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19 settembre 2020
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I nodi al pettine

Paolo Pombeni - 13.11.2019
Marco Bentivogli

L’ex sottosegretario Giorgietti ha notato sornione che adesso anche il PD avrebbe capito cosa significa governare coi Cinque Stelle. Difficile dargli torto visto come si sta sviluppando la vicenda dell’Ilva, anche se bisogna aggiungere che l’irresponsabilità non alberga solo nelle fila pentastellate. Sta di fatto che quella vicenda sarà inevitabilmente il banco di prova della tenuta del governo: inutile pensare che possa andare diversamente.

Se si studia bene la tematica, e per farlo basta leggere l’ampia riflessione che il segretario della FIM-CISL Marco Bentivogli ha pubblicato lunedì 11 sul “Foglio”, si capisce quanto tutto non solo derivi da improvvisazione e mancanza di capacità manageriale, ma sia stato complicato da una politica incapace di tenere sotto controllo una situazione cruciale per la nostra economia, ma complicata da gestire. Il dramma è che questa impreparazione continua e non solo nelle fila grilline, perché una cultura antindustriale e succube di tutte le leggende metropolitane diffuse da un ambientalismo di maniera prospera anche nelle fila della sinistra. Così abbiamo risentito i ministri Boccia (uomo del governatore Emiliano, che di guai ne ha combinati parecchi) e Speranza rilanciare la tesi della decarbonizzazione, quando basta leggere il saggio di Bentivogli per capire che il tipo più pregiato di acciaio non si può produrre se non negli altiforni che lavorano col coke. Possiamo lasciarlo fare ai cinesi ed asiatici e comprarlo da loro, finché loro poi non compreranno noi …

In questa fase Conte cerca, comprensibilmente, di salvare capra e cavoli. Fa la voce grossa con Arcelor-Mittal per compiacere quel settore dello schieramento politico, e sembra ragioni più riservatamente su come evitare l’uscita di scena dell’investitore franco-indiano, perché una soluzione di ricambio non c’è e tornare alla nazionalizzazione è un’impresa folle per due ottime ragioni: 1) non si saprebbe dove trovare i soldi per un’operazione del genere, che include giustamente un intervento di bonifica che da solo costa più di un miliardo di euro; 2) non si vede dove lo stato potrebbe trovare le competenze per produrre acciaio in maniera non diciamo redditizia, ma almeno senza perdite, visto che la stagione pur lunga dei commissari governativi è stata fallimentare. Dunque meglio provare a trattenere Arcelor-Mittal garantendogli non solo lo scudo legale, ma anche un sostegno economico che consenta un ridimensionamento delle spese per la mano d’opera senza dar luogo a licenziamenti di massa che sarebbero una bomba sociale.

Conte riuscirà nell’impresa? La contesa sarà lunga, come tutte queste trattative che sono sempre oltremodo tortuose. Certo se ci riuscisse porterebbe a casa risultati notevoli. Innanzitutto un indubbio consolidamento della sua posizione personale, ma anche una almeno momentanea stabilizzazione della sua rissosa maggioranza. Infatti una soluzione positiva non si può raggiungere senza ridimensionare pesantemente i Cinque Stelle, riportare un po’ d’ordine nel magma del PD e di conseguenza rimodulare anche il partitino di Renzi. Basta fare questo elenco per capire quanto difficile sia l’impresa.

Partiamo dal rapporto con M5S. Le convulsioni di quel movimento sono sotto gli occhi di tutti, così come la mancanza di una vera leadership che le possa curare. Di Maio esce sempre più indebolito da ogni vicenda, ma specialmente da quella dell’Ilva che aveva gestito come ministro competente nel governo gialloverde, vantandosi, come maliziosamente gli ricordano tutti, di averla risolta in tre mesi, dopo i lunghi anni di quelli che considerava i pasticci dei suoi predecessori. Tuttavia un’alternativa non c’è, perché manca il capo carismatico capace di lanciare il famoso “contrordine compagni!”. Alcuni invocano il ritorno in campo di Grillo, che quella capacità affabulatoria forse l’avrebbe, ma che dovrebbe contraddire le sue intemerate durate un decennio almeno.

La via d’uscita che sembra far capolino è quella di piantare un’altra bandierina identitaria, tanto per oscurare una eventuale resa sull’Ilva. Questa volta la bandierina sarebbe la riforma del sistema giudiziario elaborata dal ministro Bonafede, che la sta reclamando. Peccato che si tratti di una cattiva riforma, scritta per slogan, a partire dalla più che controversa revisione delle regole della prescrizione, che dovrebbe essere operativa da gennaio. Per fortuna sembra che i rappresentanti del PD in commissione giustizia alla Camera non siano intenzionati ad ingoiare quel rospo, ma non si sa se saranno messi in condizione di resistere visto che sulle prossime elezioni regionali in quel partito la paura fa novanta.

Anche il PD avrebbe bisogno di leadership, ma non ce l’ha. Zingaretti in quel ruolo proprio non lo si vede e l’avvio di una riflessione sulla delicatezza del momento è a dir poco la replica del solito show: basta vedere le anticipazioni sulla kermesse che si terrà il 14-15 novembre a Bologna con la sfilata dei soliti stranoti, che non avendo dato grandi interpretazioni vincenti sinora, non si capisce perché dovrebbero darle d’ora in avanti.

A guardare questo quadro si capisce bene perché a Salvini e al centrodestra viene attribuita la strategia dell’attesa paziente del momento buono per andare alle elezioni anticipate. Solo che il leader leghista non si è comprato i pop corn per stare lì a godersi lo spettacolo, ma batte con tenacia il paese per consolidare il consenso al suo raggruppamento. Una strategia del passo dopo passo: intanto le elezioni regionali, poi a primavera, chiuso il capitolo della legge di bilancio (che conviene anche a lui che siano gli altri a intestarsela), si potrà riaprire il tema dello scioglimento della legislatura. E considera che i tempi per il suo successo saranno completamente maturi.