Ultimo Aggiornamento:
12 dicembre 2018
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I discorsi dei leader all’indomani del voto del 4 marzo

Donatella Campus * - 09.03.2018
Berlusconi Renzi e Salvini

I discorsi con i quali i leader festeggiano la vittoria o riconoscono la sconfitta rivelano molte cose sul loro stile e la loro personalità. Ecco perché vale la pena analizzare quel che i principali leader hanno detto (e come lo hanno detto) all’indomani del voto.

 

I leader sanno adattarsi ai contesti? Renzi e Salvini a confronto

 

Una delle domande più interessanti che ci si può porre a proposito della leadership è se i leader sono capaci di adeguarsi a contesti diversi. Machiavelli, ad esempio, era convinto che la natura di un principe resti sempre la stessa anche quando mutate circostanze suggerirebbero di cambiare atteggiamento (Il Principe, cap XXV). A questo proposito, Matteo Renzi è un leader con delle caratteristiche molto evidenti: assertività, energia, propensione all’azione. Tratti che hanno forgiato la sua immagine di leader all’inizio del suo percorso e lo hanno aiutato ad arrivare alla segreteria del PD e successivamente al governo. Questi stessi elementi sono stati sono stati abbondantemente presenti anche nel discorso con il quale ha annunciato le sue dimissioni. Il punto è che, di consueto, in queste occasioni ci si aspetta che emerga anche altro. Ad esempio, il travaglio di una decisione sofferta, il dispiacere di aver deluso chi ti ha dato fiducia, il rimpianto per ciò che avrebbe potuto essere e non è stato. Data la diversità dei caratteri e delle storie, nessuno avrebbe potuto pretendere da Renzi il pathos del discorso di dimissioni di Veltroni nel 2009. Ma l’assenza di un registro emotivo non può passare inosservata. Renzi si è mostrato lo stesso di sempre, proprio quando avrebbe dovuto essere diverso dal solito. Il che è molto esemplificativo di un tipo di leadership che replica sempre lo stesso schema e mal si adatta alle mutate circostanze.

 

Di altro genere sembra essere Matteo Salvini, il cui discorso post-elettorale  suggerisce che il leader della Lega, certo in apparenza non meno assertivo e decisionista di Renzi, è invece uno che potrebbe rivelarsi più duttile. Chi ha negli anni assistito alla propaganda salviniana può essersi meravigliato dell’atteggiamento tutto sommato pacato, senza concessioni a toni troppo radicali. Dettaglio non irrilevante: è sparita la felpa. Una trasformazione di immagine già in corso, tanto da essere riportata da Luciano Fontana nel suo libro “Un paese senza leader”. L’autore racconta di aver incontrato Salvini al Corriere diverse volte: la prima era vestito con il suo proverbiale look casual, ma le volte successive si è presentato con abito blu e camicia bianca. Questo adeguarsi al dress code non significa che non vedremo mai più il vecchio Salvini. Dipenderà anche dal ruolo che andrà a ricoprire nella prossima legislatura. Quel che potrebbe accadere è che il leader della Lega si trovi a percorrere un solco già tracciato in passato dal suo partito, in bilico tra una Lega “di lotta” e una Lega “di governo”.

 

Tanti ruoli, tanti stili: Il M5S e la distribuzione della leadership

 

Riflessioni di tipo diverso suscita invece il discorso del leader del M5S Luigi Di Maio, al quale mio avviso, può essere utile affiancare le dichiarazioni rilasciate in precedenza da Alessandro Di Battista. Mentre Di Battista si è abbandonato a ruota libera all’espressione della gioia per la vittoria, Di Maio ha pronunciato un discorso più “ufficiale” e proiettato sul futuro. Due approcci che rispecchiano una molteplicità di stili e di ruoli in coerenza con la natura assai peculiare di un movimento che ha una genesi particolare, essendo nato dall’iniziativa di un leader fuori dagli schemi tradizionali come Beppe Grillo. Oggi dentro al M5S difficilmente potrebbe trovare posto un capo politico di tipo classico, ovvero uno che, riuscendo a prevalere, poi aspiri a dare una sua impronta al partito. Pur essendo la figura prominente per il ruolo che gli è assegnato, Di Maio non trasmette quell’impressione e, almeno per ora, gli individui e il loro stile personale qui sembrano contare meno che altrove. Al contrario, più funzionale appare una sorta di distribuzione della leadership secondo un modello nel quale diverse persone rivestono ruoli differenti. Un eventuale governo sarà il banco di prova per verificarne la tenuta.

 

 
 


* Docente di comunicazione politica, Università di Bologna