Ultimo Aggiornamento:
20 luglio 2019
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I tweet di Putin e il lungo telegramma di Kennan: la politica estera russa e la tradizione sovietica

Daniela Vignati * - 06.01.2018
Joe Biden e Vladimir Putin

Le rivelazioni dell’ex vice Presidente statunitense Joe Biden a proposito delle presunte iniziative della Russia a sostegno del no al referendum costituzionale italiano del dicembre 2016,e di quelle che si appresterebbe a intraprendere per influenzare il voto alle prossime elezioni politiche,hanno di recente portato al centro del dibattito anche nel nostro Paese una questione con cui gli osservatori internazionali si stanno confrontando da tempo. La denuncia delle azioni russe che Biden ha affidato alle pagine dell’autorevole rivista Foreign Affairs si somma all’allarme suscitato a fine novembre dalle indiscrezioni pubblicate dalla stampa britannica circa un supposto coinvolgimento russo nella campagna per la Brexit: servendosi di account fittizi e degli strumenti che consentono la produzione seriale di tweet e post, la Russia avrebbe – secondo fonti riservate – contaminato il dibattito pubblico in Gran Bretagna con l’obiettivo di orientare almeno parte degli elettori a favore dell’uscita dall’Unione Europea; conferisce inoltre maggiore autorevolezza – oltre che ai solidi indizi a proposito di analoghe interferenze russe nel voto che ha portato Donald Trump alla Casa Bianca – ai sospetti affacciati negli ultimi mesi circa il supporto che la Russia avrebbe fornito tramite i medesimi canali alle forze populiste di Marine Le Pen in occasione delle presidenziali francesi del maggio di quest’anno, al tentativo indipendentista della Catalogna e ad Alternative für Deutschland nel corso della campagna per le recenti elezioni del Bundestag tedesco.

Il tema della distorsione introdotta nel sistema dell’informazione dall’irruzione dei social media come fonte in larga misura incontrollabile di notizie fallaci, parziali e suscettibili di manipolazione si è imposto all’attenzione del dibattito pubblico già all’indomani degli shock elettorali che hanno scandito il 2016 – Brexit e presidenziali statunitensi. Si sono allora evidenziati i rischi derivanti dalla rapida moltiplicazione di strumenti attraverso i quali si esercita un diritto connaturato ai sistemi democratici – la libertà di espressione: se il ruolo svolto da un’informazione plurale, libera e indipendente è di fondamentale importanza per garantire quel complesso sistema di contrappesi, vigilanza e controlli tra i poteri essenziale per il funzionamento della democrazia liberale, il proliferare di mezzi di diffusione di notizie non verificate è stato infatti utilizzato con grande abilità da forze e leader che a vario titolo si possono qualificare (o si qualificano esse stesse) come antisistema e “sovraniste”– non a caso accomunate da una profonda ostilità nei confronti degli organi di informazione “mainstream”. Quanto è emerso nel corso di quest’anno rende il quadro ancor più complesso, e preoccupante, avvalorando la prospettiva che tali forze e tali leader abbiano beneficiato – consapevolmente o meno, e con un grado di efficacia variabile – del supporto di una potenza straniera apparentemente interessata a incunearsi in ogni potenziale fattore di divisione e a sfruttare ogni incrinatura nei Paesi occidentali per realizzare un disegno di destabilizzazione.

Quanto è stato detto e scritto a questo proposito negli ultimi mesi suggerisce un parallelismo – poco più di una suggestione – che però vale forse la pena offrire alla riflessione sul tema. Le valutazioni espresse da analisti ed esperti in merito alla strategia che pare intravedersi dietro le singole iniziative della Russia odierna riecheggiano molto da vicino quelle contenute in un documento scritto circa settant’anni prima che Putin avviasse la sua (presunta?) campagna di infiltrazione e ingerenza. In quello che è passato alla storia come “il lungo telegramma” l’allora incaricato d’affari dell’ambasciata a Mosca George Kennan elaborava un’analisi sofisticata e calzante degli obiettivi e degli strumenti della politica estera sovietica. Il Cremlino – ammoniva lucidamente il diplomatico – avrebbe puntato a «minare […] le principali potenze occidentali», sforzandosi di «stimolare ogni forma di disunità». Mosca avrebbe approfittato di ogni occasione per mettere «i ricchi contro i poveri, i neri contro i bianchi, i giovani contro gli anziani, gli immigrati contro chi gode della cittadinanza». E l’avrebbe fatto servendosi di qualunque soggetto – partito, movimento politico, associazione – si fosse reso disponibile, consapevolmente o meno, a veicolare messaggi era promuovere politiche in linea con gli interessi sovietici.

Per contenere l’azione del Cremlino e ostacolarne il progetto, Kennan suggeriva nel suo telegramma, pubblicato nel 1947 a firma Mister X sulla stessa rivista scelta da Biden per denunciare il progetto di Putin, di cementare la coesione interna delle società occidentali e di rafforzare la collaborazione tra i Paesi europei. Chiamato a Washington a partecipare agli organismi preposti alla formulazione della politica estera statunitense, Kennan fornì poi un contributo decisivo nella definizione del Piano Marshall. Cardine della politica di contenimento, quel piano rappresentava la più compiuta traduzione in azione della visione di Kennan: non solo risollevare le economie dei Paesi europei prostrati dalla seconda guerra mondiale rispondeva all’esigenza di colmare almeno in parte la frattura tra ricchi e poveri che Mosca avrebbe potuto sfruttare, ma le condizioni poste da Washington ai governi interessati agli aiuti fecero del Piano Marshall il volano per l’avvio della collaborazione europea. Qualche mese dopo il lancio di quella ambiziosa iniziativa, l’amministrazione statunitense tornò a porre l’accento sulla necessità di costituire un nucleo di cooperazione tra i governi dell’Europa occidentale quando sollecitò il governo britannico a promuovere un’alleanza tra i Paesi europei (alla quale gli Stati Uniti si sarebbero in seguito legati). Evidente nelle scelte del governo americano, assecondate e quindi condivise anche al di qua dell’Atlantico, il significato assegnato alla cooperazione tra gli europei: la creazione di nuove forme di coordinamento e di collaborazione avrebbe consentito di superare vecchie divisioni e storiche conflittualità, e messo l’Europa nelle condizioni di opporsi più efficacemente alla minaccia rappresentata dall’Unione Sovietica e dal comunismo; un’Europa il più possibile unita, abituata a condividere progetti e dotata di sedi deputate alla cooperazione sarebbe stata meglio in grado di contrastare gli sforzi sovietici di fare leva su debolezze e fratture interne al “fronte capitalista”. Per molti versi inoltre, l’ideale europeista era tale da rappresentare un’alternativa credibile all’internazionalismo comunista e da fornire una prospettiva condivisibile a chi non si riconoscesse appieno nel modello statunitense. Gli Stati Uniti incoraggiarono insomma il progetto di cooperazione – e poi di integrazione – europea perché in esso vedevano un solido baluardo contro i disegni egemonici dell’Unione Sovietica.

L’analisi e le previsioni di Kennan traevano origine dalla osservazione della tradizionale politica russa e dal passato recente dell’Unione Sovietica: il diplomatico conosceva fin troppo bene il compito assegnato dai vertici del Pcus al Comintern, e l’azione che questo organismo aveva svolto, per ritenere che Stalin potesse rinunciare a quel tipo di strumento. Le iniziative intraprese da Mosca negli anni seguenti avrebbero del resto confermato l’esattezza delle indicazioni di Kennan in svariate circostanze: si pensi alla campagna contro il Piano Marshall condotta attraverso i partiti comunisti e i sindacati ad essi vicini, alla mobilitazione contro il progetto di Comunità Europea di Difesa – e la prospettiva di un riarmo tedesco – assicurata dai Partigiani per la Pace, o alla sponda offerta agli interessi sovietici dai movimenti anti-nucleare che a cavallo tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta contestavano i progetti di modernizzazione della Nato.

Tutto ciò considerato, i sospetti circa l’operato della Russia di oggi – spesso liquidati in Italia come infondati – acquistano nuove sfumature: non sorprenderebbe infatti che la Russia di Putin stesse “aggiornando”la strategia individuata da Kennan, adeguando gli strumenti alle straordinarie opportunità offerte dal web, ma mantenendo inalterati gli obiettivi; né tantomeno che i suoi sforzi si indirizzassero proprio allo smantellamento di quei baluardi che durante la guerra fredda consentirono di respingere l’infiltrazione ideologica e politica dell’Unione Sovietica. In questo senso, il (supposto) appoggio a movimenti che perseguono il ridimensionamento dell’UE o la disgregazione di singole realtà statuali o che – magari mossi dai più nobili fini – contribuiscono alla delegittimazione e al discredito delle istituzioni democratiche appare in piena continuità con una radicata tradizione della politica estera di Mosca.

 

 

 

 

* Daniela Vignati è ricercatrice presso il Dipartimento di Studi internazionali, giuridici e storico-politici dell'Università degli Studi di Milano, dove insegna Storia delle relazioni internazionali'.