Ultimo Aggiornamento:
13 novembre 2019
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Il Quirinale e la nuova maggioranza

Luigi Giorgi * - 18.07.2018
Quirinale

Il confronto/scontro fra il Presidente della Repubblica e le nuove forze della maggioranza di governo, consumatosi qualche tempo fa, relativamente alla formazione dell’Esecutivo, non rappresenta, a mio giudizio, qualcosa di episodico legato al nome di un semplice ministro. E non è collegato alle sole prerogative, stabilite dalla Costituzione, che il Presidente della Repubblica può e, in alcuni casi deve, per salvaguardare l’interesse nazionale, mettere in campo, relativamente alla scelta dei ministri. La dimostrazione che si tratti di qualcosa di più profondo è data anche dalle ultime vicende della nave “Diciotti” e da tutta la gestione che questo Esecutivo sta facendo della questione immigrazione con le relative problematiche.

Siamo di fronte, limitatamente alle tensioni con il Quirinale, come è stato notato da autorevoli commentatori, ad una crisi di sistema, che investe in pieno la figura, così come la disegna la Costituzione, del Capo dello Stato. Il problema infatti investe, a mio parere, non soltanto quelle prerogative costituzionali, che ho cercato, sommariamente, di indicare, ma la figura del Presidente nella sua globalità di ruolo e di capacità d’intervento al di là dell’attuale inquilino del Quirinale. In quanto, creando un clima di tensione con il Presidente si tende a mettere in discussione quello che esso rappresenta: l’interesse nazionale, la Costituzione, e finanche l’unità nazionale. È presente da tempo, nel dibattitto del Paese, ad esempio, il movimento carsico contro il fatto che il Presidente non sia eletto direttamente dal popolo (considerazioni che sono tornate nel momento più acuto della crisi di qualche mese fa). E della conseguente idea della sua elezione diretta, che configurerebbe una sostanziale modifica del quadro istituzionale e parlamentare, trasformando, a fronte di una vasta riforma costituzionale, tutto l’assetto della Repubblica uscito dalla seconda guerra mondiale.

E ciò rappresenta una questione di metodo e di merito. In quanto raffigura la volontà di “scardinare” una delle poche figure di garanzia, secondo l’assetto dato, rimaste nel nostro panorama istituzionale, intendendo “attaccare” e mutare tutto l’assetto paese, nel tentativo di dirigerlo secondo altre dinamiche (a volte esterne al sistema di pesi e contrappesi che conosciamo). Mettere in discussione il ruolo del Presidente della Repubblica vuol dire mettere in discussione, indirettamente, il Parlamento e la Costituzione, cioè la democrazia così come l’abbiamo conosciuta, e condurre il tutto non verso un suo sostanziale miglioramento (almeno penso) ma verso un suo depauperamento progressivo che ridisegni anche l’interesse nazionale, nel momento in cui si cerca, paradossalmente, di salvaguardarlo, e passarlo nelle mani di ambienti esterni, ed interni, avulsi dal sistema paese e dall’ambito internazionale di cui l’Italia è stata fondatrice ed autorevole membro come l’Europa. Significa anche bypassare fondamentalmente la Costituzione sia nel suo aspetto normativo e di riferimento valoriale, sia come testo che narra il paese e in cui il paese ha racchiuso la sua “narrazione” dopo il fascismo, dopo la guerra, dopo le sue tragedie, dopo le responsabilità popolari nell’affermazione del fascismo e in seguito alla lotta di Liberazione come simbolo non solo militare ma politico della redenzione morale e sociale di una nazione. E vuol dire, quindi, consegnare al variegato ed incontrollabile mondo del web una nuova storia del paese, sagomata secondo il paradigma della partitocrazia predona, disattenta alle esigenze della gente: cos’altro è la norma, molto limitata a dire il vero, sul ricalcolo dei vitalizi se non questo? Trasmettere cioè un’idea del passato democratico della Repubblica come semplice epoca dei privilegi contrassegnata da una élite al di sopra e, per certi versi, contro il popolo. E la fine di uno studio e di un racconto storico serio e ponderato sul nostro paese è forse l’aspetto più critico di tutto, cui neanche la passata maggioranza né l’attuale opposizione sembra preoccuparsi con un’adeguata riflessione. Stiamo scivolando verso la sostanziale emarginazione del discorso “storico” nel nostro paese. E non parlo, soltanto, della storia come disciplina di ricerca, ma della storia come capacità di analisi, nella sua strutturata varietà di approccio e di analisi, di ciò che il paese è stato, di come si è evoluto, di cosa è adesso. E della possibilità, così, di tracciarne, nel modo più condiviso possibile, pregi e limiti con accuratezza. Ed è in tale contesto che l’atteggiamento “insofferente” verso la Presidenza della Repubblica che molti hanno dimostrato, e manifestano, in questa fase (fra politici e cittadini), in un cortocircuito in cui anni di personalismo tout court hanno fatto credere che le elezioni scelgano, sic et simpliciter, il governo sottraendolo ad ogni regola parlamentare e costituzionale, rappresenta un po’ il passaggio ultimo del “riposizionamento” culturale, profondo, di questo paese e delle sue classi dirigenti. Il disegno mi sembra tenda a sostituire (se non ad ignorare) le garanzie e i bilanciamenti democratici come li abbiamo conosciuti e con essi l’interesse nazionale come disegnato dalla Carta nei suoi riferimenti atlantici ed europei oltre al depotenziamento, effettivo, delle assemblee elettive e della delega, come orpello di una democrazia che si esercita secondo metodi differenti ed in ambiti diversi dai noti. Forse si punta, semplicemente, e sarebbe il male minore, ad avere, se questa legislatura durasse, un Presidente della nuova parte, qualunque essa sia. Il problema è se un possibile tale evento rappresenti il termine, secondo uno schema della tanto vituperata vecchia politica, di un intento di profonda revisione dello Stato e delle istituzioni o se non, altresì, l’avvio, fra tanti altri fattori, di tale obiettivo.

 

 

 

 

* Studioso di storia contemporanea. Attualmente collabora con l’Istituto Luigi Sturzo.