Ultimo Aggiornamento:
15 dicembre 2018
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I dazi di Trump: un secondo fine?

Gianpaolo Rossini - 26.09.2018
WTO

Il 24 settembre scattano dazi del 10% su un volume di circa 200 miliardi di importazioni Usa dalla Cina. Alla fine del 2018 l’aliquota salirà al 25%. Dopo poche ore dall’annuncio di Washington la Cina risponde con analoghe misure protettive limitate però a circa 60 miliardi di importazioni dagli Usa: tempi e aliquote sono esattamente gli stessi: 24 settembre e 31 dicembre.

Quali sono gli obiettivi di misure di protezione su cui l’amministrazione Trump insite da mesi? Alcuni sono chiari. Altri sono meno decifrabili.

Tra i primi c’è il desiderio di ridimensionare il WTO.  Un obiettivo che vien da lontano, dal 1999 quando la prima manifestazione violenta antiglobal ha luogo a Seattle per protesta contro una seduta del WTO nato appena 5 anni prima. Organizzata soprattutto dai sindacati e neonati movimenti no-global è guardata con una certa simpatia dal partito democratico dell’allora presidente Clinton. Qual è il problema del WTO? Semplicemente è l’organizzazione internazionale più democratica del globo dove ciascun paese ha un voto e quello di San Marino conta come quello della Cina. Anche se questo sistema di voto non impedisce a grandi paesi di contare di più è certo un handicap che vanifica in parte il multilateralismo di cui il WTO è l’espressione più completa. Introdurre dazi doganali in maniera spregiudicata giustificandoli formalmente per ragioni di sicurezza nazionale come fa il presidente Trump significa ridicolizzare il WTO e cercare di relegarlo in un angolo impedendo che effettivamente si occupi della correttezza degli scambi internazionali, come da statuto.

In secondo luogo ma non meno importante c’è il desiderio di ridurre il debito estero di Washington frutto di decenni di deficit degli scambi con l’estero (conto corrente della bilancia dei pagamenti) pari a circa il 40% sul Pil (Italia 8%, Francia 21% mentre Germania ha una posizione positiva pari a circa il 60%). Una cifra che non appare molto alta vista anche la capacità di attirare capitali degli Usa. Ma crea un certo fastidio anche alle precedenti amministrazioni perché accoppiata ad un alto debito federale che quest’anno raggiungerà circa il 107% del pil. A dir il vero il debito pubblico degli Usa è ben più alto perché a quello federale occorre aggiungere quello di stati e amministrazioni locali. E così si va oltre livelli italiani. Aggredire il debito estero è una mossa rilevante ed è meno impopolare che toccare la spesa pubblica interna.

E qui arriviamo al non sgradito sottoprodotto dei dazi protezionistici. Anche se questi hanno un effetto deleterio in quanto riducono il commercio internazionale danneggiando l’intero globo e quindi gli stessi Stai Uniti, come la risposta cinese prova, nell’immediato producono un piccolo ma non trascurabile gettito. Il quale non è percepito come pesante dai cittadini perché cade su prodotti di importazione gran parte dei quali hanno sostituti nazionali anche se un po’ più cari.  Nell’arco di un anno dazi su 200 miliardi di import dalla Cina in media del 25% possono portare all’erario di Washington un tesoretto di 20 miliardi pari allo 0.1% del Pil. Anche se l’aumento delle entrate fiscali da dazi non compensa la riduzione delle imposte sulle imprese introdotta dal presidente Trump dà comunque un po’ di ossigeno ad un bilancio federale che viaggia sempre abbondantemente sopra i parametri di Maastricht (deficit del 3.4% su pil nel 2017). All’inizio del ventesimo secolo circa l’80% delle entrate federali negli Usa proveniva da tassazione di scambi con l’estero. Ora la proporzione non solo è rovesciata ma la voce dei dazi è così piccola che si fatica a trovarla nel bilancio federale americano. Ma questo non deve trarre in inganno. Meglio non dimenticare che c’è stato un tempo non così remoto in cui il sistema di tassazione era molto diverso da quello che conosciamo oggi e fortemente penalizzante sul piano globale. Per impedire di tornare indietro abbiamo due strade che occorre percorrere presto: un riequilibrio dei conti con l’estero dei paesi che hanno forti surplus commerciali con gli Usa e qualche riforma del Wto in modo da renderlo più efficiente. La prima strada richiede un forte incremento di spesa pubblica e privata in paesi dove questa non è sufficiente e il risparmio è eccessivo. Germania e Cina sono avvisate.