Ultimo Aggiornamento:
20 luglio 2019
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Euro falso problema

Gianpaolo Rossini - 19.05.2018
Pil 3%

E’ un peccato che lo stato dei conti con l’estero sia sconosciuto ai più e non solo in Italia. Perché questo falsa la discussione pubblica sull’euro e la percezione dei cittadini. Il fastidio che Washington dimostra nei confronti di paesi con rilevante e persistente avanzo commerciale dovrebbe però stimolare ad una attenta analisi della bilancia dei pagamenti con l’estero di parecchi paesi fuori e dentro Europa, Italia compresa. Da luglio 2012 il Bel Paese ha un surplus crescente del conto corrente della bilancia dei pagamenti. Ormai siamo vicini al 3% del Pil, che vuol anche dire che il 3% del Pil italiano viene da questo avanzo.  Nei confronti degli Usa il surplus commerciale dell’Italia persiste da circa due decenni. Nel 2017 ha toccato i 31 miliardi di dollari (per la Germania è stato di 64 miliardi, per la Cina  375).  I numeri italiani mostrano che siamo competitivi sui mercati internazionali, Usa in primis, e che questo, insieme al nostro sovrabbondante risparmio, genera rilevanti surplus commerciali (merci) e di conto corrente  (merci e servizi). Si tratta di un dato positivo che però pone l’Italia nel club delle nazioni nel mirino di Washington intenzionata a ridurre gli squilibri più ampi, ahimè con misure mirate paese per paese. La nostra condizione sull’estero è solida e sarebbe sufficiente mantenerla entro queste proporzioni. Misure protettive da parte degli Usa e probabili sanzioni all’Iran non consentiranno però di accrescere il surplus con l’estero.  D’altra parte non si vede ragione per cui l’Italia debba incrementarlo visto che il nostro debito netto sull’estero è ormai quasi nullo (pari a circa 5% PIL). Insomma i nostri conti con l’estero godono di ottima salute e non hanno bisogno di miglioramenti. Ma se le cose stanno così a cosa servirebbe una moneta nazionale con il ritorno alla lira caro ad alcune forze politiche? Certo non potremo metterci a svalutare in quanto l’economia italiana non ne ha alcuna necessità. Se il surplus sull’estero dell’Italia, già ora crea tensioni con gli Usa, come potremmo adottare la lira con lo scopo principale di svalutare senza suscitare reazioni? Gli Usa non sarebbero il solo paese a inasprire barriere doganali contro un’Italia che svaluta per acquisire un vantaggio extra di cui non ha alcun bisogno. Francia, Spagna e altri adotterebbero contromisure forse facendo saltare l’intera moneta unica o più concretamente con politiche protettive di salvaguardia che minerebbero la stessa Unione Europea.  Qualcuno racconta di una presunta età dell’oro negli anni 70 e 80 del secolo scorso quando c’era una minore disuguaglianza nella distribuzione del reddito e l’Italia, con la lira, svalutava viaggiando con inflazione anche a due cifre. A quasi mezzo secolo di distanza siamo molto cambiati e il confronto appare inappropriato. Abbiamo una popolazione di 60 milioni di abitanti di cui circa 6 stranieri. Negli anni 70 l’Italia ha un saldo emigrati -  immigrati positivo. Solo dal 1973 gli immigrati riescono a compensare gli emigrati per poi salire lentamente negli anni 80. Non esiste la grande comunità di stranieri che occupa mansioni povere e poco qualificate con salari piuttosto bassi che accrescono il grado di disuguaglianza nei redditi. In quegli anni la quota di pensionati sulla popolazione è molto bassa. L’indice di dipendenza strutturale, rapporto percentuale tra  popolazione in età non lavorativa (0-14 anni e 65 anni e oltre), e quella in età lavorativa (15-64 anni) nel 1970 era il 10% mentre oggi veleggia verso il 50%. Complice una elevata evasione contributiva prima durante e dopo gli anni 70, le basse  pensioni di oggi contribuiscono alla accresciuta disuguaglianza. Se non bastasse l’economia mondiale di oggi somiglia poco a quella di 40-50 anni fa. La Cina appare sullo scenario mondiale negli anni 80. Diviene un concorrente solo alla fine del secolo. Una lunga serie di paesi low cost si affaccia al commercio internazionale negli ultimi tre decenni. A questo fenomeno nessun paese avanzato ha reagito con svalutazioni competitive, che non risolverebbero alcun problema e innescherebbero invece infinite guerre commerciali. Nonostante questo l’Italia è riuscita a mutare pelle in mezzo secolo e a divenire un paese con forte surplus con l’estero. Thomas Piketty, nella sua opera sul capitale nel XXI secolo ci mostra che la disuguaglianza negli anni 70  era meno accentuata di ora in tutti paesi occidentali indipendentemente dall’avere questi monete deboli o forti. Argentina e Brasile che hanno avuto negli ultimi 17 anni la possibilità di usare il cambio per migliorare i conti con l’estero hanno peggiorato competitività e conti con l’estero. Abbiamo circa mezzo milione di posti vacanti non solo per mancanza di personale qualificato (tecnici) ma anche per mansioni non specializzate o per le quali le imprese offrono specializzazione in fabbrica. In Sicilia ci sono supermercati che non trovano commesse, magazzinieri e altre figure. Di fronte a questo cosa può fare l’uscita dall’euro? Nulla. Anzi farebbe fuggire altra forza lavoro qualificata impoverendo il paese. Senza dimenticare che il nostro debito pubblico è denominato in euro e deve essere rimborsato in euro.