Ultimo Aggiornamento:
16 novembre 2019
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Il respiro della politica

Stefano Zan * - 30.10.2019
Simbolo Italia Viva

I processi politici, così come quelli sociali e personali, hanno bisogno di tempo, di respiro, per svilupparsi e consolidarsi. Il tempo è una variabile fondamentale che la nostra società della comunicazione, del web, dei social, sembra aver dimenticato: tutto deve accadere, essere giudicato, evolvere in tempo reale. Ma così non è. Per quanto la nostra sia, rispetto al passato, una società accelerata molte cose richiedono ancora tempo, anche quando noi non vogliamo concederlo.

Fino a poche settimane fa tutti erano convinti che avremmo avuto una finanziaria lacrime e sangue. Così non è. Abbiamo una finanziaria onesta-modesta che era l’unica che si poteva fare in poco tempo e con i fichi secchi dei vincoli esistenti: Europa, Iva, quota cento, reddito di cittadinanza e così via.

Fino a poche settimane fa tutti erano convinti che saremmo andati alle elezioni questo autunno. Così non è. Grazie alle dinamiche del nostro ordinamento parlamentare abbiamo un governo, improbabile, ma pur sempre un governo.

Fino a poche settimane fa tutti erano convinti che la partita si sarebbe giocata tra PD e 5Stelle. Così non è. Oggi anche Italia Viva gioca questa partita.

Metabolizzare processi di questa natura richiede tempo, soprattutto per i cittadini-elettori che non vivono di politica. Ipotizzare oggi alleanze organiche tra questo e quello è un non senso perché antepone disegni astratti fatti a tavolino alla necessaria evoluzione delle sensibilità politiche. In realtà tutti i partiti non di destra, quelli che se si fosse andati alle elezioni oggi sarebbero all’opposizione e avrebbero tutto il tempo per riflettere, hanno comunque bisogno di tempo.

I 5Stelle in due anni si sono trovati a passare da movimento antisistema ad essere il principale partito italiano. Da allora hanno sempre perso le elezioni successive ma sono stati al governo prima con la Lega e ora con il PD. È evidente che hanno bisogno di tempo per capire chi sono (diventati) e cosa vogliono o possono essere. E questa volta non basta la parola del guru per indicare la via, anche perché il guru lo seguono i militanti e molto meno gli elettori.

Il (nuovo) PD ha bisogno di tempo per capire se e in che modo si riflette sulla società la visione rappresentata dal nuovo segretario. Tutti si aspettano un partito nuovo ma nessuno lo ha ancora visto perché appunto ci vuole del tempo per passare dal disegno, dalla visione, alla sua concretizzazione.

Italia Viva è appena nata e ha bisogno di tempo per capire se la sua proposta è frutto delle velleità di pochi aspiranti Macron o è invece capace di intercettare e convincere un numero sufficientemente ampio di elettori.

Fortuna vuole che, se non commettono errori grossolani, se non mettono il carro davanti ai buoi, hanno davanti a sé i tre anni che mancano alla fine naturale della legislatura. Non sarà certo la prima volta nella storia, e non solo in Italia, che un governo si trova a governare per un certo periodo senza la maggioranza del consenso dei cittadini.

Ma perché il governo duri ci vogliono almeno due condizioni, una di stile e una di sostanza.

Quella di stile riguarda il tasso di litigiosità tra i partiti. Voler distinguersi oggi a tutti i costi per qualche punto percentuale in più rischia comunque di erodere la somma complessiva dei voti e quindi le prospettive per il futuro.

Quella di sostanza riguarda la necessità che finita questa prima fase di urgenza con la presentazione della legge di bilancio, il governo si doti di un programma veramente triennale. Ma non un qualsiasi programma. Un programma ragionevole, equilibrato di buona gestione e amministrazione può forse far bene al Paese ma non fa vincere le elezioni successive. Churcill, Clinton, ma anche Renzi lo sanno bene. Per vincere non bastano i risultati ma ci vuole anche un sogno, una visione, una speranza.

Il nuovo programma dovrebbe (e qui il condizionale è d’obbligo) essere al contempo caratterizzante e sfidante. Caratterizzante perché appunto non si limita a mettere assieme ragionevolmente tutto quello che sarebbe opportuno fare ma individua una o due priorità specifiche e su quelle si gioca il tutto per tutto. Sfidante perché dovrebbe intervenire su uno dei temi che costituiscono le ragioni di successo degli avversari realizzando nel concreto quello che gli altri si limitano a promettere.

La questione fiscale sembra rispondere a queste due caratteristiche. Una riforma organica, dopo anni di infinite sovrapposizioni, sottrazioni, clausole, detrazioni, deduzioni, bonus, aliquote, ecc. che sia in grado di semplificare (cioè tra l’altro rendere più intellegibile) e proporre una tangibile redistribuzione del reddito a favore dei ceti medi e dei ceti meno abbienti.

Questo ovviamente non può essere fatto in un anno. Ma con una prospettiva di tre anni molto può essere fatto. In un anno non si fa una vera spending review: in tre anni si può fare molto. In un anno non si vendono gli immobili pubblici: in tre anni qualcosa si può fare. E così via. Però per questo ci vuole un programma proiettato nel tempo e condiviso. Cosa succederà dopo nessuno lo sa. Ma nel frattempo i partiti oggi al governo possono prendere un po’ di respiro per affrontare i loro percorsi interni in vista delle elezioni del 2023. Non è detto che in politica il tempo sia galantuomo ma magari anche il consenso per la destra potrebbe indebolirsi invece che continuare a crescere.

D’altra parte non ci sono alternative. O gli attuali partiti di governo sanno giocarsi in modo intelligente i prossimi tre anni oppure in tempi ben più brevi si troveranno tutti all’opposizione. E allora sì che avranno tutto il tempo per riflettere.

 

 

 

 

* E' stato docente universitario di Teoria delle organizzazioni. Il suo blog è ww.stefanozan.it