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18 maggio 2024
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È finita la luna di miele del governo

Paolo Pombeni - 13.09.2023
G20 in India

In queste ultime settimane il governo di Giorgia Meloni ha iniziato a perdere dei colpi. Sia in politica internazionale, un campo in cui aveva collezionato buone performance, sia in politica interna, dove da tempo non era andata così bene, si registrano difficoltà, ma soprattutto un certo raffreddamento nella considerazione di commentatori e analisti che pure fino a poco tempo fa avevano valutato positivamente il lavoro della attuale premier (e almeno di alcuni fra i suoi ministri).

La prova di Meloni e dei nostri governativi al G 20 in India non ha brillato, ma ad onor del vero in quel contesto era difficilissimo fare di più. Piuttosto ha suscitato molte giuste critiche l’attacco della premier al commissario europeo Gentiloni accusato di non fare gli interessi dell’Italia. Va detto che l’intervento seguiva a ruota quello, al solito sopra le righe, di Salvini che per primo aveva attaccato il commissario europeo all’economia bollandolo come un politico che non giocava con la maglia della nostra nazionale. Probabilmente Meloni, preoccupata delle iniziative del leader leghista per sottrarle voti con argomenti bassamente populisti, non ha voluto lasciargli il privilegio di essere l’unico a proporre argomenti da bar.

Ovviamente il più modesto dei consiglieri politico-diplomatici avrebbe fatto notare al suo premier che il lamentarsi in quel modo di un commissario non era mai stato fatto da nessun altro leader politico, perché sarebbe come lamentarsi perché un arbitro non favorisce la propria squadra del cuore. La secca replica di Bruxelles lo ha messo in luce ricordando che i commissari devono muoversi nell’interesse dell’intera comunità europea e non del proprio stato di appartenenza. Che poi qualcuno di essi abbia agito con un occhio più benevolo per il proprio paese è anche successo, ma se si vuole che ciò possa avvenire non lo si deve rendere noto.

In questo momento, con una situazione impantanata negli uffici di Bruxelles e con l’Italia che ha bisogno di molta “comprensione”, è stato proprio sciocco mettere Gentiloni nelle condizioni di non potere neppure dare una qualche mano con la dovuta discrezione. Ma il fatto è che statisti non ci si improvvisa e per di più quando si deve quotidianamente fare i conti con un alleato che ti pugnala alle spalle tutto diventa più difficile. La scelta di Salvini di esibire la sua vicinanza alla Le Pen non aiuta certo i piani di Meloni per il suo futuro in Europa, ma neppure quelli per risolvere i problemi aperti con gli uffici della UE (tanto più se, come nel caso delle lamentele per la mancata presa in considerazione dell’accordo ITA-Lufthansa, ci si sente rinfacciare che non abbiamo mandato neppure la documentazione necessaria).

La scelta di alimentare tensioni con la UE non pare molto perspicace, anche se evidentemente il fatto che anche il ministro Tajani si sia accodato ai critici di Gentiloni lascia supporre che a destra si valuti elettoralmente vantaggioso fare qualche puntata antieuropeista, probabilmente per crearsi coperture a giustificazione delle nostre difficoltà finanziarie.

La situazione della finanza pubblica rimane più che complicata, mentre il governo è di fatto spaccato fra l’impegno al sostegno dei redditi più bassi e la concessione di misure clientelari che soddisfino i partiti che lo sostengono. Entrambe le cose non si possono fare, ma al primo obiettivo non si può rinunciare perché azzopperebbe la credibilità della Meloni, mentre bloccare il secondo significa entrare in conflitto con gli alleati (ma concedergli comunque qualcosa vuol poi dire dare un qualche contraccambio, sia pure in misura minore, alle opposizioni: un disastro per la credibilità della tenuta del nostro sistema finanziario).

Gli interventi contro emergenze sociali, come il caso della legge contro la delinquenza giovanile, non sono sufficienti a recuperare credibilità. Non perché come dicono le opposizioni non si deve fare repressione, ma prevenzione (quando una casa brucia si fanno intervenire i pompieri, non si dice che non ci saranno più incendi quando tutte le case avranno sistemi per non farli scoppiare), bensì perché il fenomeno è così complesso che l’opinione pubblica stenta a credere che sarà messo sotto controllo. Così è più o meno per moltissime altre emergenze. Si promette che la sanità sarà rimessa in piedi pagando di più medici e infermieri, ma, anche ammesso che si trovino i soldi, questo è solo un aspetto di un sistema che avrebbe bisogno di una radicale nuova impostazione.

Sembra incredibile, ma non ci si rende conto che in un paese in cui da decenni si promettono interventi capaci di rimettere in sesto questa o quella situazione disastrata senza che si concluda molto (spesso quasi nulla) la gente non si lascia convincere più da nessun annuncio. Il ministro dell’istruzione dice che arrivano un gran numero di professori tutor per seguire i ragazzi, ma l’opinione pubblica non vede dove si possano trovare le professionalità giuste e teme che come sempre sarà l’ennesima occasione per sistemare un po’ di persone appiccicando loro per legge una qualifica che non si sa né se abbastanza appropriata, né se sarà accettata dal sistema scolastico.

Come sempre succede quando c’è un deciso cambio di maggioranze e di orientamenti politici si finisce per chiedersi alla prova dei primi fatti se poi “i nuovi” non si limitino a rubare i vestiti ai “vecchi”: cosa non sempre difficile da riscontrare, nonostante i vecchi, che denunciano adesso le deviazioni, si guardino bene dal riconoscere che si tratta di sistemi e di attitudini che proprio loro hanno lasciato in eredità ai nuovi.