Ultimo Aggiornamento:
14 aprile 2021
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Gli spodestati, Draghi e l’opinione pubblica

Paolo Pombeni - 24.02.2021
Progetto Draghi

I tempi sono difficili e non c’è da meravigliarsi se la partenza del governo Draghi avviene in salita. Nessuno si permette di dubitare sulle qualità eccezionali del premier, che al momento registra un consenso notevolissimo nei sondaggi, ma molti si lasciano andare a distinguo sulla qualità della squadra: anche in questo caso, nell’opinione pubblica sembra circolare un giudizio non proprio benevolo sulla composizione del nuovo esecutivo. Come è ovvio in presenza di una coalizione molto ampia, gli intervistati tendono a dare giudizi positivi sui ministri espressi dalla propria parte di riferimento ed a trovare poco accettabili gli altri.

Sin qui siamo però alla normale fisiologia della vita politica. Preoccupa un po’ di più l’attività, neppure troppo sotto banco, di coloro che essendosi identificati con il passato “modello Conte” lavorano adesso per costruire la narrazione che sia necessario sostenerne la continuità e favorire l’arrivo dell’ex premier alla testa dei Cinque Stelle in crisi. Si capisce che sono i fan per non dire la corte del sovrano deposto, quelli che si potrebbero chiamare gli spodestati. Sono loro che vogliono ad ogni costo tenere in vita la leggenda di un eccellente governo fatto cadere da un complotto di perfidi personaggi: devono ammettere che, per carità, si è poi avuto il caso di avere un nuovo premier di altissimo profilo, ma in fondo non era necessario, si poteva andare avanti come prima e non si sarebbero persi mesi.

Con questi signori è inutile perdere tempo a spiegare che i mesi si sono persi per la tendenza di Conte a rinviare i problemi, per la pervicacia sua e dei suoi pretoriani nel cercare ascari inventati per tenere in vita la sua maggioranza, e via elencando. E’ chiaro che l’arrivo dell’ex presidente della BCE segnerà un ridisegno della geografia politica italiana, sia di quella dei partiti, sia, forse ancor più, di quella dei sottosistemi di potere burocratico che si collocano intorno al passato governo. La scelta di un nucleo di ministri non solo molto competenti, ma anche buoni conoscitori delle “macchine” dei ministeri ridurrà molti spazi che in precedenza, grazie alla facile conquistabilità di un po’ di neofiti della politica, erano stati occupati da nuove cordate di potere.

Adesso il problema non secondario è come Draghi si rapporterà con questo contesto. Essendo un uomo molto “navigato” conosce bene queste dinamiche ed ha dovuto in passato misurarsi con esse più volte. La domanda che ci si fa è se la sua strategia sarà solo quella di limitarsi ad aggirare le resistenze e gli scogli che quelle componenti seminano sul suo terreno o se agirà affrontandole in maniera più diretta.

Al momento tutto fa propendere per la prima ipotesi. Da personaggio esperto delle dinamiche di governo, Draghi sa che i sogni di rivalsa degli spodestati si spengono da soli col tempo: per un po’ sognano se non la restaurazione, almeno un gattopardesco “tutto cambi perché tutto rimanga come prima”, poi man mano o finiscono marginalizzati o si pensionano in qualche modo nel nuovo contesto. Dunque l’importante è non concedere loro lo spazio per inserirsi nel dibattito accreditandosi come interlocutori per contrapposizione col nuovo equilibrio.

Non si può negare che questo metodo ha funzionato in molti casi come ci testimonia la storia, ma forse qualche obiezione si può avanzare nel caso abbastanza peculiare in cui siamo immersi. Giustamente Draghi ha voluto insistere sul fatto che l’Italia deve affrontare una vera e propria “seconda ricostruzione”. Si tratta di un’operazione non solo importante, ma difficoltosa, perché richiede un cambio di mentalità, una revisione dei modi non solo di funzionare, ma anche di interpretarsi della nostra comunità politica.

Questa impresa per avere successo ha bisogno di reggersi su due gambe. Da un lato una classe di governo di qualità e di esperienza, e per questa ci sono buone premesse (qualche sbavatura fa parte dei limiti delle vicende umane). Dal lato opposto però c’è bisogno di quella che in altri tempi si sarebbe chiamata una grande mobilitazione delle coscienze: e questa è un’operazione alla quale non sembra si dedichi la necessaria attenzione.

Non amiamo molto le teorie che riducono la politica alla “narrazione” (per dirla in modo più chic: allo storytelling), però è innegabile che nel costruire la necessaria mobilitazione che implica ogni sforzo di ricostruzione non si possa fare a meno di mettere in campo una “cultura diffusa” (se vogliamo evitare il vecchio termine di “ideologia” o quello più evanescente di “religione civile”). Ora al momento il campo dove si forma la pubblica opinione è diviso quasi equamente fra i corifei degli spodestati e gli eterni scettici per cui un po’ di entusiasmo, per non dire di fede per il progresso è segno di debolezza. Eppure Draghi e il suo progetto hanno molto bisogno di poter contare sulla creazione di un “clima” che aiuti la gente a condividere lo sforzo gravoso che è necessario per uscire dalla contingenza attuale.

Come si vede bene nella gestione delle politiche di restrizione che si debbono adottare per contenere il diffondersi del virus che diventa anche più aggressivo, il puro ricorso al catastrofismo realistico degli scienziati non è sufficiente a far accettare a livello sufficientemente diffuso il sacrificio delle vecchie ritualità della società dei consumi. Il ragionamento si può benissimo estendere a molti altri comportamenti. C’è dunque bisogno di investire nella creazione di un sentimento sociale diffuso non solo sulla pericolosità del momento, ma sulle grandi opportunità che questo passaggio può dare al nostro paese. Bisogna sconfiggere decenni di disillusione se non di frustrazione sulle possibilità di avere una buona politica che operi per il bene del paese e dunque di tutti, incluse le generazioni in formazione e quelle che verranno dopo.

Lo sentiamo ripetere stesso, ma ci sembra che si lavori poco a creare gli spazi di crescita di questa nuova coscienza sociale disposta a battersi per la “riforma” del paese: senza illusioni giacobine, che portano solo disastri, ma con tanto spirito di solidarietà e di partecipazione ad un positivo destino comune.