Ultimo Aggiornamento:
13 luglio 2019
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Giochi proibiti pre-elettorali

Paolo Pombeni - 24.04.2019
Consiglio dei ministri

Dunque alla fine il Consiglio dei ministri si è tenuto, sia pure con grande ritardo e si è trovato un escamotage per evitare una crisi che nessuno dei due azionisti vuole, ma che hanno interesse a minacciare in continuazione.

Prima di spiegare questo apparente arcano, consideriamo il ruolo del premier Conte (premier, si fa per dire), che ha contribuito certamente ad azzeccare il garbuglio per consentire ai suoi rissosi azionisti di trovare una scappatoia momentanea. La capacità di mediazione è una virtù in politica: Angela Merkel c’ha costruito la sua fortuna, tanto che alcuni commentatori tedeschi hanno coniato un nuovo verbo col suo nome (merkeln = qualcosa come “merkellare”) per designare questo modo di agire. Non crediamo però che si tratti dello stesso tipo di mediazioni in cui si è esercitato Conte, che assomigliano più alle furberie tecniche di un avvocato che deve mascherare la realtà con le parole, ma non vogliamo spingerci fino a coniare il neologismo “contezzare” per caratterizzare questo modo di procedere.

Ma veniamo alla strategia (parola grossa) che potrebbe spiegare questo scontro frontale fra Salvini e Di Maio gestito però in modo tale da provare a non sfociare in quella rottura che parrebbe obbligata. Tutti sanno che sono entrambi a caccia di voti, e fin qui è la fisiologia della politica, ma il bisogno che ne hanno è particolare in ciascun caso. Il leader della Lega ha bisogno di raccogliere alle Europee di maggio un vero e proprio trionfo: sia perché tutti si aspettano percentuali altissime, e dunque non raggiungerle avrebbe un contraccolpo, perché verrebbe interpretato come fine di una fase espansiva, sia perché solo così può pretendere di imporre la sua leadership incontrastata sul governo. Infatti non si deve dimenticare che in Parlamento Salvini non ha grandi numeri. Solo con la minaccia di un ricorso ad elezioni anticipate che lo incoronerebbero, dopo appunto quel presunto risultato, potrebbe costringere i Cinque Stelle e Conte ad accettare la sua supremazia. Ecco dunque perché il cosiddetto “Capitano” deve evidenziare la sua centralità e cercare di imporre che le urne verifichino il suo incontrastato successo. Lo può fare accentuando la sua linea di comunicazione aggressiva verso la pancia dell’elettorato e più guardinga verso quella parte di classi dirigenti che sarebbero disposte a seguirlo pur di non avere a che fare con gli utopismi dei Cinque Stelle.

Per Di Maio la questione è più complicata. Nella attuale situazione non può sperare in una replica del grande successo delle politiche, ma deve più realisticamente puntare a rimanere chiaramente il secondo partito per quantità di consensi e tenere conto che il PD sembra ad un soffio dalle sue percentuali (e forse potrebbe superarle di qualcosina). Ecco che allora deve giocare tutto sulla accentuazione della sua fisionomia “di sinistra” (intendendo con ciò quella che è spacciata per tale dalla narrazione giornalistica). Eccolo allora cavalcare temi classici come la difesa della Resistenza, la lotta alla corruzione (il caso Siri gli è arrivato a fagiolo), un po’ di ecologismo alla buona, la promozione del lavoro, e via elencando. Potrebbe essere messo in crisi nel momento in cui gli si chiedesse di mostrare con quale credibilità e autorevolezza il suo partito può riuscire ad andare oltre le parole, ma sono tempi in cui ci si accontenta delle narrazioni, o, per dirla con i termini di quelli à la page, con lo storytelling.

Detto tutto questo, ad entrambi i contraenti del famoso contratto di governo conviene tenere in piedi questo esecutivo. Presentarsi alle urne di maggio dopo una crisi significherebbe cacciarsi in un’avventura poco gestibile per entrambi. Innanzitutto perché nessuno sa cosa ne uscirebbe, visto che elezioni anticipate in concomitanza con le Europee sono impossibili per questioni di tempo e che dunque si andrebbe a quel voto con un governo che nessuno sa quale profilo potrebbe avere: tecnico? Di minoranza (e quale)? Di centrodestra messo in piedi con ardite operazioni di raccolta di transfughi e “responsabili”? In secondo luogo, e non è da sottovalutare, perché fra i parlamentari c’è poca voglia di assumersi il rischio di una nuova prova elettorale i cui esiti sarebbero imprevedibili con l’aria che tira. In terzo luogo (e non è la cosa meno importante) perché per Lega e M5S non favorirebbe un successo nelle urne presentarsi agli elettori come quelli che hanno fatto saltare un governo che non è che poi abbia concluso molto (ricordiamo che per rendere effettivi molti dei provvedimenti propagandati mancano i decreti attuativi che diverrebbero impossibili).

Così tutto rimane sospeso e si punta a tirare avanti facendo finta che ciascuno dei due contendenti sia stato in grado di bloccare l’altro e che abbia in mano carte decisive per farlo metterlo a terra, se avesse l’ardire di tirare troppo la corda. Nessuno però lo farà volentieri, perché anche dopo maggio sarà più facile rassettare un poco a seconda dell’esito del voto questo esecutivo che puntare ad una corsa allo scioglimento della legislatura che imporrebbe una campagna elettorale fra estate e primo autunno, ovvero in un momento già poco favorevole di suo, ma reso ancor più sfavorevole dal rigetto di un’opinione pubblica sfiancata da un anno e più di continua propaganda aggressiva.

A meno che non succedano imprevisti, che in politica sono una costante. Ma per adesso nessuno vuole pensarci.