Ultimo Aggiornamento:
21 novembre 2018
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Il paradosso/suicidio del PD

Stefano Zan * - 12.09.2018
Suicidio del PD

Il paradosso in cui si trova il PD, che rischia di trasformarsi in un suicidio politico, può essere così sintetizzato: chiunque vinca il prossimo congresso il PD continuerà a perdere voti alle elezioni.

Tutti gli osservatori sottolineano la grande conflittualità interna, i personalismi, il gioco delle correnti, la pochezza dei leader, la scarsità delle idee, le contraddizioni, la fumosità delle analisi, l’inconsistenza dell’opposizione, ecc. che caratterizzano la vita del partito da molto tempo a questa parte e guardano al congresso, ma soprattutto al nuovo segretario, come la soluzione di tutti i problemi: basta trovare il segretario “giusto” e tutto si risolve.

Le cose però non stanno così perché, al di là delle dinamiche interne di partito, il problema vero è l’orientamento degli elettori.

Dall’avvento del primo Renzi ai risultati delle ultime elezioni i fatti ci dicono che esistono, a sinistra, due visioni, due identità, due concezioni, due prospettive non conciliabili all’interno dello stesso partito per quanto plurale esso possa essere e che, tra l’altro, non corrispondono nemmeno alle vecchie appartenenze DS-Margherita.

Senza alcuna valutazione di merito ma con puro intento descrittivo possiamo definire la prima posizione di “sinistra classica”, di quella sinistra che rivendica la sua storia, la sua tradizione, il suo insediamento sociale come un valore in sé che va difeso e tutelato sempre e comunque; la seconda posizione, quella della Leopolda per intenderci, ha come caratteristica principale l’idea della “modernizzazione” anche a costo di far saltare alcuni valori storici della sinistra classica e di perdere i legami tradizionali con alcuni pezzi di quella società.

Il tentativo di Renzi di modernizzare il partito mantenendo il consenso della sinistra classica non è riuscito, come dicono i risultati elettorali. Ma l’idea che un nuovo segretario espressione della sinistra classica possa intercettare il voto degli elettori attratti principalmente dai valori della modernizzazione è assolutamente poco convincente.

Nella società, fuori dal partito, vivono due visioni, due sensibilità diverse: valorizzare l’una a scapito dell’altra significa perdere i voti dell’una o dell’altra. La colpa vera di tutti i dirigenti del PD di oggi è quella di voler trovare, attraverso il congresso, la posizione “giusta”, la “sintesi” pesando i voti interni e non guardando a quanto è già avvenuto fuori dal partito.

Non esiste una sintesi possibile.

Gli elettori insoddisfatti di Renzi hanno scelto Lega e 5Stelle.

Non è chiaro cosa sceglierebbero gli elettori renziani se si trovassero Zingaretti come premier ma, certamente, molti smetterebbero di votare PD.

Quello che nessuno è in grado di sapere oggi è quanto valga il voto “renziano” senza i condizionamenti degli anti renziani e quanto valga il voto della sinistra classica senza la presenza ingombrante dei renziani.  Ma esiste la possibilità concreta che mentre la forzatura di tenere unito ciò che unito non è faccia strutturalmente perdere voti, la esplicita offerta di due opzioni diverse porti ad un aumento dei voti complessivi. Le coalizioni possono (per definizione) essere plurali. I partiti (troppo) plurali si ritrovano a dedicare la più parte delle loro energie alla gestione della conflittualità interna. Loro perdono consensi e gli altri vincono.

Un esito dirompente, accattivante, nuovo, del congresso, capace di rivitalizzare l’opposizione e la passione di un elettorato oggi depresso e amareggiato sarebbe una separazione consensuale tra la sinistra classica e la componente modernizzatrice dell’attuale PD. A quel punto, liberate entrambe dall’impegno di affermare la “posizione” giusta del partito unico, che non esiste, le due componenti potrebbero ricercare il loro consenso nella società e affinare e qualificare la loro proposta complessiva. Al bisogno non sarebbe poi difficile trovare modalità di coalizione dove i meccanismi elettorali lo richiedessero.

 

 

 

 

* E' stato docente universitario di Teoria delle organizzazioni. Il suo blog è ww.stefanozan.it