Ultimo Aggiornamento:
23 marzo 2019
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Alla ricerca della democrazia a 5 Stelle

Carlo Marsonet * - 19.01.2019
Rousseau Il contratto sociale

«Il M5S conferma di saper ottenere il consenso, ma di non sapere gestire il dissenso: non hanno alcuna attitudine democratica», così Gregorio De Falco commenta al Corriere della Sera (intervista rilasciata il 2 gennaio a Claudio Bozza) la sua espulsione dalla formazione (più iper che anti) politica. Sia detto subito molto nitidamente che non interessa qui giudicare o valutare la sua cacciata, bensì ci si vuole domandare cosa il Movimento abbia in mente con il concetto – cosa ben diversa dalla semplice parola – “democrazia”.

Ebbene, il fatto che il non partito-antipartito abbia adottato come riferimento etico-politico l’autore de “Il contratto sociale”, Jean-Jacques Rousseau, non è un caso. Non che non sia legittimo, ci mancherebbe. In una società tendenzialmente aperta o libera sono possibili il dibattito e la lotta tra idee. Anzi, per dirla con Whitehead, «il conflitto tra idee non è un dramma, bensì un’opportunità» da cui trarre giovamento. Epperò, il pensiero del filosofo ginevrino in merito al concetto di democrazia risulta perlomeno controverso, se non altro per l’accezione moderna di democrazia. Come ci invita a fare Giovanni Sartori – per esempio in un classico come “Democrazia e definizioni” – dobbiamo sempre aver presente che gli ideali vanno calati di necessità nella realtà empirica. «In una democrazia – si legge – la tensione tra deontologia e realtà tocca il punto più estremo, dal momento che nessun’altra aspirazione ideale è più lontana dalle condizioni di fatto su cui è chiamata ad operare. Ma perciò le democrazie sono tanto esposte a fraintesi e a valutazioni errate». In definitiva, dunque, «se definisco la democrazia “irrealmente”, non troverò mai “realtà democratiche”». Tutt’al più, quello che si avrà seguendo pedissequamente il vocabolo sarà una “democrazia etimologica” e, pertanto, l’idolatria del principio di sovranità popolare (o “demolatria”). La “democrazia dei moderni”, allora, sarà quella caratterizzata «dal superamento liberale della democrazia letterale», cioè a dire che il cittadino, prima di essere tale, è un individuo inserito in comunità prepolitiche, ed esso stesso possiede, parimenti, una sfera intoccabile da qualsivoglia agente esterno. Detto con Benjamin Constant, «dove inizia l’indipendenza dell’esistenza individuale, lì si arresta la giurisdizione di tale sovranità [collettiva]. Se la società oltrepassa questa linea, si rende colpevole allo stesso modo di un despota».

Tornando all’opera di Rousseau, si può leggere come la base fondativa dell’associazione politica sia «l’alienazione totale di ogni associato, con tutti i suoi diritti, in favore di tutta la comunità» e, di conseguenza, «al posto della singola persona di ciascun contraente, quest’atto di associazione dà vita a un corpo morale e collettivo» e «da questo stesso atto tale corpo riceve la sua unità, il suo io comune, la sua vita e la sua volontà». Come nota bene Giuseppe Bedeschi in uno studio dedicato al pensatore svizzero – “Il rifiuto della modernità. Saggio su Jean-Jacques Rousseau”, Le Lettere, Firenze 2010 – è sin da qui di cristallina comprensione come per l’autore de “Il contratto sociale” non esistono più volontà individuali: per egli non ci sono gli “io”, tutti diversi nella loro unica e irripetibile singolarità, bensì un unico ed unanimistico “noi” che abbraccia tutti e non ammette diserzioni.

Continuando la lettura del classico, si legge che «affinché il patto sociale non sia dunque una vana formula, esso implica tacitamente questo impegno, che solo può dare forza agli altri: che chiunque rifiuti di obbedire alla volontà generale, vi sarà costretto da tutto il corpo; ciò non significa altro se non che lo si obbligherà ad essere libero». Pare piuttosto netta, così, l’antitesi radicale con tutto ciò che ha sentore di liberalità, individualità e consequenzialmente differenza– e non fa strano, quindi, che Bedeschi abbia associato al nome di Rousseau la formula, nonché titolo del libro, “Il rifiuto della modernità”.

La pulsione comunitaristico-collettivistica appare con nitore anche poco dopo, allorché Rousseau afferma che «come la natura dà a ogni uomo un potere assoluto su tutte le proprie membra, così il patto sociale dà a corpo politico un potere assoluto su tutti i propri membri; ed è questo stesso potere che, diretto dalla volontà generale, prende il nome di sovranità». E ancora, «tutti i servigi che un cittadino può rendere allo Stato sono da lui dovuti appena il corpo sovrano glieli richiede». Tralasciando la trattazione della concezione rousseauiana del “Legislatore” – che, nota Bedeschi, è caratterizzata da una «profonda ispirazione mistico-pedagogica», giacché, con le parole di Rousseau, pur se la volontà generale è sempre retta, esso deve quando necessario farle vedere «le cose come sono, qualche volta come devono apparirle, indicarle la buona strada che essa cerca, proteggerla dalle seduzioni delle volontà particolari» - e della “volontà generale”, è doveroso, tuttavia, menzionare un ulteriore breve passaggio citato da Bedeschi e tratto da “Economia politica”.

Il filosofo emerito de “La Sapienza” fa notare, infatti, che Rousseau ammette possa accadere che la volontà generale venga traviata e sedotta da interessi particolari. E, in questa eventualità, quale sarebbe il rimedio postulato dal ginevrino? La risposta non è, come ci si potrebbe immaginare, che il corpo collettivo si riunisca per ritrovare l’armonia perduta – d’altronde, l’ideale di democrazia rousseauiano è quello “degli antichi” e definito da Constant come «l’assoggettamento completo dell’individuo all’autorità dell’insieme» –, bensì che i capi che «ben sanno» dove si trovi la “volontà generale” e, in virtù di ciò, la devono ripristinare. Ebbene, da questa ultima considerazione emerge, con le parole di Bedeschi, l’afflato «cesaristico-carismatic[o] del rapporto fra popolo e capi» del pensatore, giacché «non solo la “volontà generale” è nettamente separata dalla volontà empiricamente esistente nel popolo, ma essa, in quanto volontà superiore e per così dire sublime, deve essere inculcata nel popolo stesso da capi virtuosi, che rispondono soltanto a se medesimi e alla propria alta missione».

In definitiva, l’ispirazione democratica a 5 Stelle può non essere considerata tale se intendiamo che, per i “moderni”, democrazia significa “liberal-democrazia” in cui, con le parole di Constant, «l’autorità [è] depositata nelle mani di tutti, ma solo per la quantità di autorità necessaria alla sicurezza dell’associazione». E ancora, con Sartori, possiamo ben dire che la differenza che intercorre tra ciò che è democrazia e ciò che non lo consiste nel fatto che «in democrazia il potere è diffuso, limitato, controllato ed esercitato per rotazione, laddove in una autocrazia il potere è concentrato, incontrollato, indefinito e illimitato». In altri termini, la vena populistico-unanimistica dei pentastellati fa ben pensare – e ciò è avvalorato dal loro richiamo a Rousseau – che il concetto di democrazia che hanno in mente sia, per così dire, non affine a quello di “democrazia dei moderni”.

Dunque, caro De Falco, non si stupisca se è stato espulso. La “volontà generale” – o quella che i capi intendono per tale, come abbiamo visto poco sopra – non perdona. Nemmeno chi si è distinto per probità nel passato.

 

 

 

 

* Studente del corso magistrale in “Scienze internazionali e diplomatiche” presso l’Università di Bologna, sede di Forlì. Scrive sul blog della Fondazione Luigi Einaudi.