Ultimo Aggiornamento:
07 dicembre 2019
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I gialloverdi fra consenso e competizione

Luca Tentoni - 19.01.2019
Marco Valbruzzi

Qualche giorno fa, l'Istituto Cattaneo si è occupato, in un'analisi a cura di Marco Valbruzzi ("Lo strano caso del consenso al governo Conte") della particolarità dell'Esecutivo "giallo-verde" rispetto agli altri governi europei. I partiti che sostengono Conte hanno oggi circa il 58% dei voti, contro il 50% delle elezioni politiche del 4 marzo 2018 (il governo, lo ricordiamo, è però in carica dal primo giugno). Valbruzzi si chiede, "rispetto agli altri governi europei attualmente in carica, quanto è anomalo il trend (in crescita) nei consensi per il governo italiano" (anche se, per completezza d’informazione, va detto che in Italia - considerando la media dei sondaggi elaborata da “Poll of Polls” - i consensi complessivi a M5S e Lega erano già al 57% il primo giugno 2018 e oggi sono al 58%). Va detto che il picco di "voti virtuali" è stato raggiunto fra ottobre e novembre, prima del varo definitivo della legge di bilancio, però il saldo resta positivo rispetto alle elezioni politiche. Inoltre, esaminando i ventotto governi dei paesi dell'Unione europea, l'Istituto Cattaneo fa notare che in media i suffragi dei partiti che sostengono i rispettivi Esecutivi nazionali sono rimasti, nei primi sei mesi, al di sotto di 0,7 punti rispetto alla percentuale ottenuta alle elezioni. La media, tuttavia, è influenzata dai picchi positivi italiano (+8,5% nel primo semestre), maltese (+9,1%) e polacco (+5,1%) ma anche da quelli negativi di Germania (dove la grande coalizione Cdu-Csu-Spd ha perso il 7,8%), Grecia (-10,6%) e Belgio (-6,3%). Nel medio-lungo termine, invece, il calo medio dei consensi nell'Ue è del 2,6% (tuttavia, questo dato è prodotto mettendo insieme governi in carica dal 2014 con quelli nati più recentemente). Governare costa, insomma, in termini di voti, ma l'effetto "luna di miele" è molto diffuso: tranne rare eccezioni, sei mesi dopo la nascita di un Esecutivo, i partiti che lo sorreggono hanno un appoggio popolare ancora consistente. Ci sono eccezioni: "la durata/sopravvivenza del governo" spiega Valbruzzi, "non è necessariamente collegata con l'erosione dei consensi per i partiti che ne fanno parte, come dimostrano i casi di Portogallo e Polonia, dove i governi sono in carica rispettivamente dal 2015 e dal 2017" e guadagnano voti. Per contro, i casi della Germania e della Grecia (in forte calo di consensi già durante la "luna di miele") sono anch'essi spiegabili: il primo, con le difficoltà della grande coalizione e dei partiti che la compongono (senza contare la fine della leadership della Merkel nel suo partito) e il secondo con la complessa gestione di una situazione economica e sociale come quella greca (Syriza ha pagato care le ricette per far uscire il paese ellenico dal tunnel della più grave crisi patita da un paese europeo negli ultimi decenni). Nel caso italiano, secondo l'Istituto Cattaneo, il dato favorevole ai partiti di governo va spiegato anche con le difficoltà dei gruppi di opposizione: il centrosinistra presenta "un quadro abbastanza stabile nel corso del tempo, con una quota di consensi che appare praticamente congelata attorno al 22%" mentre nel centrodestra "si nota un calo di circa 3 punti percentuali nelle intenzioni di voto per Forza Italia e Fratelli d'Italia, che deriva soprattutto dalla diminuzione dei consensi per il partito di Berlusconi, danneggiato dal perdurante exploit elettorale della Lega di Salvini". Anche se va ricordato che il M5S ha "voti virtuali" inferiori rispetto alle politiche ("sembra aver subito una battuta d'arresto; attualmente può contare su una quota di elettorato in media fra il 27 e il 28%" contro il 32,7% delle politiche) e che il progresso è tutto a vantaggio della Lega (passata dal 17 al 30-31% circa), il saldo dei "gialloverdi" è nettamente positivo rispetto al 4 marzo 2018. Le spiegazioni, secondo il Cattaneo, sono due: "l'abilità della leadership di Salvini e la sua strategia di campagna elettorale permanente" e, sul piano esterno alla maggioranza, "l'alone di precarietà che avvolge le opposizioni". In conclusione, "fin quando queste condizioni non cambieranno, la strada per il governo Conte rimarrà in discesa e gli unici ostacoli che potrebbero emergere verranno più dalla competizione al suo interno che non dalle sfide o dagli sfidanti all'esterno". Fin qui, l'analisi di Valbruzzi. A nostro avviso, però, è quest'ultimo elemento (il rapporto fra Cinquestelle e Lega) che andrebbe valutato e considerato come terza spiegazione del progresso elettorale della coalizione. Sebbene fino ad oggi, nella competizione fra gli alleati ci sia stato - sul piano della raccolta dei consensi - un chiaro vincitore (Salvini) e uno sconfitto (il M5S) è però vero che, su alcuni temi, esibire le differenze ha permesso ai gialloverdi di difendere meglio i propri consensi, riuscendo persino (a destra) ad allargarli. Talvolta è parso che intorno all'interpretazione del "contratto" (per esempio sulle grandi opere, ma anche sulla gestione delle risorse del bilancio statale) ci fossero due linee diverse se non confliggenti. Salvini e Di Maio hanno sempre tenuto alte le proprie bandiere, salvo poi accordarsi più o meno a metà strada (con esiti più favorevoli al primo che al secondo: il M5S, infatti, ha ceduto voti virtuali - dalla sua ala sinistra - al "partito dell'astensione") o dando luogo a scambi alla pari (un provvedimento voluto dal Carroccio per uno caro ai pentastellati). Sono state forse proprio l'elasticità del "contratto di governo" e la dichiarata alterità dei due soggetti politici sostenitori dell'Esecutivo a permettere sia l'esistenza di una campagna elettorale permanente "a bassa intensità", sia la possibilità per ciascun partito di rassicurare i propri simpatizzanti in caso di provvedimenti non graditi. Dire alla propria base che una cosa non si può fare o si può fare in modo diverso da quanto promesso è possibile se si presenta il fatto come un'eccezione dovuta allo "stato di necessità" che ha dato vita al contratto: una sorta di "analisi costi-benefici" dall'esito apparentemente sempre positivo (il messaggio, in pratica, è: abbiamo concesso qualcosa per ricevere in cambio molto di più). Date le altre condizioni (la "luna di miele", la debolezza delle opposizioni) la logica del contratto ha permesso di far emergere le differenze senza danni e di far passare i compromessi non pagando dazi elettorali (più precisamente, questa circostanza si è verificata soprattutto per la Lega, un po' meno per i Cinquestelle). Già in queste settimane, però, è partita la corsa per le elezioni regionali, comunali ed europee: in questa fase le differenze vanno accentuate e valorizzate, anche a costo di danneggiare l'Esecutivo, perché il 26 maggio, quando si eleggeranno gli eurodeputati, ciascuna lista si presenterà da sola contro tutte le altre. Ciò potrebbe non intaccare il 57-58% dei consensi complessivi dei giallo-verdi, ma stressare i rapporti interni alla coalizione di governo, soprattutto qualora il progresso della Lega fosse tale da richiedere una robusta riscrittura del "contratto", alla luce di nuovi rapporti di forza. Riscrittura che potrebbe finire per diventare onerosa e non sostenibile per una delle due parti contraenti.