Ultimo Aggiornamento:
23 maggio 2020
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Evitare la strana disfatta

Lucrezia Ranieri * - 25.03.2020
Bloch L’étrange défaite

Se si deve riflettere sull’importanza di operare con risposte adeguate a fronte di un pericolo che minaccia la nostra stessa esistenza, una lucida e forse inaspettata lezione può arrivare da uno storico come Marc Bloch. Non limitandosi, come lui ha scritto, a chinarsi sul presente per comprendere il passato, lo storico francese ha saputo, nella sua stessa esperienza di vita, stabilire tra queste due dimensioni temporali un legame inscindibile, ricambiando il presente con lo sguardo profondo dell’occhio allenato dalla storia. Questa lucida e inaspettata lezione è contenuta fra le pagine asciutte della testimonianza da lui scritta tra il luglio e il settembre del 1940 sulla sconfitta subita dai francesi ad opera dell’esercito nazista – testimonianza pubblicata qualche anno più tardi con il titolo Una strana disfatta (L’étrange défaite).

Storico, soldato, ebreo, francese: questo è il punto di vista dal quale Bloch analizza le cause di una sconfitta disastrosa, giunta al termine di una guerra praticamente mai combattuta e condotta in eterna ritirata. Se il giudizio dato all’inizio della testimonianza è lapidario e impietoso, e ben diretto contro una certa categoria di persone ritenute responsabili (“la causa diretta […] fu l’incapacità del comando”), la riflessione che ne scaturisce è assai più sfumata, riconoscendo in questa incapacità innanzitutto un limite culturale e intellettuale da cui tale comando, non da solo, risultava afflitto. Aggravato, certo, dalla scarsità di risorse, dalla cattiva informazione e dalla burocrazia inefficiente ed eccessiva – che tuttavia potrebbero essere considerate problematiche comuni a tutte le situazioni emergenziali – questo limite intellettuale consisté essenzialmente nell’incapacità di concepire la velocità in termini che erano stati fino ad allora imponderabili. Di fronte al massiccio utilizzo di mezzi meccanizzati da parte dell’esercito tedesco, la Francia sembrava combattere ancora la guerra di un ventennio precedente, restando di fatto sempre un passo indietro rispetto ai propri nemici e con l’ovvio risultato di trovarsi costantemente e perennemente inconsapevole della propria condizione. Quella che veniva ironicamente definita la “strategia del giorno per giorno” appariva drammaticamente insufficiente a contrastare l’avanzata dell’esercito tedesco e lasciava i soldati francesi in una situazione di costante e imprevedibile pericolo. Ciò non era dovuto soltanto agli errori logistici e organizzativi; o meglio, gli errori logistici e organizzativi derivavano, come abbiamo detto, da un limite propriamente intellettuale, e cioè dall’incapacità di adattare la velocità del pensiero alla velocità dell’azione in atto. “I nostri soldati sono stati vinti”, scrisse Bloch, “principalmente perché pensavamo in ritardo”. Com’egli stesso riconobbe, adeguare il proprio comportamento alla nuova realtà nel bel mezzo della cosiddetta guerra-lampo avrebbe richiesto “un genio eccezionale”: ancora meglio, dunque, sarebbe stato giocare d’anticipo, senza ignorare l’evidenza del mutamento che negli ultimi anni era avvenuto nell’esercito tedesco e nelle sue dottrine, né l’evidenza della campagna di Polonia, che aveva rappresentato, per Bloch una lezione “abbastanza chiara”. Tuttavia, se gli errori iniziali potevano essere ritenuti comprensibili, ciò che non era passibile di perdono era quella che lo storico definiva “impermeabilità all’esperienza” e cioè la totale incapacità dei quadri dell’esercito di correre ai ripari imparando dagli errori commessi nella prima fase della guerra.

Oggi non abbiamo a che fare con i Panzer o le motociclette dell’esercito tedesco, e la situazione in cui viviamo è ben diversa da quella di una guerra di tale portata, eppure in un certo qual modo affrontiamo la stessa difficoltà di adeguamento del pensiero alla velocità con la quale i fatti si susseguono. Ogni misura presa sembra sempre insufficiente o fatalmente in ritardo. Fatichiamo a comprendere come non sia possibile rispondere proporzionalmente ad una minaccia che cresce in maniera esponenziale e che le misure contenitive debbano essere in qualche modo preventive e precauzionali – prese cioè molto prima che l’evidenza le renda necessarie: come ama ripetere Nassim N. Taleb, eclettico professore di Risk Engineering dell’Università di New York, su un aereo non si aspetta l’”evidenza” dello schianto per allacciare le cinture di sicurezza. Tuttavia, l’evidenza resta uno dei fattori legittimanti con la quale possano giustificarsi misure draconiane in democrazia, dove l’equilibrio tra libertà e sicurezza è in tensione perenne e il rischio sanitario non è l’unico che le società complesse debbano contenere. Come riuscire, dunque, ad accelerare la nostra risposta in questa piccola guerra, senza perdere ciò per il quale ha senso, innanzitutto, combatterla?

La chiave è forse, come molti sostengono, nella responsabilità individuale? Probabilmente, almeno in parte; ma è pur vero che è impossibile una pedagogia dell’emergenza che funzioni a posteriori: i cittadini che eravamo ieri, lo siamo anche oggi. E’ bene però che nelle situazioni in cui è in ballo la sopravvivenza dello Stato ci si chiarisca, come ricorda Bloch stesso, che tutti, nessuno escluso, sono chiamati a fare la propria parte, consapevoli che in tali situazioni la sfera dei doveri subisce una notevole espansione e che, soprattutto “nessuno ha il diritto di giudicare la propria vita come più preziosa di quella del vicino, poiché ognuno troverà sempre nella propria sfera d’azione – grande o piccola che sia – motivi perfettamente legittimi di credersi necessario”. Siamo anche noi, la società nel suo complesso, ricorda lo storico, a creare il clima psicologico nel quale le nostre autorità devono prendere decisioni non semplici. Lo sforzo, pertanto, deve essere uno sforzo collettivo. Solo così, forse, potremo evitare di assistere ad una “strana disfatta” e condividere con Marc Bloch soltanto il non aver “mai dubitato dell’aurora”.

 

 

 

 

*Dottoranda in storia contemporanea all’Università degli studi della Tuscia