nel dichiarato apparente rispetto dei diritti umani, li renderebbe in realtà soggetti a non meglio definiti obblighi verso lo Stato e a un alto grado di flessibilità delle leggi – si dimostrò eccessivamente timorosa, nell’idea che ogni intervento significasse una indebita ingerenza nella politica interna ungherese. In effetti, senza indagare ora  le diverse declinazioni attraverso le quali i diritti umani vengono presi in esame nella nuova Costituzione,  per dare solo un esempio, nell’ambito dei diritti sociali, le misure di welfare vengono presentate non come diritti ma come obiettivi dello Stato, così come quello che in precedenza era il diritto al lavoro diventa il dovere di ognuno “di contribuire con il suo lavoro, secondo le proprie capacità e possibilità,  al progresso della comunità” (articolo XII).

Già il Preambolo, che figura in apertura del nuovo testo costituzionale, di per sé meriterebbe una serie di appunti critici da parte di tutti coloro che hanno a cuore il modello di costituzionalismo delle democrazie liberali contemporanee. Fin dalle prime battute è messa in risalto l’impronta fortemente etnico-identitaria che si intende imprimere alla nuova Costituzione. Dopo un’invocazione a Dio, viene inserito un “credo nazionale” il cui incipit suona come segue: «Noi, membri della nazione ungherese, all’inizio del nuovo millennio, con senso di responsabilità per tutti gli Ungheresi, enunciamo quanto segue: siamo orgogliosi che il nostro Re Santo Stefano mille anni fa abbia dotato lo Stato ungherese di stabili fondamenta ed abbia inserito la nostra Patria nell’Europa cristiana. Siamo orgogliosi dei nostri antenati che combatterono per la conservazione, per la libertà e per l’indipendenza del nostro Paese. Siamo orgogliosi delle eccellenti opere intellettuali degli Ungheresi. Siamo orgogliosi che, nel corso dei secoli, il nostro popolo abbia difeso l’Europa combattendo e, con il suo talento e la sua diligenza, abbia contribuito alla crescita del suo patrimonio comune. Riconosciamo il ruolo del cristianesimo nella preservazione della nazione.» Anche se non vengono tralasciate altre tradizioni religiose e altre nazionalità, riconosciute come parte integrante dello Stato ungherese, colpisce il frequente riferimento alla “nazione ungherese”, distinta da coloro che pur possedendo la cittadinanza appartengono a quelle che vengono definite «le minoranze nazionali che vivono con noi», quasi che la “nazione ungherese” sia da definirsi in costante antitesi con “gli altri”. L’elemento centrale della appartenenza etnica, legato a una sorta di nostalgia per la grandezza di un glorioso passato, risalta con grande forza. «Crediamo che i nostri figli e i nostri nipoti – si legge ancora nel Preambolo – con il loro talento, perseveranza e forza d’animo innalzeranno di nuovo l’Ungheria.»

Nel decimo compleanno della nuova Costituzione ungherese che dire e soprattutto che fare per una UE che proprio di fronte alla drammatica sfida della pandemia sembra aver ritrovato qualche slancio anche nella prospettiva delle nuove generazioni? L’imprescindibilità di valori condivisi per costruire da vicino un idem sentire de Europa sembra a chi scrive un tema sul quale vale la pena riflettere in profondità e certo la via che ogni paese vada alla ricerca del suo glorioso passato etnico-identitario, in alterità con altri, non sembra quella più idonea da percorrere…tanto più se questo messaggio è fatto addirittura proprio da una Costituzione….

 

 

 

 

* Già professore ordinario di Storia delle Dottrine Politiche all’Università di Bologna