Ultimo Aggiornamento:
20 ottobre 2021
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I nodi verranno al pettine

Paolo Pombeni - 14.07.2021
Ministro Cartabia

C’è poco da illudersi: i nodi politici della situazione italiana verranno al pettine. Il “corsaro” per eccellenza, cioè Matteo Renzi, si è rimesso in moto fiutando la nuova atmosfera. Il dibattito in Senato sul DDL Zan sarà probabilmente solo l’assaggio di quello che potrebbe diventare un campo di battaglia parlamentare quando il 23 luglio arriveranno in parlamento le riforme progettate dalla ministro Cartabia.

Non si sa come Draghi sia riuscito a compattare i ministri Cinque Stelle sul sostegno a quel progetto in modo da farlo passare con l’unanimità in Consiglio dei Ministri. Si dice che sia il frutto di una telefonata a Grillo, ma non crediamo sia bastato. Le voci di corridoio parlano di una minaccia del premier di salire al Colle presentando le dimissioni ove l’unanimità non ci fosse stata, ma Palazzo Chigi ha smentito. Può darsi che non sia stato detto esplicitamente, ma è certo che qualcuno ha fatto presente che oggi mettere in crisi il governo avrebbe significato imboccare la via delle urne, perché il semestre bianco scatterà solo il prossimo 3 agosto e tutti sanno che i Cinque Stelle (ma non solo) sono poco intenzionati a rimetterci un anno abbondante di stipendio.

Il problema però è solo rinviato. Al momento Conte, dimostrando invero una modesta statura politica, cavalca l’estremismo grillino di Bonafede e soci, dichiarando inaccettabile la riforma proposta dalla Guardasigilli. Non si capisce però a cosa possa puntare. Di una profonda revisione parlamentare del testo non sembra di poter parlare. M5S pur essendo un partito molto numeroso non riesce da solo a far passare i mantra del movimento, che sono inconsistenti e appoggiati solo da qualche settore estremista della magistratura. Semmai le critiche della maggioranza di questa si appuntano, un po’ furbescamente, sulla difficoltà di poter rendere operanti le misure proposte più che sulla negazione della loro fondatezza. Dunque quale potrebbe essere l’obiettivo che si immagina Conte con una opposizione alla riforma della giustizia?

Alcuni dicono che si punti semplicemente ad un ricambio dei ministri Cinque Stelle. Si proverebbe a farlo dopo il 3 agosto quando entrerà in vigore il semestre bianco e dunque non ci sarebbero rischi di scioglimento della legislatura, ma non ci sembra così semplice e soprattutto rimarrebbe rischioso. Proviamo a spiegarci.

La sostituzione degli attuali ministri pentastellati può avvenire in due modi: o con dimissioni degli attuali titolari o con una crisi di governo e varo di un nuovo esecutivo. La prima soluzione ci pare difficile da realizzare, perché non immaginiamo una gran voglia da parte degli attuali ministri di lasciare le loro posizioni. In più in questo caso l’accettazione dei nuovi candidati passerebbe per il placet di Conte (e di sponda del Quirinale). Difficile che il premier e Mattarella accetterebbero di indebolire la squadra per far posto a qualche pasdaran Grillino. Impensabile che in questo modo si apra una opportunità di inserirsi nell’esecutivo per Conte, candidatura che né Draghi né Mattarella potrebbero rifiutare, perché dovrebbe ottenere un posto di peso adeguato al suo status e l’unico con queste caratteristiche di cui dispongono i Cinque Stelle è la Farnesina, ma non vediamo proprio Di Maio farsi da parte.

Resterebbe dunque la crisi di governo più o meno pilotata, ma anche questa è una soluzione improponibile. Rimettere in piedi un governo di larga unità nazionale solo per fare un favore al presunto desiderio presenzialista di Conte e/o di alcuni suoi sostenitori è impresa ardua. Gli altri partiti della coalizione non crediamo siano pronti ad ingoiare un giochetto di questo genere. E’ vero che non mancano molti esempi di simili soluzioni in passato, quando si cambiavano i governi giusto per fare un po’ di rotazione negli incarichi lasciando il quadro immutato, ma erano altri tempi. Oggi c’è in ballo la questione dell’arrivo della prima tranche dei finanziamenti europei del PNRR (prevista più o meno ad agosto) e tutti sanno che sono soldi legati alla fiducia che Draghi riscuote in Europa (non credete a quelli che dicono che sono denari che aveva già ottenuto Conte: a lui erano stati promessi, perché altro non si poteva fare, poi si sarebbe visto come gestire la faccenda …).

Aprire una crisi di governo nel contesto attuale farebbe parte dei giochi proibiti da qualsiasi manuale di decenza politica. Eppure non si può dimenticare che noi siamo, per fortuna, una repubblica costituzionale a base parlamentare, il che significa che ci sono delle regole che non si possono cancellare. Una di queste è che se il governo viene battuto su un suo progetto qualificante, è la riforma della giustizia lo è al massimo grado, deve dimettersi, perché quello è un voto di sfiducia. Ma c’è un aspetto da tenere presente. Se il governo Draghi ottiene l’approvazione della proposta Cartabia, ma con una maggioranza diversa da quella su cui è stato costruito, che succede?

Si potrebbe dire che non c’è problema, perché non si tratterebbe di una maggioranza diversa, ma solo del restringersi di una maggioranza che era molto ampia senza che questo la faccia venir meno. Trattandosi però dei Cinque Stelle, partito di maggioranza relativa in parlamento, la situazione non sarebbe così semplice. Quanto meno verrebbe a cadere il carattere di “tregua parlamentare” sul cui presupposto l’esecutivo Draghi era stato costruito e l’equilibrio al suo interno fra le due tradizionali componenti parlamentari, la destra e la sinistra, ne sarebbe scosso (con problemi non piccoli per il PD).

Lo scenario sarebbe molto preoccupante, se non fosse che crediamo ancora che gli attori in campo saranno richiamati al senso della realtà dall’interesse superiore del paese a non vedersi sfuggire dalle mani l’opportunità di ripresa che viene dai finanziamenti europei. Finché si fanno sceneggiate, Conte & Friends possono fare il viso dell’arme fidandosi dei loro esperti in comunicazione (si fa per dire). Quando si toccano interessi vitali del paese quel retroterra di poteri più o meno forti da cui è uscito Conte non mancherà di farsi sentire presso di lui.