Ultimo Aggiornamento:
18 settembre 2019
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Un paese bloccato

Paolo Pombeni - 22.09.2018
Copertina Time Salvini

Altro che governo del cambiamento: oggi l’Italia è un paese bloccato nelle sue contraddizioni che gli impediscono di prendere in mano il problema del suo futuro. Vediamo qualche elemento di questo contesto.

La prima considerazione da fare è che siamo in una situazione in cui manca qualsiasi effettiva possibilità di instaurare una dialettica fra maggioranza di governo e opposizioni. L’attuale esecutivo sa benissimo che non può essere battuto in parlamento, perché ciò presupporrebbe una convergenza fra forze politiche diverse le quali non hanno alcuna compatibilità che consenta loro di unirsi. Non ci sarebbero neppure i numeri, ma se ci fosse la possibilità di un fronte alternativo potrebbe accadere che si staccassero componenti della attuale maggioranza in modo da consentire l’alternativa. In fondo è così che si fanno le rivoluzioni parlamentari. Oggi per qualsiasi componente di M5S o Lega staccarsi dalla casa madre per passare con le opposizioni sarebbe un suicidio. Del resto il PD perde ogni giorno di più attrattività, l’estrema sinistra è un fantasma senza corpo, Forza Italia è una formazione che ormai Berlusconi ha costretto ancora più di prima ad agire unicamente al servizio della conservazione di qualche suo interesse personale (vedi il recente caso della nomina del vertice Rai).

Tuttavia questa condizione non dà alcuna vera libertà d’azione al governo che appare sempre più incapace di varare una sua vera stagione politica, per discutibile che possa essere. La scelta di basarsi su un paranoico “contratto” lo ha intrappolato in una serie di scelte obbligate, ma impossibili da portare veramente a frutto. Certo i più scaltri nell’esecutivo si trincerano dietro alla prospettiva di portare a termine quanto previsto nel contratto nel corso dell’intera legislatura, ma tutti sanno che i capi politici, pressati oltre tutto da entourage non proprio di prima grandezza (salvo rare eccezioni), hanno bisogno di esibire subito qualche risultato. Questo li obbliga ad un estenuante gioco di affermazioni dove la retorica populista più sfrontata è spesso dominante: Di Maio conclude molto poco, ma può sbandierare un biglietto di classe economica per il suo viaggio in Cina.

L’essere inchiodati alla retorica della realizzazione delle promesse elettorali impedisce qualsiasi azione di reale aggressione dei nostri problemi di fondo. Così dobbiamo sentirci raccontare la favola che il reddito di cittadinanza alzerà i consumi, che il condono fiscale farà tornare al lavoro imprenditori che hanno evaso le tasse “per necessità” (somiglia alla storia che i ladri rubano per dar da mangiare ai propri bambini), che la riforma pensionistica libererà molti posti di lavoro per i giovani e che il tetto messo alle pensioni alte creerà i soldi per innalzare quelle minime. In privato i più avveduti membri dell’attuale governo ammettono che la situazione è poco allegra, perché i tecnici li hanno informati che la nostra situazione finanziaria è traballante. Però sono tenuti ostaggio dai loro colleghi che sono dilettanti allo sbaraglio e che sono incapaci di capire quel che sta accadendo perché la loro formazione è avvenuta in anni di propaganda parolaia.

Un altro esempio di quanto la situazione sia bloccata è dato dalla situazione del ministro Tria. E’ stato messo nella sua posizione sulla spinta di vari centri istituzionali che volevano qualche garanzia su un presidio autorevole e responsabile in capo al delicato ministero dell’economia. E’ diventato il bersaglio delle insoddisfazioni di quelli che non accettano l’idea che i soldi non si possono stampare di notte e che il debito ha il difetto che poi bisogna pagarlo e costa caro. Dovrebbe dimettersi per rifiutare questi attacchi indecorosi, ma non può farlo perché si caricherebbe della responsabilità di aver fatto precipitare sui mercati la situazione finanziaria del paese, sicché deve rimanere lì non si sa bene a quale fine.

Del resto sembra esserci una scarsa capacità di capire quanto il bloccarsi della situazione italiana stia diventando pericoloso. La fama di cui gode Salvini all’estero (copertina di Time, attacchi di Macron e di altri politici europei) può compiacere il suo superego, ma crea un ulteriore ingessamento della nostra immagine nazionale come quella del paese che prova a capeggiare la sfida populista e che come tale va dunque combattuto a fondo. Questo banalmente significa avere molti nemici interessati che ci trovano un bersaglio facile, senza che ci sia poi veramente qualcuno disposto ad allearsi con noi: pensare che le elezioni europee porteranno ad una nuova maggioranza populista a Bruxelles in cui l’Italia avrà un posto di rilievo è una pia illusione. Può darsi che ci saranno nuovi equilibri politici, ma i sovranisti degli altri paesi non vorranno caricarsi della responsabilità di aiutare una nazione schiacciata dal suo debito pubblico che come tale crea instabilità per i suoi partner.

Un paese bloccato non è mai un paese in salute. Il fatto è che temiamo stia per nascere in maniera carsica la tentazione in alcune sezioni delle classi dirigenti di puntare allo sblocco della situazione aprendo un negoziato con i nuovi governanti, a cui si prometterà definitivo supporto se si liberano delle loro appendici barricadiere. L’abbiamo già visto nella storia d’Italia e non ci piace proprio pensare che si ripeta.