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13 giugno 2026
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Europa e Italia nella crisi internazionale

Paolo Pombeni - 22.10.2025
Crisi internazionale

Sebbene i travagli dei partiti dopo la prima tornata delle regionali e in attesa della seconda a fine novembre non siano di poco conto, a determinare l’andamento della politica italiana saranno molto di più le crisi internazionali che sono ancora lontane dal trovare una soluzione. La gente magari fatica cogliere questo passaggio convinta tanto il nostro Paese quanto l’Europa siano soggetti marginali in ciò che sta avvenendo. È così, se si pensa solo al tavolo di regia delle crisi, ma non lo è se si considera che quanto avverrà avrà riflessi su una pluralità di ambiti.

Gestione delle politiche del commercio internazionale a cominciare dai dazi, impulso o depressione alle politiche economiche che possono venire da situazioni post belliche che richiederanno investimenti, spese più o meno accentuate per fronteggiare i nuovi imperialismi e le loro espansioni, tutto questo avrà ricadute anche non banali sui bilanci degli stati europei e su quello della UE. E non parliamo dei turbamenti che essi trasmettono nelle opinioni pubbliche e che mettono alla prova la tenuta dei governi toccando la gestione degli equilibri sociali nonché di quelli tra le forze politiche (peraltro già precari).

Per l’Europa il conflitto più impattante è indubbiamente quello russo-ucraino, nonostante le opinioni pubbliche si appassionino maggiormente per quel che succede in quello mediorientale, dove l’individuazione degli “oppressi” è a prima vista più facile e immediata. Tuttavia è sul territorio dell’Ucraina che Putin ha deciso di testare un ritorno sostanziale al tripolarismo USA-Cina- Russia, mettendo fine ad un multilateralismo in cui anche l’Europa, almeno coi suoi stati più importanti, poteva avere un suo posto. Anzi è abbastanza chiaro che lo zar di Mosca ha deciso di dichiarare la delegittimazione del nostro continente come attore internazionale di primo piano, muovendogli anzitutto una guerra culturale come entità decadente e amorale. Noi vediamo solo molto limitatamente questa operazione, perché si svolge in un contesto linguistico a cui pochi hanno accesso e in un sistema di comunicazione piuttosto autarchico, ma quanto giunge comunque a noi non lascia dubbi sull’importanza di un approccio di questo tipo per fondare le pretese neo imperiali della Russia putiniana.

Come possono l’Europa e l’Italia reagire a questa sfida? La risposta non è facile, nel momento in cui l’America di Trump sta discostandosi, a volte in modo molto determinato, da quel concetto di “Occidente” che nella sostanza ha fatto da collante fra le due sponde dell’Atlantico. La cultura europea, e quella italiana non fa eccezione, aveva da tempo preso le distanze da quel concetto che sembrava troppo legato alle esperienze del colonialismo e dell’imperialismo fra Otto e Novecento. Naturalmente qualsiasi serio studioso di storia politico-culturale sa che non è così, la ricchezza della cultura euro-atlantica non è riducibile ad alcune sue declinazioni in determinati frangenti storici, ma nella percezione diffusa dal sistema mediatico ha prevalso una interpretazione negativa.

Per di più la difesa di certe semplificate peculiarità della cultura occidentale è stata quasi monopolizzata dalle ondate reazionarie che si sono sviluppate in risposta alle fughe estremiste nelle posizioni che abbiamo schizzato sopra: e questo non aiuta certo a favorire un ruolo costruttivo di ciò che potremmo definire un po’ sbrigativamente la creatività europea.

Lo si vede molto bene proprio nelle due crisi maggiori in questo momento. In Medio Oriente il gioco, se così possiamo chiamarlo, è in mano ad Israele, ai paesi arabi, agli USA, tre soggetti che nella fase presente vogliono, pur da punti di vista diversi, sentirsi liberi dai vincoli di appartenenza o relazione con la cultura politica europea. La situazione non è troppo dissimile per quel che riguarda il conflitto russo-ucraino. Come abbiamo già detto, a Mosca non si riconosce nessuna preminenza alla tradizione occidentale e la stessa ondata culturale (si fa per dire) che è incarnata dal trumpismo si fonda sulla rivendicazione di una specificità americana che a loro parere è del tutto distante da qualsiasi retaggio europeo. A maggior ragione si può ben capire che non ci si possa aspettare dalla Cina la promozione di un riconoscimento dei valori della storia occidentale.

Del resto, se volete una prova di quanto stiamo affermando pensate al successo che stanno avendo i modelli politici autocratici, persino dittatoriali, che sono esattamente la negazione di quello che è stato il grande portato storico del pensiero politico occidentale: il costituzionalismo democratico. Anche dove in teoria questo principio non viene messo in discussione come negli USA e in Israele, assistiamo ad un suo pratico indebolimento, con il potere di governo che punta a svincolarsi da quel quadro e che per non pochi aspetti ci sta riuscendo.

Possono l’Italia e l’Europa non darsi carico della sfida che questa deriva presenta per la loro stessa consistenza come soggetti storici? La risposta dovrebbe essere scontata, ma non può consistere in sterili diatribe generiche sul ritorno dei fascismi e sui pericoli delle destre estreme. Ci vuole uno scatto di reni, la ripresa di un serio e approfondito dibattito sui modelli della cultura occidentale e sul loro ripensamento/adeguamento, perché in questa fase è con l’offerta di una risposta “culturale” alla crisi presente degli equilibri internazionali che gli europei, e dentro di essi gli italiani che hanno titoli per dire qualcosa di sensato, potranno ritrovare un ruolo di protagonisti.

Il che implicherà il superamento delle gelosie storiche e contingenti fra le componenti, poco teatrino e tanto lavoro di studio e ricerca, riconsiderazione del problema della capacità di deterrenza da opporre ai nemici, ma darà vita a quel nuovo rinascimento europeo che abbiamo tutte le ragioni di augurarci.