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20 aprile 2024
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Il governo alla prova delle nomine

Paolo Pombeni - 12.04.2023
DEF 2023

Questa settimana il governo affronta il quadro economico: ci sono alcune riforme per le società quotate in Borsa (tema da specialisti, ma ha poi ricadute sul sistema economico), c’è da approvare il Documento di Economia e Finanza (DEF) che è una valutazione tendenziale su come andrà la nostra economia. Qui le cose vanno abbastanza bene, si prevede addirittura un incremento del PIL intorno all’uno per cento, pur con un deficit che non si ridimensiona veramente.

Insomma sul versante economico il paese non sarebbe messo male, non fosse per l’inflazione che è stata indotta dall’aumento dei prezzi dei prodotti energetici sui beni di consumo, i cui prezzi però non si stanno abbassando nonostante quegli aumenti si siano drasticamente ridimensionati. È la solita storia di una componente un po’ arraffona, che quando vede la possibilità di speculare non si tira indietro. Le conseguenze non sono leggere perché è l’inflazione e anche, diciamolo, il lungo blocco di stipendi e salari che hanno generato l’insoddisfazione dei cittadini, quella che poi si scarica sulla partecipazione politica come rivelano i trend dell’astensionismo che non si riducono.

La maggioranza di governo non sembra curarsi più di tanto di queste insoddisfazioni: le componenti più demagogiche le cavalcano scaricandone le colpe sui governi precedenti e sugli avversari politici, le altre constatano che non ci sono opposizioni capaci di introdurre elementi dialettici impegnate come sono a fare a loro volta demagogia (qualche eccezione c’è, ma non riesce a fare massa critica).

In questo clima rimane sottovalutata la questione niente affatto secondaria delle nomine che il governo deve fare per i vertici delle grandi (e anche meno grandi) aziende partecipate, come ENEL, ENI, Poste, Ferrovie, ecc. Qualcuno ricorderà che una delle ragioni per cui alcune componenti responsabili speravano che Draghi restasse al governo fino alla scadenza naturale della legislatura (più o meno in questi giorni) era proprio quella di affidare alle sue mani esperte la scelta dei personaggi chiave che dovevano sia guidare strutture decisive per la formazione del PIL italiano, sia dare con le loro aziende un contributo essenziale per la “messa a terra” di importanti interventi del PNRR.

Probabilmente Draghi è stato fatto cadere anche per impedirgli di occuparsi di quella scadenza, perché la distribuzione delle caselle da occupare è una delle occupazioni predilette dai partiti politici. Ci si sono dedicati tutti, e il fatto che qualche volta siano riusciti a scegliere la persona giusta non annulla il principio generale che li portava a restringere le scelte all’ambito dei propri “fedeli”. Dunque non stupisce più di tanto che i partiti della destra-centro vogliano mantenersi in questo solco, soprattutto quelli come FdI che in passato solo eccezionalmente sono riusciti ad impossessarsi di qualche casella (FI l’ha fatto abbondantemente, la Lega non si è certo tirata indietro, né a livello degli enti locali, né a quello dei ministeri). Come sempre chi ieri si è comportato in quel modo quando era al governo, oggi si straccia le vesti per le repliche in mano agli altri. Come cantava Fabrizio De André: “si sa che la gente dà buoni consigli/sentendosi come Gesù nel Tempio/si sa che la gente dà buoni consigli/ se non può più dare cattivo esempio”.

Oggi però si presenta una situazione parzialmente nuova. La forza preponderante nella maggioranza, cioè FdI, non ha un grande bacino di fedeli all’altezza in cui pescare per posizioni molto delicate. La sua vecchia marginalità non aveva attratto personaggi di quel calibro e giustamente di quelli che sono arrivati adesso attratti dal profumo del potere Meloni si fida poco. Dunque è più propensa a confermare in molte posizioni personalità della fase precedente, piuttosto che avventurarsi nella promozione di soggetti sulle cui capacità non c’è grande certezza. Ciò non piace né alla Lega salviniana, che ha molti appetiti disinvolti, né a FI che per le sue passate caratteristiche un certo bacino in cui pescare ce l’ha.

Meloni sembra non vedere però la ragione per fare grandi favori ai suoi alleati col rischio di mettere al vertice di settori molto delicati personaggi che non garantiscono la capacità di navigare in questo momento difficile. Giustamente la presidente del Consiglio sa che gli eventuali errori e/o guai che gente di quel tipo può provocare ricadrebbero come colpa su di lei, mentre invece sarebbe lei a trarre vantaggio dai successi degli uomini e delle donne che ha messo nei posti delicati, perché quei successi a livello interno e internazionale porterebbero un vantaggio al paese e dunque al governo.

Se riuscisse in questa operazione, che è tutt’altro che semplice se non la si vuol ridurre al solito belletto per nascondere le rughe, Meloni avrebbe rotto l’incantesimo del cerchio infernale della distribuzione delle “spoglie” del potere in base ai parametri di fedeltà politica (anzi spesso di radicalismo demagogico). Non le sarà facile perché di appetiti in casa ne ha molti e questi cercano di condizionarla accusandola più o meno velatamente di regalare posizioni al “nemico”. Ci sono settori, per fortuna di relativa importanza, in cui questo è molto evidente come quello della cultura dove l’assalto alla diligenza da parte di quelli che si lamentano di essere sempre stati discriminati è abbastanza sfacciato (con la ridicola reazione di molti che su quella diligenza si sono assisi per ragioni altrettanto di parte, i quali cercano di esibire quarti di nobiltà che spesso proprio non hanno).

Non sappiamo se, almeno parzialmente, riuscirà l’impresa di sottrarre le scelte per posti chiave nell’economia nazionale alle logiche della spartizione partitico-correntizia. In generale non vediamo grandi segnali in questa direzione, ma se almeno in alcuni casi si instaurasse una diversa cultura di governo potremmo pensare che qualche eredità Draghi, tutto sommato, è riuscito a lasciarla.