Ultimo Aggiornamento:
16 ottobre 2019
Iscriviti al nostro Feed RSS

I sondaggi e la tentazione di una legislatura breve

Luca Tentoni - 23.06.2018
Frédéric Micheau - La prophétie électorale

Sebbene il quadro politico sembri in via di stabilizzazione, l'ipotesi di un ritorno alle urne nella tarda primavera del 2019 non è tramontata del tutto. In altri tempi - anche abbastanza recenti - la formazione di una coalizione di governo dotata di una maggioranza parlamentare non eccessivamente grande (soprattutto in Senato) ma sufficiente per superare più di un ostacolo avrebbe indotto gli osservatori e le forze politiche a pensare di avere di fronte una legislatura capace di durare almeno due o tre anni, fino alle regionali del 2020 e forse oltre. Del resto, gli stessi alleati della coalizione giallo-verde prevedono - nel "contratto" - di fare un "tagliando" a metà del percorso, dunque verso la fine del 2020 ("le parti concordano sulla necessità di effettuare una verifica complessiva sull’azione di governo a metà della XVIII legislatura, allo scopo di accertare in quale misura gli obiettivi condivisi siano stati raggiunti e, se possibile, di condividerne degli altri"). Se le valutazioni su governo e coalizione non fossero soddisfacenti per entrambe le parti che sostengono l'Esecutivo, si potrebbe andare ad elezioni anticipate nella primavera del 2021. C'è però un fattore tempo che ormai sembra aver preso il sopravvento su tutto il resto. Nell'era in cui tutto si "consuma" mediaticamente in poco tempo, nella quale ogni curiosità può essere soddisfatta con una ricerchina su internet, quando emozioni e indignazioni si alternano scorrendo in fretta la lista dei post proposti dai social network e reagendo d'impulso (con un "like" o un commento negativo, se non talvolta gravemente insultante), anche il corpo elettorale è volubile e volatile. Che la fine della Prima repubblica abbia prodotto l'indebolimento dell'appartenenza partitica e della fedeltà "a vita" ad un soggetto politico e ad un'ideologia è un fatto ormai assodato da anni, però la crisi economica dell'ultimo decennio ha accentuato il processo di scollamento fra partiti e opinione pubblica. I primi sono sempre più deboli, la seconda sempre più pronta a scavalcare steccati storici ormai semidistrutti per fare scelte un tempo impensate e impensabili. La stessa "leaderizzazione" della politica è un fattore trainante e aggregante, ma dura finché l'uomo politico "forte" riesce ad essere persuasivo e mediaticamente "seduttivo". Poi, però, come abbiamo visto negli ultimi otto anni, dall'esaltazione da parte dell'opinione pubblica si passa all'indifferenza e talvolta all'ostilità. Leader forti come Berlusconi (2011), Renzi (2016) ma anche "non leader" come Monti (2013) hanno visto declinare rapidamente i propri consensi. La stessa Lega, oggi in ascesa travolgente, era al 10% alle europee del 2009, al 4% alle politiche del 2013 e di nuovo al 17% cinque anni dopo; per non parlare del Pd (33% nel 2008, 25% nel 2013; 40% nel 2014; 18% nel 2018) o della breve stagione di successo dell'Idv (arrivata all'8% alle europee 2009, per poi scomparire rapidamente poco prima delle politiche 2013) o, ancora, delle oscillazioni del M5s (da un 25% abbastanza ben diviso fra le aree del Paese al 21% delle europee e al 32% delle politiche, senza progressi al Nord ma con una grande avanzata nel Mezzogiorno e nelle Isole). I sondaggi, inoltre, già sembrano scompaginare le intenzioni di voto degli italiani, sebbene siano trascorsi appena tre mesi e mezzo dalle scorse elezioni politiche. Nel centrodestra, la Lega pare avviata a sfondare quota 25% e avvicinarsi al 30%, con Forza Italia in difficoltà e il M5s in una fase di difficile tenuta delle posizioni del 4 marzo. C'è da dire, come ci ricorda Frédéric Micheau nel suo recentissimo "La prophétie électorale" (Cerf, Paris, 2018) che "l'intenzione di voto è un'opinione, il voto una decisione; i sondaggi non sono che una delle espressioni dell'opinione pubblica, mentre le elezioni sono l'espressione della volontà generale". Fra potenza e atto, insomma, c'è una certa differenza. Tuttavia, la politica dei nostri giorni vive di sondaggi, cioè di opinioni che i leader cercano di trasformare in decisioni, o - talvolta - di decisioni che i capi politici prendono per "creare" o sollecitare opinioni favorevoli. Evidentemente, l'opinione è tanto più flebile e destinata a perdere forza col passare del tempo se nasce sulla scorta di un fatto emotivo, di un impulso mediaticamente forte e di rapido impatto che la politica ha voluto mandare. Un buon "colpo" ad effetto può far guadagnare parecchi punti, nelle intenzioni di voto. Come mantenerli, tuttavia, per mesi o addirittura per anni? Creandone dei nuovi, arricchendo sempre di più la "dieta mediatica" dei propri elettori reali e potenziali. In un governo di coalizione fra forze molto eterogenee il gioco può essere a somma positiva, nel breve periodo, ma alla lunga può creare la sensazione che una forza politica sia dominante sull'altra: il che può rinforzare il consenso potenziale di quella reputata sovrastante, ma può - per contro - indebolire quello dell'alleato percepito come subordinato. Non si tratta, ovviamente, di una vera subordinazione materiale, ma del crescente predominio "culturale" o "di agenda setting" imposto dal partito più forte. Quando gli equilibri teorici (delle intenzioni di voto) fra gli alleati si spostano troppo a favore di uno di essi, l’intesa prima vacilla, poi si rompe. In un certo modo accadde anche agli albori della Seconda Repubblica, quando già il voto europeo del 1994 (che aveva avuto luogo tre mesi dopo le politiche) ridimensionò molto la Lega a favore di una Forza Italia arrivata per la prima (e unica) volta nella sua storia al 30% dei voti e i fatti successivi indussero in Bossi la convinzione che fosse meglio interrompere una collaborazione di governo che avrebbe indebolito l'ala "dura e pura" del Carroccio e cannibalizzato i voti moderati appena conquistati dalla Lega fra il '90 e il '94. Anche stavolta il rischio concreto di questo governo non viene dall'azione delle opposizioni (che, come nel '94, sono divise, deboli e alquanto confuse) ma dalla possibilità che un accordo fra pari si trasformi progressivamente in un patto leonino. C'è, inoltre, da un lato la grande suggestione del Carroccio, che potrebbe andare al voto nel 2019 capitalizzando i consensi potenziali accumulati in questi mesi e, dall'altro, la possibilità che al primo appuntamento elettorale non locale (alle comunali e alle regionali i Cinquestelle partono sfavoriti perché sono debolmente insediati sul territorio) ma nazionale (europee 2019) il M5S si ritrovi eroso a destra dalla Lega e forse, su un altro versante, dall'astensione di chi (essendo approdato al Movimento da lidi di sinistra) reputa questo governo un po' troppo di destra. La rottura e le elezioni, dunque, possono arrivare per accrescere notevolmente i propri voti (Lega) oppure per tornare alle origini dello "splendido isolamento" e cercare di arginare eventuali perdite elettorali prima che sia troppo tardi (M5s). Inoltre, poichè la politica vive tempi "veloci" e "mutamenti sentimentali" volatili da parte di una buona fetta dell'elettorato, ci si chiede cosa accadrà il giorno in cui i Cinquestelle cominceranno a mettere sul piatto della bilancia il peso della loro agenda politica, prima per riequilibrare l'attuale carico leghista, poi per rovesciare i rapporti di forza e il consenso nell'elettorato. Fino a che punto la Lega può sopportare una stagione di "riequilibrio" (nei provvedimenti di governo e mediaticamente) attuata dai Cinquestelle, con conseguente prevedibile nuovo cambio delle intenzioni di voto degli italiani (stavolta più pro M5S che pro Carroccio)? In sintesi, non sono fattori esterni (l'opposizione, per esempio) o lo sono solo in parte (la fine del QE e le ripercussioni sull'Italia e sulla nostra capacità di tenere a posto il bilancio dello Stato) a far pensare che uno "showdown" sia possibile già fra sette-otto mesi, ma è la strutturale volatilità dell'elettorato (e la necessità di cogliere l'attimo) che potrebbe farci tornare a votare fra maggio e giugno del 2019. In politica, tutto è possibile, quindi è bene puntare sull'ipotesi di una durata medio-lunga di questa legislatura, ma - come alcuni hanno proposto su altri temi - è sempre meglio tener presente che qualcuno potrebbe già avere in mente un "piano B" da realizzare in tempi molto più ravvicinati.