Ultimo Aggiornamento:
26 settembre 2020
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Elezioni di midterm: uno "stile ansioso" nella politica statunitense?

Duccio Basosi * - 08.11.2014
Elezioni midterm Usa 2014

Gli esperti di cose statunitensi si stanno esercitando da qualche giorno nella valutazione degli scenari aperti dalle elezioni legislative di midterm del 4 novembre, che hanno consegnato al Partito Repubblicano la maggioranza in entrambi i rami del Congresso. Unanime pare, in ogni caso, il giudizio secondo il quale l'elettorato ha voluto punire il Presidente Barack Obama, percepito come oscillante e incerto tanto in politica estera quanto in politica interna. Comprensibilmente, a sei anni dalla sua prima trionfale elezione sulle ali di un linguaggio estremamente coinvolgente, molti commentatori si sono concentrati sulla retorica che Obama non è (più) in grado di sciorinare, sul disegno complessivo che non è in grado di tracciare, sulle risposte che non è in grado di dare (con la celebre uscita sui modi per affrontare l'ISIS, "non abbiamo ancora un piano", assurta ormai a vero e proprio tormentone).

 

Peccato, perché nel corso di questa campagna elettorale Obama ha usato parole che, per quanto inefficaci ai fini elettorali, sono tutt'altro che prive di interesse per comprendere il presente statunitense. Se "speranza" era stata la parola chiave del linguaggio obamiano nel 2009, quella del 2014 è stata senza dubbio "ansia". In forma di sostantivo o di aggettivo, il presidente ha fatto riferimento al concetto non meno di trenta volte nel corso dell'anno. Nessun altro presidente prima di lui, nemmeno Herbert Hoover ai tempi della Grande Depressione, ha calcato così tanto la mano sul tema. In parte ciò deve riflettere lo stato psicologico dello stesso presidente, che anche nel commentare i risultati elettorali si è detto "ansioso" di iniziare a lavorare col nuovo Congresso. Ben più spesso, però, Obama si è lanciato in ragionamenti a voce alta su quello che deve apparirgli come uno stato psicologico generalizzato fra i suoi concittadini.

 

Che molti cittadini statunitensi soffrano di varie forme di disagio psicologico è cosa nota, e testimoniata dalla crescita costante, anno dopo anno, della spesa per psicofarmaci di ogni tipo. Perché però i cittadini statunitensi sono ansiosi adesso? Questa è la domanda che Obama si è posto a ogni raccolta fondi o comizio elettorale, cercando poi di discutere le tre principali risposte che gli stessi cittadini statunitensi hanno dato negli innumerevoli sondaggi ai quali sono stati sottoposti nelle ultime settimane: l'epidemia di ebola, l'attività di ISIS e le prospettive dell'economia.

 

Il fatto che, con sette casi totali registrati in tutti gli Stati Uniti, il 32% degli statunitensi interpellati dal PEW Research Center dichiari di temere un contagio da ebola la dice lunga sullo stato psicologico del Paese (il dato sale al 49% tra gli elettori repubblicani). Secondo un recente sondaggio Gallup, il 5% dei cittadini ritiene che ebola sia il principale problema degli Stati Uniti, un dato che colloca il virus a pari merito con ISIS, il califfato islamico la cui capitale dista circa 9500 km da Washington. Dallo stesso sondaggio Gallup, tuttavia, risulta con chiarezza come lo stato dell'economia sia di gran lunga la maggior fonte di preoccupazione, risultando il primo problema del Paese per il 38% degli intervistati (anche se per alcuni ciò si declina come "mancanza di denaro" e per altri come "deficit federale"). Sebbene, come si è spesso scritto, la disoccupazione sia calata dal 10% al 6% negli ultimi sei anni, i salari sono infatti rimasti al palo e ben poco è stato fatto per cambiare le fragilità strutturali del sistema economico statunitense (a partire dalla centralità della finanza).

 

Il fatto che il presidente degli Stati Uniti dedichi così tanto spazio a discutere il problema dell'ansia diffusa tra i suoi concittadini dovrebbe essere un invito a certi uomini politici nostrani, folgorati sulla via della Silicon Valley, a valutare con maggiore attenzione i costi sociali del "sogno americano". Ma anche a prescindere dai fenomeni imitativi, il tema si presta a altre riflessioni. Obama ha cercato di affrontare la questione in modo quasi ragionieristico, snocciolando dati epidemiologici, militari e economici nel tentativo di dimostrare che le preoccupazioni dei cittadini sono in buona misura infondate. La sua sconfitta di martedì ricorda da vicino quella, molto più grave, subita alle presidenziali del 1980 da Jimmy Carter, un altro presidente democratico convinto che discutere in pubblico qualche statistica fosse sufficiente a rispondere alle inquietudini profonde sedimentate dalla sconfitta in Vietnam e dallo scandalo Watergate nella psiche collettiva di un Paese cresciuto nel mito della propria eccezionalità. Non si può certo escludere che, nei prossimi due anni, la pedagogia obamiana ottenga qualche risultato. Tuttavia, come segnalato a suo tempo dallo storico Richard Hofstadter, buona parte della storia statunitense sembra dare indicazioni diverse, evidenziando se mai la ripetuta tendenza dell'ansia a condurre a un vero e proprio "stile paranoico" della politica, con contorno di cacce alle streghe, red scares e, più recentemente, "guerre al terrore". Da questo punto di vista, alcuni degli spot elettorali circolati nelle ultime settimane non lasciano sperare niente di buono.

 

 

 

* Duccio Basosi insegna Storia delle Relazioni Internazionali presso l'Università Ca' Foscari di Venezia