Ultimo Aggiornamento:
20 ottobre 2021
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PD: ritorno al PCI di Berlinguer?

Paolo Pombeni - 16.06.2021
PCI Berlinguer

Nessun partito è oggi in buona salute. Le discussioni sulla crisi della “forma partito” datano almeno da fine anni Settanta del secolo scorso, ma sono state a lungo esercitazioni accademiche. Ora sono riflessioni su una realtà che è più o meno sotto gli occhi di tutti. Magari c’è qualche risvolto paradossale, tipo il fato dei Cinque Stelli che sono nati per buttare a mare tutta la logica dei partiti politici e che adesso vogliono rifondarsi più o meno come partito. Ovviamente dichiarando, Conte dixit, che però saranno una cosa diversa dai partiti tradizionali. La storia si era già vista col fascismo e con il suo passaggio da Movimento a Partito Nazionale Fascista (PNF), anche allora dichiarando solennemente che il termine indicava però un’altra cosa. Non fu così, ma è un’altra storia.

Nonostante tutto, il caso più curioso è invece quello del PD, che non ha mai voluto negare la sua storia di partito più o meno tradizionale (congressi, direzioni, assemblee, segretari, circoli e quant’altro), ma che al dunque riesce sempre meno ad essere quello che un partito dovrebbe essere: un canale che travasa rappresentanza dalla società alla politica e viceversa.

Il partito che ha sede al Nazareno è un club, appena un poco allargato, di professionisti della politica: quando si concede di immettere nelle sue fila qualche rappresentante, in genere poco significativo dei circuiti sociali (altrimenti insidia il potere delle oligarchie interne), cura che questi non alterino il gioco delle sue correnti. Così il problema fondamentale diventa che il PD, privo di una ideologia abbastanza totalizzante (non usa più ed è un bene), non riesce neppure a darsi l’orizzonte di un disegno di ampio respiro e di lungo periodo avente ad oggetto il futuro di questo paese. Gli servirebbe per mettere alla prova la qualità dei suoi membri, soprattutto di quelli che mette nei ruoli più delicati, e per attirare nuovi e interessanti ingressi, ma non sa come fare.

La via d’uscita a questa infelice situazione è ormai da tempo il rifugio nella rincorsa a diventare “un partito radicale di massa”. La definizione coniata per il vecchio PCI viene in origine dal filosofo Augusto Del Noce che per quel partito non nutriva simpatie, ma venne con maggiore successo impiegata dal cattolico sociale Ermanno Gorrieri verso il partito di Berlinguer e dei suoi successori. Descriveva una forza politica che cercava di imporsi sulla scena pubblica assecondando le richieste di piantare bandiere e bandierine che gli venivano dal mondo dei media. Era un modo di essere, come si dice, à la page, di sentirsi accettati dall’opinione pubblica “progressista” come l’avanguardia della riscossa che avrebbe portato il paese fuori dai suoi ritardi storici.

Allora però c’era almeno una ambizione di leadership: il PCI si offriva come terminale accogliente per tutti coloro che fossero disposti ad assumere come mantra i suoi slogan, a patto ovviamente che lasciassero fare alla “struttura” che aveva le competenze per fare politica e non pensasse di disturbare il manovratore.

Oggi si ripete la liturgia della ricerca degli argomenti à la page, ma avendo dismessa sia l’ambizione alla leadership sia la disponibilità di una struttura realmente radicata nella società. Così c’è stata una continua rincorsa a slogan come il campo largo, i diritti di questi e di quelli (e anche di quegli altri, abbondare non fa mai male), le invenzioni più o meno estemporanee (voto ai sedicenni, dote ai diciottenni da finanziare con un nuovo tipo di tassa di successione, ecc.). Roba buona per i talk show, ma è lecito chiedersi quanto sia materia di iniziativa politica.

Inutile girarci intorno: la nuova segreteria si sta mostrando debolissima proprio sulla pianificazione di un intervento politico. C’era l’ottima occasione delle amministrative. Le città si sono rivelate sempre più centrali per recuperare un rapporto fra politica e cittadinanza, saranno importanti come snodi per il PNRR, e il PD cosa ha fatto? Ha discusso solo su come garantirsi il mantenimento o la conquista di “posizioni” lasciandosi condizionare da tutte le reti dei cacicchi locali anziché lanciare un grande piano su come organizzare questi nodi importanti nella nuova situazione.

Se si vuole un altro esempio di fiato corto ecco il tema del rapporto coi Cinque Stelle. Non scandalizza nessuno che lo si consideri un passaggio importante nel confronto col centrodestra. Lascia sconcertati vedere che il PD è incapace di porre diciamo pure condizioni, almeno argomenti di confronto ineludibile su cui non può arretrare. Le fumoserie sul rispetto dei travagli di Conte, di Grillo e dei loro seguaci sono irritanti. Un partito che vuole essere leader chiarisce con gli alleati condizioni imprescindibili per la cooperazione e queste non possono essere il generico invito a stare insieme nel campo della sinistra, cosa che non significa nulla, se non si dà un contenuto a questa scelta di campo.

Il ritorno al modello di PCI di Berlinguer è senza senso e manca di prospettiva. Troppa acqua è passata da allora sotto i ponti, troppo diverso il nostro paese e il mondo intero, troppe disillusioni si sono accumulate sulle spalle di coloro che avevano sperato nella nascita di una nuova sinistra. Purtroppo la modesta riuscita della “vocazione maggioritaria” di Veltroni (che non fu affatto un completo fallimento) ha reso impopolare l’obiettivo di riunire sotto le bandiere del PD le molte anime del “progressismo” italiano. Adesso va di moda il “campo largo” che significa un assembramento di forze diverse che pretendono di rimanere distinte e alternative al PD, il quale a questo punto cerca di ricostruirsi reinventando più o meno il PCI, senza la sua storia e il suo background.

Una prospettiva che a noi non pare foriera di riscosse future.