Ultimo Aggiornamento:
16 ottobre 2019
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Una politica che ribolle

Paolo Pombeni - 26.09.2018
Salvini e Giorgetti

Le inevitabili fibrillazioni intorno alla preparazione della legge di bilancio mettono sotto i riflettori la fase magmatica della nostra politica. Non ci sono situazioni stabilizzate perché non si capisce bene cosa riservi il futuro: nessuno è veramente in grado di fare previsioni. In questa situazione tutti vagano alla cieca, menando fendenti all’aria con il rischio, anzi quasi la certezza di finire per colpire sé stessi e i propri amici.

La questione essenziale per i partiti vincitori della competizione dello scorso 4 marzo è di trovare il modo di accreditarsi definitivamente come il futuro del paese, almeno nel breve periodo (poi si vedrà). È ormai chiaro che non possono farlo semplicemente mettendo sul tavolo le loro fantasmagoriche promesse elettorali, ma lo è altrettanto che non possono tranquillamente archiviarle. Hanno bisogno di convincere che si farà tutto, ma nei tempi dovuti. Ed è qui che nascono i problemi.

Per accreditarsi come coloro che hanno iniziato un percorso di cambiamento che porteranno a termine nel corso della legislatura avrebbero bisogno di credibilità come uomini di governo e qui casca l’asino. La situazione è piuttosto diversa fra Lega e Cinque Stelle, ma punti di contatto ne esistono.

La Lega ha indubbiamente alle spalle esperienze di governo in regioni importanti dove ha stabilizzato un consenso non facilmente erodibile fondato sulla sua capacità amministrativa. Lo si è notato nel caso della Lombardia dove ha vinto pur dovendo far succedere a Maroni un candidato governatore che non appariva come particolarmente forte. Nel governo attuale ha un personaggio rispettato e accreditato come Giorgetti e qualche sottosegretario che mostra di saper lavorare. Ha anche alcuni consulenti di peso come il prof. Brambilla in materia pensionistica. Poi naturalmente c’è lo show man Salvini, che però al dunque dietro le quinte sa fare politica. Certo la Lega paga prezzi al populismo della sua comunicazione anche nella selezione del suo personale politico: per allargare il consenso non va per il sottile e raccatta populisti di tutte le tendenze, o si affida a persone un po’ improvvisate.

Tutto il contrario nel caso dei Cinque Stelle. Senza alcuna esperienza di governo alle spalle (dove l’hanno avuta registrano risultati che vanno dal banale al disastro), formati alla pura retorica dei talk show e della Rete, si mostrano debolissimi in fatto di classe dirigente. Per giustificare però sia il successo riscosso alle elezioni sia il ruolo che si sono visti assegnare non sanno fare di meglio che esasperare le loro fragilità mascherandole dietro torrenti di retorica barricadiera, inventandosi in continuazione nemici terribili che dichiarano di poter radere al suolo con facilità (ricordassero come è andata a Renzi con le retoriche dell’asfaltatura …). La loro debolezza al momento è non riuscire a cooptare un po’ di gente competente che li accrediti. Non che avrebbero difficoltà a trovarne (il potere ha una capacità di fascinazione notevole), è che non possono pretendere che persone veramente competenti si svendano del tutto al seguito di esponenti politici senza linea e senza capacità di direzione.

Va notato il fallimento del tentativo di Di Maio e compagni di guadagnarsi credibilità accettando di promuovere una candidatura “terza” al vertice del governo. Volendo comunque avere un uomo che non facesse ombra hanno imposto la figura evanescente di Conte, che non è in grado di dare peso alla loro presenza e che di fatto ha ampliato a dismisura il campo e il ruolo di Salvini che tutti, anche all’estero, considerano il vero premier. Per di più hanno voluto tenerlo sotto controllo affiancandolo come portavoce da Rocco Casalino, puro prodotto del grillismo alla Casaleggio, il che non ha certo contribuito a conferire a Conte peso e credibilità.

Questa situazione sta diventando piuttosto chiara agli osservatori della politica italiana, siano essi parte del sistema dei partiti o parte delle classi dirigenti. Ne deriva tutto un rincorrersi di volontà di manovrare e di inserirsi nelle crepe dell’attuale edificio governativo. Alcuni sperano semplicemente che, come si diceva una volta, esplodano le contraddizioni, ma con due varianti. La prima pensa semplicemente che la verifica delle tensioni fra Lega e M5S faccia crollare tutto il sistema e si possa verificare una specie di ritorno al punto iniziale della nostra crisi politica: è quanto ci sembra di notare a sinistra. La seconda pensa invece che semplicemente ci si sbarazzerà dei dilettanti grillini e la Lega di Salvini sarà riportata nell’alveo di una alternativa conservatrice il cui populismo potrà essere più o meno mitigato dalla alleanza obbligata con partiti tradizionali di quella componente: è quanto spera Berlusconi, ma anche, con intenti diversi, quanto sembrano proporsi alcuni personaggi che stanno avviando un flirt con Fratelli d’Italia.

In questo panorama è tutto un ribollire di guerre e guerricciole, congiure di palazzina più che di palazzo, lancio continuo di ballon d’essai in un tourbillon che non solo non giova affatto alla credibilità dell’Italia, ma che non è in grado di produrre quella stabilizzazione di cui il nostro sistema ha assoluto bisogno per affrontare una crisi economico-sociale che non si riesce a domare.

Si può dare la colpa di tutto ai giornalisti che trovano in questo ribollire materia per conquistarsi audience (e alcuni per entrare nel gioco degli intrighi), ma sarebbe meglio che i politici riconoscessero che il problema non sta affatto lì.