Ultimo Aggiornamento:
23 settembre 2020
Iscriviti al nostro Feed RSS

Elezioni USA 2016: la resa delle notizie a un anno dal voto

Francesco Maltoni * - 03.11.2015
Caucuses VS. Primaries

Negli ultimi mesi, il panorama del dibattito pubblico americano ha già sancito due punti fermi: Obama è ormai un ex presidente dal punto di vista mediatico, mentre i temi principali della questione politica sono ormai terreno riservato alle evoluzioni della campagna elettorale per il suo successore.

Dato sorprendente se si pensa che  i caucus – le assemblee propedeutiche all’avanzamento delle candidature nei singoli stati – e le elezioni primarie non partiranno fino al prossimo mese di febbraio. Insomma, un anno di rodaggio e di progressiva colonizzazione degli spazi in tv, siti web e giornali è un fortissimo indice di una assuefazione da parte dell’apparato mediatico, che sempre più difficilmente riesce a contrastare le spinte dei comitati elettorali, in cerca della visibilità per il proprio favorito.

Certamente, la presenza di candidati “ingombranti” e dall’alta notorietà, come Hillary Clinton da un lato e Donald Trump dall’altro, ha agevolato non poco l’impennata di interesse verso le vicissitudini per la carica di 45esimo presidente degli Stati Uniti. Proprio le vicende di questi personaggi, Clinton e Trump, sono due casi tipici, ma differenti di quella che appare come una resa incondizionata delle notizie, per lasciare spazio alle vicende dei singoli candidati e alle loro dichiarazioni più o meno sensazionalistiche.

Hillary Clinton non ha certo bisogno di presentazioni né per il pubblico americano, né per quello oltreoceano e gode di una elevatissima popolarità nell’elettorato. Madre, moglie tradita ma che ha mantenuto insieme la famiglia bene supremo, donna di successo eppure sconfitta nelle primarie del 2008: un mix di talento, carattere, empatia e competenza che la proietta regolarmente in cima alle headlines dei notiziari. Anche chi si augura la sua sconfitta finisce per dedicare interesse alle vicende che la riguardano, aumentando l’eco della sua già massiccia presenza mediatica. Basti pensare al caso delle email private durante il mandato da segretario di Stato: dopo l’audizione della settimana scorsa di fronte alla commissione parlamentare, la Clinton non solo ha abilmente parato il colpo, ma la sua immagine ne è uscita rafforzata, arrivando a sgonfiare sensibilmente lo scandalo che avrebbe dovuto frenare la sua corsa.

Dall’altro lato, il candidato repubblicano che ha monopolizzato la scena in questi mesi preparatori è indubbiamente Donald Trump, magnate dalla storia personale anch’essa arcinota al pubblico americano, che si sta imponendo sui molti scetticismi, per la verità, anche per colpa degli altri aspiranti alla nomination dell’elefantino, i quali, per il momento, usando un gergo renziano “non toccano palla”. Trump, che allo stato attuale ha comunque poche possibilità di aggiudicarsi la candidatura, è una figura antipolitica per eccellenza. In quanto “alieno” della politica di Washington, è riuscito a guadagnare uno spazio crescente sui media grazie a un concentrato di populismo, condito di attacchi pesanti e generalmente dissacratori sull’establishment politico-istituzionale. Un mix che fa breccia in certi strati della popolazione e si rende sempre più notiziabile grazie alle condivisioni, ai commenti e alle interazioni – anche negative - registrate quotidianamente sui social media. I video delle frasi più celebri di Trump su Facebook, i suoi tweet al veleno e in generale il suo atteggiamento a tratti offensivo, capaci di solleticare la parte più reazionaria dell’elettorato che negli anni scorsi si è immedesimata nei Tea Party, hanno generato un’eco sempre più forte attorno al tycoon, proiettandolo a poche settimane dal via alle primarie, come favorito per la vittoria in campo repubblicano.

Così, la scena sugli innumerevoli canali all news, nei talk show di approfondimento, negli editoriali dei blog più seguiti e anche sugli organi di stampa più prestigiosi è ormai tutta del dibattito pre elettorale, condito di dichiarazioni, ritorsioni, sondaggi estemporanei e possibili scenari, ma con le notizie sempre più lontane dai titoli di testa e una valanga sempre più incontrollabile di “sound bites” a farla da padrona.

Del resto, obiettivo attuale di Obama e della sua amministrazione è chiudere gli otto anni a Washington senza scossoni. Negli ultimi tempi, il presidente  in carica sembra eclissato dal dibattito pubblico come mai gli è successo dal 2008: i fari sono puntati stabilmente sulla corsa dei nuovi candidati e i media hanno ormai ceduto all’onda montante delle prossime elezioni. Tutto ciò a un anno dal voto: facile immaginare che, quando saranno partite le primarie con i vari super martedì negli Stati chiave, l’attenzione raggiungerà livelli spasmodici e la conquista degli organi di informazione sarà completa. Se i media della più grande democrazia del mondo diventano semplici megafoni e propinano per un anno e mezzo alla propria opinione pubblica un menu ristretto a dibattiti, dichiarazioni, repliche e attacchi, viene da chiedersi se e in quale misura tutto ciò finisca per giovare all’informazione generale dell’elettorato, soprattutto quando i seggi saranno aperti. E non c’è conversione tecnologica che tenga: quando un tema è di forte richiamo in televisione e sui giornali, spesso e volentieri si trova simultaneamente in vetta ai top trends di Twitter. Le notizie, quelle vere, non sono mai state così marginali nella definizione delle preferenze elettorali: anche in questo l’America è indiscussa pioniera.  

 

 

 

 

* Classe 1984, giornalista professionista, sociologo, dottore magistrale in “Mass-media e politica”. Ha svolto esperienze in Rai (sede di New York) e Sky.