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24 luglio 2021
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Dilemmi identitari e corsa alla visibilità

Paolo Pombeni - 17.01.2018
Emanuele Macaluso

Gran brutta campagna elettorale. Le affermazioni a vanvera non si contano e si può fare solo una classifica fra quelle semplicemente avventate (tipo aboliamo le tasse universitarie, il canone Rai, il bollo auto, ecc.), quelle sloganistiche (aboliamo la Fornero, reintroduciamo l’art. 18 per tutti, ecc.) e quelle francamente preoccupanti perché mostrano che non si sa di cosa si parla (razza bianca in pericolo, islamizzazione incombente, 400 leggi da abolire subito, ecc.). Perché si è arrivati a questo punto? Gran bella domanda, come si usa dire.

Qui infatti siamo oltre la politica spettacolo, che è ormai un fenomeno con cui siamo abituati a fare i conti. Di quella rimane la rincorsa ai “testimonial” da inserire nelle liste, ammesso che nel bailamme delle attribuzioni si possa far posto anche a loro. Intanto però ci si prova facendo sapere in giro che si candiderà l’attore di successo (o presunto tale), l’astronauta che ha conquistato le prime pagine, il manager che può vantare successi, il filantropo che ha commosso il paese. Se non si riuscirà davvero a infilarli nelle liste in posizioni vincenti, almeno si farà sapere che “votano per noi”.

La rincorsa alle frasi roboanti e alle promesse buttate lì senza alcun previo ragionamento è un altro paio di maniche. Nasce, a nostro modesto avviso, dalla rincorsa a costruire “identità” per partiti che hanno nostalgia di quelle che si potevano attribuire alle varie componenti della prima repubblica, ma che oggi sono palesemente fuori corso. Molti hanno già notato che le liste in corsa non hanno praticamente più “simboli” su cui sono centrate (quelli magari vengono messi piccolini in bella fila e più d’uno giusto per solleticare un po’ di elettorato in età ormai avanzata) bensì fanno campeggiare i nomi di chi li impersona nei talk show, con la appendice davvero buffa che dove questo personaggio non esiste lo si deve inventare: se Salvini, Berlusconi, Meloni, possono effettivamente ambire a quello status, difficile dire che sia la stessa cosa per Lorenzin o Grasso, ma tant’è. Si deve fare e si fa.

Il PD in questo giochetto è finito spiazzato, almeno per quello che si capisce fino ad oggi. Probabilmente sente di non poter spendere il nome di Renzi nel simbolo di lista per non aizzare la canea dell’antirenzismo, ma un nome alternativo non lo può mettere perché non ne ha uno veramente “giustificabile” in modo che non suoni una delegittimazione del suo segretario.

Il problema è che tutti i partiti sono in crisi di identità. Certo possono supplire come fa la Lega di Salvini con un po’ di retorica becera agitando il fantasma di una islamizzazione incombente che nessuno vede tranne i paranoici, ma non è una identità forte come poteva essere, con tutti i suoi limiti, la retorica secessionista del nordista Bossi. Possono provarci risuscitando vecchi concetti come il nazionalismo, che adesso si chiama sovranismo, ma è la stessa cosa, appena aggiornata con quel tanto di antieuropeismo che aiuta in tempi in cui una quota almeno dell’opinione pubblica vuole trovare un qualche “diavolo” su cui scaricare la colpa dei propri disagi.

Il ragionamento vale anche per quell’area che una volta si chiamava la sinistra e che oggi non sa più cosa sia, se non si aggrappa alle vecchie bandiere di un passato che tutti sanno non può ritornare, ma intanto è bello sognare che magari sarebbe anche possibile. Il comportamento schizofrenico di Liberi e Uguali che in Lombardia non si alleano con Gori perché non è di sinistra essendo stato un tempo un funzionario di Mediaset (manco quella fosse il Ku Klux Clan) è tipico. Quella che si definisce sinistra riesce a darsi un’identità non per i progetti che propone o per la sua capacità di tutelare se non il progresso almeno le fasce sociali deboli, ma semplicemente perché afferma che qualcun altro “non è di sinistra” e dunque rifiutando di sostenerlo dimostrerebbe la propria collocazione in quell’area.

In realtà dietro quella scelta sta un vecchio e logoro tatticismo. Siccome LeU è convinta che la partita per il governo della Lombardia sia persa in partenza, meglio fare una politica di “testimonianza” che una battaglia rischiosa. Con grande candore l’ha detto il candidato governatore (di bandiera) di quell’aggregazione. Che sia una scelta che non ha nulla a che fare con un ragionamento di sinistra glielo ha spiegato Emanuele Macaluso, che è uno che viene dalla cultura politica del PCI degli anni seri, ma non è servito a nulla.

Il fatto è che se andiamo avanti così non resterà spazio che per una corsa spasmodica alla visibilità guadagnata con qualunque mezzo. Del resto è la logica imposta da questa legge elettorale pasticciata che mescola senza razionalità scontri nell’uninominale e liste bloccate nel proporzionale, affidando di fatto la campagna elettorale non al lavoro sul territorio che ormai interessa relativamente (si vedano anche solo i balletti su dove piazzare gli esponenti di rilievo, in cui per lo più non conta nulla il rapporto del candidato col collegio, ma assai più la sua visibilità a livello nazionale). L’idea è che sarà più che mai una battaglia di “leader” (o presunti tali) il che però significa che i parlamentari come “rappresentanti” conteranno anche meno che in passato, quando già contavano poco.

Non una bel progresso per un sistema che voglia essere democratico nel senso forte del termine.