Ultimo Aggiornamento:
12 dicembre 2018
Iscriviti al nostro Feed RSS

I limiti della tecnica, il ruolo della politica

Luca Tentoni - 14.04.2018
Crisi di governo

Dopo il voto del 4 marzo, nel corso della crisi di governo, si è ricominciato a parlare di riforme elettorali. L'assunto di base è che per assicurare governabilità al Paese è necessario che un partito (o una coalizione omogenea) consegua la maggioranza assoluta dei seggi in entrambe le Camere. Se l’ingegneria elettorale - come vedremo - non è una panacea, anche l'obiettivo sembra poco centrato. Come abbiamo visto nello scorso intervento su Mentepolitica, dedicato alle crisi di governo e alla loro durata, la permanenza in carica di un Esecutivo non corrisponde necessariamente (alcune volte, quando "si tira a campare", non corrisponde affatto) ad una maggiore efficacia delle politiche. Inoltre, la storia (anche della Seconda Repubblica) dimostra che persino con un numero di seggi ben superiore alla maggioranza minima si possono susseguire tre o quattro governi (più o meno basati sulla stessa coalizione di partiti) nel giro di una legislatura. Dunque, il premio (esplicito, come quota fissa di seggi in più o implicito, come meccanismo di sovrarappresentazione dovuto, per esempio, all'assegnazione di pochissimi seggi per circoscrizione senza recupero dei resti) non assicura un governo di cinque anni; quest'ultimo, poi, non garantisce una maggior efficacia delle politiche dell'Esecutivo. In pratica, sembra che il meccanismo (il premio, la durata in carica del governo) prescinda dalle condizioni politiche e dagli umori dell'elettorato. Lo stato di salute dei partiti, la capacità di elaborare progetti validi, la visione del futuro, la qualità e la competenza della classe dirigente, il senso dello Stato, persino un minimo di coerenza ideologica e - nel contempo - di sano pragmatismo o sono dati per scontati (ma non lo sono affatto) oppure sono semplicemente elementi accessori di scarso valore rispetto al quadro disegnato col miracolo della riforma elettorale. È come se si dicesse che l'importante è costruire una Ferrari da gran premio, ma non di saperla guidare, perché si vince comunque. Scambiare il mezzo (il premio, la coesione della maggioranza, che può essere tale anche solo per convenienze che non hanno a che fare col bene del Paese) col fine e con le capacità significa andarsi a schiantare alla prima curva (cosa non nuova, nella storia politica non solo italiana). Assumiamo, però, che nel nostro caso di scuola si sia in presenza di una classe politica di qualità e che l'unico ostacolo alla "governabilità" siano i numeri, quindi i seggi. Ebbene, anche in questo caso, costruire un sistema elettorale - per chi lo sa fare - non è poi così difficile, pur se bisogna fare i conti con la realtà, che è quella di un elettorato ormai volatile e diviso fra poli e aree politiche troppo distanti (non ideologicamente, ma separate da fossati costruiti in anni di polemiche e insulti reciproci) ciascuna delle quali si sente "antropologicamente diversa" dalle altre. In un Paese nel quale, semplificando, il 27% degli aventi diritto non vota (quasi 30%, con schede bianche e nulle), il partito più grande non arriva a rappresentare il 24% degli elettori e la coalizione vincente è intorno al 27%, si comprende che occorre una grande maestria per trasformare una minoranza popolare in maggioranza parlamentare, tanto più se i due soggetti principali prevalgono nettamente uno nell'area centrosettentrionale del Paese e l'altro in quella meridionale e insulare. In altre parole, ci sono zone dove Lega e centrodestra superano di molto il 40% dei voti (quindi, non c'è partita) e altre dove è il M5s a raggiungere e oltrepassare quella quota. Oltre al problema di costruire un meccanismo che assicuri al vincitore almeno il 51% dei seggi (che peraltro non basta, come dimostra la tormentata storia del secondo governo Prodi nel 2006-2008, alle prese - in Senato - con la necessità di non perdere neppure un voto e di non avere assenze in Aula per non essere battuto durante le votazioni sui provvedimenti in esame) c'è quello della distanza fra i governanti e i governati. Un problema che esisteva persino quando la Dc e i suoi alleati, oltre ad avere ben più del 50% dei seggi, potevano contare anche su un numero di voti di lista complessivo superiore alla metà degli italiani aventi diritto (astenuti compresi). Se allora la politica non godeva di molto credito, ma i partiti di governo, al momento del voto, ricevevano il più delle volte il placet della maggioranza assoluta degli elettori, figuriamoci cosa può accadere ora, con un indice di gradimento di partiti, istituzione parlamentare, governo e politici ridotto ai minimi. Se dunque tecnicamente può essere fattibile e lecito assegnare il 51 o il 55% dei seggi ad una minoranza che rappresenta si è no un quarto o un terzo degli italiani non ci si lamenti poi se l'opinione pubblica è costantemente - di fatto e spesso concretamente - all'opposizione. I governi della Seconda Repubblica non sono quasi mai stati sostenuti da coalizioni o partiti che avevano il 50% più uno dei voti validi (circa il 40% sugli elettori) ma nell'ultima legislatura i gruppi di maggioranza hanno avuto un sostegno ancora minore e oggi, se pur nascesse in Parlamento una "grande coalizione" M5S-Centrodestra (circa 70% dei voti) questa non rappresenterebbe che il 51% degli italiani. In sintesi, con l'ingegneria elettorale e istituzionale si può fare molto, ma non assicurare governi efficienti, coalizioni che abbiano un reale sostegno popolare maggioritario, né creare "de iure" una classe politica di valore. Quando si invocano le riforme delle regole del gioco per vincere le partite successive, vuol dire che non si hanno le risorse per aggiudicarsele da soli. In realtà, oltre al particolare che - nonostante la volatilità elettorale - gli italiani non cambiano idea in massa in tre o sei mesi (quindi le elezioni anticipate possono essere inutili, se non controproducenti per gli stessi partiti, alimentando disaffezione e maggiore astensionismo) c'è il fatto che le percentuali di voto che servono per governare (non quelle modeste dei giorni nostri) si conquistano con idee, progetti, apertura, visione del futuro, credibilità della classe dirigente, non soltanto mettendo alla gogna gli avversari e magnificando senza misura le proprie presunte o reali capacità.