Ultimo Aggiornamento:
18 ottobre 2017
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Gigi Pedrazzi: la forza della generosità

Paolo Pombeni - 01.07.2017
Luigi Pedrazzi

La scomparsa di Luigi (ma per tutti era Gigi) Pedrazzi, l’ultimo sopravvissuto del gruppo di ragazzi che nel 1951 diede vita al “Mulino”, che inizialmente doveva essere una rivista di politica universitaria, segna la cesura con un pezzo della storia italiana. Una storia oggi difficile da spiegare, perché non le rendono giustizia le icone pur fondate dell’intellettuale impegnato, del cattolico con la schiena dritta, dell’ulivicoltore degli anni Novanta. Per questo val la pena di ricordare, soprattutto per i più giovani, qualcuno dei tortuosi passaggi che egli ebbe a percorrere.

Era uno di quella generazione che era maturata nello spaesamento della caduta del fascismo e della fine della guerra e che si era trovata a misurarsi con la sfida di far rinascere la democrazia italiana. Allora la via principale sembrava l’inquadramento nei partiti, ma Pedrazzi appartenne ad un gruppo di giovani che si sottrassero a quello schema. Niente diatriba fra antifascisti e difensori di un qualche “ordine” e invece scelta per il lavoro intellettuale che alla democrazia doveva dare un’anima. L’esempio scelto, probabilmente per gli studi di Nicola Matteucci, fu quello degli illuministi, studiosi che nel Settecento avevano scelto di coniugare l’impegno di studio con quello di lavoro anche politico, anche dentro le istituzioni, per l’edificazione di una società rinnovata.

Per lunghi anni quello fu l’orizzonte del Mulino, prima rivista, poi Associazione di cultura e politica e casa editrice. Un lavoro difficile perché l’orizzonte a cui si guardava era la grande tradizione del costituzionalismo occidentale, specie di marca anglosassone. I comunisti, che anche a Bologna puntavano all’egemonia sulla cultura, non capivano e non gradivano. Famosa la battuta attribuita ai loro ambienti sugli “intellettuali che sanno tutto sui puritani del Massachusetts e niente sulle mondine di Molinella” (si disse che l’aveva detto Zangheri, che però negò). Nonostante questo e nonostante i “mugnai” dovessero il sostegno del loro esordio al capo degli industriali bolognesi (non esattamente un progressista) la critica di questi giovani al comunismo, che fu decisa, non divenne mai anticomunismo.

Pedrazzi fu sempre in prima linea, in una città che allora era un osservato speciale nel quadro degli equilibri italiani. La sua esperienza nella lista messa insieme da Giuseppe Dossetti per la sfida all’egemonia comunista nelle elezioni comunali del 1956 lo segnò profondamente, soprattutto per il legame che stabilì con il suo leader: un rapporto che non venne mai meno e che era fortissimo, anche se Pedrazzi non ebbe mai le asprezze iconoclaste di tanti dossettiani.

Certamente un periodo forte fu la stagione dell’apertura a sinistra. Il Mulino era una presenza atipica, perché era il prodotto di un gruppo in cui si diceva fossero rappresentate le varie anime del progressismo italiano: quella liberale (Matteucci), quella socialista (Federico Mancini), quella cattolica (Pedrazzi). Era però una rappresentazione di maniera, perché il Mulino non era una coalizione di correnti, ma un laboratorio culturale in cui tutti approfittavano di tutto, in cui arrivavano continuamente nuove forze unite non dall’idea tutta italiana di fare sintesi col bilancino fra tradizioni culturali diverse, ma da quella di costruire insieme qualcosa di nuovo che si andava formando nel lavoro a cui tutti partecipavano. E questo era possibile perché si lavorava a contatto con tutta la cultura “occidentale” che per la gran parte non conosceva affatto i contorcimenti degli “steccati” ideologici di casa nostra.

Fu in quegli anni e in quella fase che il Mulino affermò la propria statura e divenne un punto centrale della vita politica e intellettuale italiana. Non è un caso che dal 1961 al 1965, gli anni cruciali del centrosinistra creativo, la direzione della rivista venisse affidata a Pedrazzi. Seguì dal 1965 al 1974 la presidenza della casa editrice, destinata a divenire con l’intenso lavoro di Giovanni Evangelisti e di altri, una “university press” all’italiana, non perché pubblicasse manuali e monografie per gli Atenei, ma perché era tutta articolata attorno alla partecipazione diretta di uomini dell’università alla sua progettualità e alla sua gestione. Un unicum nel panorama italiano e anche qui è singolare che a presiederla fosse chiamato uno tra i pochi del gruppo che professore universitario non fu mai (Pedrazzi insegnava filosofia nelle scuole superiori).

Di nuovo furono anni intensi. Egli seguì con passione il Concilio Vaticano II, consapevole del ruolo che dietro le quinte vi giocava Dossetti, visse la crisi del centrosinistra e qualche tensione interna all’associazione. Di fronte al referendum per l’abrogazione della legge sul divorzio si schierò nel gruppo che venne definito “i cattolici del no”. Anche qui però era qualcosa di più di una pur decisiva opposizione al rigurgito di temporalismo della chiesa di allora a cui Fanfani accodò una DC già in difficoltà nella speranza che questo potesse ridarle egemonia elettorale. Si trattò invece della continuazione di quella battaglia per l’accettazione della modernizzazione del paese di cui faceva parte anche la secolarizzazione: ed era qui che si ritrovava la sintonia con le forze che in Italia si riunivano ancora attorno all’idea di “progresso”.

La passione per la difesa di quelle sintonie lo portò anche all’avventura più arrischiata della sua vita. Di fronte ad un paese che sembrava virare a destra, assieme a Ermanno Gorrieri diede vita ad un quotidiano, “Il Foglio”, che nella loro immagine doveva supportare la reazione a quella svolta che si andava delineando e che aveva il suo preludio nella ascesa di Zaccagnini alla segreteria dc. Non fu un esperimento felice: durò pochi mesi, non decollò mai e finì con un fallimento che costò a Pedrazzi un pesante salasso finanziario. Non se ne lamentò mai, fece fronte fino alla fine ai suoi obblighi. Uno dei tanti esempi, ma forse il più estremo, di quella generosità che era la cifra della sua persona.

Credeva nell’analisi dei fatti più che nelle ideologie e per questo si spese dal 1978 al 1996 come presidente dell’Istituto Cattaneo, una delle istituzioni uscite dall’esperienza dell’Associazione il Mulino. Probabilmente pochi fanno attenzione al nome che si rifà non tanto all’eroe risorgimentale delle Cinque Giornate di Milano, ma allo studioso italiano che anche allora dedicò la vita allo studio della realtà politica e sociale e alla formazione di classi dirigenti liberali anche nel suo lungo esilio in Svizzera. Era sempre lo spirito del “conoscere per decidere” quello che animava queste imprese.

Certo Pedrazzi non fu affatto un uomo di studio che viveva nella sua torre, d’avorio o meno che fosse. Non assomigliava a quella tipologia neppure fisicamente, neppure per il suo argomentare, sempre attento a sdrammatizzare e a cercare un dialogo, anche se ciò non significa che non fosse assai convinto delle proprie idee e persino caparbio a volte nel sostenerle.

Per ragioni comprensibili gli avvenimenti degli ultimi intensi decenni della sua vita hanno preso il sopravvento su una storia più lunga e più complessa. La sua scelta di accettare di essere vice sindaco nella giunta comunale di Bologna guidata da Walter Vitali viene da alcuni etichettata come quella del primo “cattolico” chiamato a quella carica. In realtà più che a questa caratteristica andrebbe prestata attenzione ad un’altra: fu il primo “non politico” ad essere chiamato ad un ruolo che era riservato sino ad allora (ma lo sarà quasi sempre anche dopo) ad uomini dei partiti. Poi arriverà la stagione dell’Ulivo e tutti gli sviluppi seguenti, abbastanza noti perché non sia necessario richiamarli.

In chiusura va però ricordato che anche in questi decenni tumultuosi, Pedrazzi rimase fedele alle speranze e all’impegno che aveva coltivato dando vita e mantenendo gli orizzonti dei “mugnai”: quello che l’Italia potesse uscire dalla maledizione di essere il paese degli steccati e delle tribù, che si potesse lavorare per costruire una classe dirigente che conosceva per decidere, che una politica “pensata” fosse il miglior modo di agire nella sfera pubblica. Che poi questo richiedesse un rigoroso impegno personale sul piano morale e religioso era al tempo stesso una premessa e una conseguenza. Ma non ne fece mai esibizione come è proprio di tutti i veri credenti e di tutti coloro per cui “impegno” non è uno slogan ma una scelta di vita.